Cambiamenti sconvolgenti all’orizzonte nella società

MATRIMONIO
O UNIONE DI FATTO? (II)


Il matrimonio è un’avventura straordinaria quando viene fondato sui principi della Bibbia, ma prevede il costante impegno degli sposi affinché la loro unione possa sperimentare le benedizioni divine. Soltanto in un giardino curato con amore si possono cogliere i fiori più belli e più profumati.


Dieci elementi che caratterizzano
il patto matrimoniale

Nell’articolo precedente abbiamo visto che nella prospettiva biblica il matrimonio è un patto, non un contratto. Il matrimonio ha una valenza molto più pregnante e profonda di un semplice “contratto” e presenta una serie di elementi che ne caratterizzano ampiamente il suo valore intrinseco. Vediamoli brevemente.

1. Eterosessualità. Un matrimonio è tale quando si realizza fra un uomo e una donna, perché uno dei suoi obiettivi (ma non l’unico) è la procreazione. “Dio li creò maschio e femmina. Dio li benedisse; e Dio disse: «Siate fecondi e moltiplicatevi»” (Ge 1:27-28). In Mr 10:6-9 e Mt 19:4-6, nell’ambito della diatriba sul divorzio, Gesù si richiama all’intenzione del Padre che creò l’uomo maschio e femmina e poi li invita all’unità della carne (Mr 10:8 e Mt 19:6). Si vede pertanto che il matrimonio voluto dal Padre è soltanto eterosessuale e come tale lo ribadisce il Figlio.

2. Monogamia. Il patto matrimoniale, una volta stabilito, riconosce la reciproca unicità delle due persone che lo compongono e che, insieme, costituiscono la relazione coniugale. “L’uomo disse: «Questa, finalmente, è ossa delle mie ossa e carne della mia carne. Ella sarà chiamata donna perché è stata tratta dall’uomo». Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie [singolare] e saranno una stessa carne” (Ge 2:23-24).

3. Esclusività. Il matrimonio – a differenza di altri rapporti sociali – è un rapporto esclusivo, nel senso che esclude ogni altra persona e ogni altro tipo di unione. “I due saranno una sola carne. Così non sono più due, ma una sola carne” (Mt 19:5-6). “La moglie non ha potere sul proprio corpo, ma il marito; e nello stesso modo il marito non ha potere sul proprio corpo, ma la moglie” (1 Co 7:4). Questi passi sottolineano la profonda unità e la totale appartenenza reciproca degli sposi.

4. Fedeltà. Il patto matrimoniale è anche un patto di assoluta fedeltà, stabilito fra due persone che si impegnano ad essere fedeli l’una all’altra, non solo negli atti ma anche nei pensieri (cfr. Mt 5:28). Già nel Decalogo veniva sottolineata la gravità dell’infedeltà coniugale. “Non commettere adulterio […] Non desiderare la moglie del tuo prossimo” (Es 20:14,17).
L’adulterio, per tutto ciò che esso rappresenta, costituisce anche una corruzione nel rapporto fra Dio e l’uomo e nel Nuovo Testamento viene riaffermata agli sposi la necessità di essere fedeli: “Il letto coniugale non sia macchiato da infedeltà” (Eb 13:4b).

5. Progettualità. Il matrimonio costituisce e realizza l’unità di intenti che si concretizza in un progetto comune per la vita. Ritengo che l’importanza di questa progettualità sia espressa molto bene da una consuetudine stabilita addirittura dalla legislazione mosaica, che prevedeva la dispensa temporanea dalle incombenze militari per coloro che avessero voluto farsi una famiglia. “C’è qualcuno che si è fidanzato con una donna e non l’ha ancora presa? Vada, torni a casa sua, perché non muoia in battaglia e un altro se la prenda” (De 20:7). “Un uomo sposato da poco non andrà alla guerra e non gli sarà imposto alcun incarico; sarà libero per un anno di starsene a casa e farà lieta la moglie che ha sposato” (De 24:5).
Il primo anno di matrimonio è fondamentale per costruire un solido rapporto e la saggezza biblica lo afferma chiaramente.

6. Continuità. Il patto matrimoniale è pure caratterizzato dalla continuità della relazione nel tempo; questa esprime stabilità e durata. “Infatti la donna sposata è legata per legge al marito mentre egli vive; ma se il marito muore, è sciolta dalla legge che la lega al marito” (Ro 7:2). “La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive suo marito; ma, se il marito muore, ella è libera di sposarsi con chi vuole, purché lo faccia nel Signore” (1Co 7:39).
La continuità di un matrimonio fondato sui principi della Scrittura è una delle più potenti testimonianze per la cultura contemporanea, nella quale si diffonde l’ideologia dell’effimero e della superficialità dei rapporti e dei valori.

7. Onore. Il patto matrimoniale è degno del massimo onore e rispetto, perché esso rappresenta la profondità di un impegno solenne. “Il matrimonio sia tenuto in onore da tutti” (Eb 13:4a).
Oggi, invece, il matrimonio viene considerato obsoleto da un sempre maggior numero di persone. Questa mentalità dissacrante si è diffusa già molti anni fa in certe fasce della cultura moderna, spesso camuffata da ideologia politica. Si auspicava così la scomparsa del concetto tradizionale di famiglia, privilegiando una forma di promiscuità dove uomini e donne potessero vivere insieme senza alcun vincolo (le famose “comuni” degli anni sessanta-settanta).

8. Giudizio. Su qualunque tipo di trasgressione al patto matrimoniale pesa un giudizio da parte di Dio. “Dio giudicherà i fornicatori e gli adulteri” (Eb 13:4c). “Se uno non provvede ai suoi, e in primo luogo a quelli di casa sua, ha rinnegato la fede, ed è peggiore di un incredulo” (1Ti 5:8). “Mariti, vivete insieme alle vostre mogli con il riguardo dovuto alla donna, come a un vaso più delicato. Onoratele, poiché anch’esse sono eredi con voi della grazia della vita, affinché le vostre preghiere non siano impedite (1P 3:7).
Questi giudizi si riferiscono ad ogni ambito della vita matrimoniale, indicando una serie di responsabilità reciproche: nel campo spirituale, morale e pratico.

9. Sacralità. Il patto matrimoniale è l’espressione di un impegno (promessa) che i coniugi si prendono davanti a Dio stesso. Il Signore è testimone fra te e la moglie della tua giovinezza, verso la quale agisci slealmente, sebbene essa sia la tua compagna, la moglie alla quale sei legato da un patto (Ml 2:14). “[La] donna adultera […] ha abbandonato il compagno della sua gioventù e ha dimenticato il patto del suo Dio(Pr 2:17). È un impegno molto importante che investe tutti gli aspetti della vita coniugale.

10. Dichiarazione pubblica. Il patto matrimoniale si sancisce pubblicamente, sottoscrivendo ogni impegno precedente con la promessa di ottemperarvi in ogni frangente della propria vita.
“Così non sono più due, ma una sola carne; quello dunque che Dio ha unito, l’uomo non lo separi” (Mt 19:6).


Una cultura in trasformazione

Nell’attuale cultura, questi elementi stanno lentamente perdendo valore a causa di alcuni fattori disgreganti quali: trasformazioni della società, visione “contrattuale” del matrimonio, modelli devianti (per l’individuo e per la famiglia), influenza dei mass media, modi diversi di intendere la vita matrimoniale (ruoli), provenienza da culture diverse (e conseguenti modelli culturali diversi). Tutto ciò può influenzare la considerazione che si ha del matrimonio e il credente cristiano non ne è immune. Egli rischia, infatti, di lasciarsi influenzare dall’ambiente in cui vive, invece di influenzarlo lui stesso con la forza della Parola di Dio e con la coerenza di un comportamento che osa andare controcorrente.
La filosofia del nostro tempo, prima ha annacquato i principi biblici, poi li ha rigettati in nome di un relativismo morale che prevede l’omologazione di ogni principio, di ogni valore, di ogni modello, in un totale appiattimento culturale. Nell’ambito matrimoniale, sono spariti concetti come impegno, disciplina, sacrificio, unicità, continuità, regole… Il matrimonio prevede un serio e continuato impegno, perciò – nel contesto socio-culturale in cui stiamo vivendo – ciò può generare ansia. Questa può portare a voler spostare il baricentro del valore matrimoniale verso altre soluzioni meno impegnative e meno vincolanti, dalle quali ci si può liberare in fretta se le cose iniziano ad andare male.
Durante un colloquio con Gesù, i suoi discepoli gli dissero: “Se tale è la situazione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene prender moglie” (Mt 19:10). Nel contesto originale, quest’affermazione era riferita a ciò che Gesù disse sul divorzio, ma possiamo estrapolarne il concetto e adattarlo al nostro tempo: “Se il matrimonio richiede un tale impegno, allora è meglio non sposarsi affatto, ma decidere semplicemente di convivere…”. Non è dunque un caso se oggi sono sempre più frequenti le unioni di fatto rispetto ai matrimoni. È una delle tante tappe della trasformazione graduale del pensiero moderno. Ma dove ci sta portando?
Senza aver la pretesa di esaurire l’argomento, né quella di dare una risposta definitiva al problema, vorrei solo aggiungere alcune considerazioni sulle sue implicazioni psicologiche, pastorali e sociali, per dare una prospettiva un po’ più ampia a questo argomento.


Unioni di fatto: implicazioni psicologiche

La mancanza di precise convinzioni sul piano spirituale rende più facile una caduta sul piano morale e sul piano psicologico, così come la mancanza di regole normative (anche in senso restrittivo) induce l’essere umano a sfuggire alle sue responsabilità e a “cercare molti sotterfugi” (cfr. Ec 7:29). Sul piano morale, lo slittamento è verso il peccato, mentre sul piano psicologico esso può portare a trascurare le proprie potenzialità e a ridurre sia la propria volontà che la capacità di lottare per far fronte alle situazioni conflittuali all’interno del matrimonio.
Illustriamo meglio questo concetto.
Il patto matrimoniale è qualcosa di profondo e di impegnativo; esso ha le caratteristiche dell’indissolubilità (secondo il modello divino) e pertanto richiede una ferma decisione di portare avanti in ogni circostanza le promesse che il patto contiene. Abbiamo visto che esso è anche indice di stabilità e di continuità; è concepito per essere un portatore di coesione a cui fare riferimento in un mondo che privilegia l’effimera evanescenza delle mode.
L’unione di fatto, invece, presuppone una forma di solidarietà fra due persone molto più aleatoria e meno impegnativa rispetto al matrimonio biblicamente inteso; tale solidarietà è sfumata e, in quanto tale, non obbliga gli individui a dare il massimo di sé per ottimizzare il rapporto o per ristabilire una relazione rovinata. L’unione di fatto, poiché non è sancita da un patto pubblico e solenne, permette di tornare sui propri passi qualora inizino a verificarsi delle difficoltà oggettive o soggettive all’interno della coppia. Tutto ciò, da un punto di vista psicologico, potrebbe manifestare anche l’inconscia paura di assumersi degli impegni e delle precise responsabilità sul piano relazionale. Essere vincolati con riserva e con la possibilità di recedere in ogni momento, favorisce il disimpegno, impedisce lo sviluppo della capacità di gestire le problematiche, rende il rapporto più “leggero” in termini di possibilità di fuggire da un rapporto usurato o divenuto noioso e inappagante.
Dunque, al di là delle eventuali future forme legislative, sul piano della maturità psicologica l’unione di fatto non sembra favorire la sicurezza e la stabilità delle coppie, perché consente di mantenere uno status non definitivo, ma suscettibile – in qualunque momento – di una veloce rottura e del ripristino immediato della condizione di single. È chiaro che questa non è la norma assoluta, in quanto potrebbero esserci delle coppie di fatto più solide di qualche coppia sposata, ma ciò rappresenterebbe l’eccezione che conferma la regola.
Nel caso ci fossero dei figli, questi subirebbero comunque lo stesso dramma subito dai figli di genitori regolarmente sposati, ma che decidono di divorziare.
Un altro aspetto psicologico che possiamo considerare è la tirannia dell’Io, che prevede la soddisfazione di ogni bisogno individuale, a scapito dell’altro. Nessuno può negare che il nostro sia il tempo dell’egocentrismo e dell’individualismo e, in questo terreno così fertile, è naturale che crescano i semi del disimpegno. Parole come sacrificio, impegno, autodisciplina, altruismo, riferimenti assoluti, non fanno più parte del vocabolario dell’uomo contemporaneo. Filosofie come il relativismo e l’edonismo non sono più un semplice fenomeno culturale, ma hanno generato sia dei veri e propri schemi di pensiero e sia modalità di comportamento. Sono convinto che essi abbiano ormai influenzato l’interiorità psicologica della maggioranza, creando uno stretto intreccio fra cultura e psiche, perché un modello o un concetto acquisiti possono determinare significativi cambiamenti nel modo di pensare e di agire.
Il relativismo porta all’esasperato pluralismo delle idee e a un conseguente appiattimento dei valori, alterando persino la percezione di molti aspetti della vita umana. (Alcuni esempi di carattere generale: l’aborto non è considerato un crimine, il divorzio è all’ordine del giorno, l’adulterio è tollerato e persino suggerito da certi terapeuti come antidoto alla noia, il matrimonio è passato di moda, il sacrificio è per gli sciocchi, il Dio della Bibbia è solo una delle tante proiezioni umane del divino e perciò la sua parola non può essere normativa…).
L’edonismo, infine, presuppone la legittimità dei propri desideri e l’uomo contemporaneo, non avendo più chiari punti di riferimento nella morale comune, può fare della ricerca del piacere un modo per affrontare e riempire il vuoto ideologico nel quale vive. Le unioni di fatto che sostituiscono il matrimonio potrebbero offrire – sotto questo aspetto – un modo ottimale per soddisfare l’istintivo bisogno di famiglia di ogni individuo, ma lasciando ampi spazi di manovra per non perdere la propria libertà personale.


Unioni di fatto: implicazioni pastorali

Il cristiano ha la responsabilità della testimonianza. Se nella pratica della nostra fede accettiamo situazioni ambigue, invalidiamo sicuramente tale testimonianza. Tuttavia, essa non deve scadere in una discutibile rigidità legalistica. Le chiese cristiane si troveranno nel futuro a dover gestire situazioni sempre più complicate, pertanto occorre avere molta saggezza per applicare i principi scritturali e operare una vera terapia pastorale. Se, per esempio, una coppia che vive in uno stato di unione di fatto si converte all’Evangelo, non si può avere un immediato atteggiamento di condanna nei confronti della loro scelta. Essi non fanno ancora parte integrante del corpo di Cristo e dunque sarà indispensabile dimostrare un amorevole spirito di accoglienza, nonostante la loro situazione. Gesù non ha condannato l’adultera colta in flagrante, ma l’ha invitata a mettersi in relazione spirituale con Dio e ad abbandonare il peccato (cfr. Gv 8:1-11). Anche il suo dialogo con la donna samaritana ci deve insegnare qualcosa. Essa, pur avendo avuto una vita affettiva disastrosa e vivendo in una situazione di convivenza, è stata comunque l’oggetto dell’amore di Dio (cfr. Gv 4:17-18). “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori a ravvedimento” (Lu 5:31-32).
La conversione segna l’inizio di un cammino nel quale il neo-credente dovrà riorganizzare molti aspetti della sua vita sulla base della Bibbia. Man mano che egli crescerà nella conoscenza di Dio e della sua Parola, sarà più sensibile alla voce dello Spirito che gli darà una convinzione sempre più chiara di come stabilire dei nuovi parametri per la sua vita di fede. All’interno di una chiesa cristiana, il ripristino della sua relazione con Dio è prioritario sugli eventuali giudizi circa la sua situazione personale, causata da scelte sbagliate fatte in passato. Nel caso specifico della convivenza, l’obiettivo deve comunque essere quello di passare dallo stato di unione di fatto allo stato matrimoniale, in ubbidienza al Signore. Questa decisione sarà anche la dimostrazione di un vero cambiamento interiore e di una vera sottomissione a Dio. In caso contrario, sarebbe legittimo avanzare dei dubbi sulla genuinità della sua conversione.


Unioni di fatto: implicazioni sociali

La società umana è basata sulla coppia, che è la più piccola cellula di un organismo più grande e più complesso. Se la coppia è stabile, allora anche la società sarà stabile. Altrimenti, se aumentano separazioni, divorzi e le instabilità di coppia, se diminuiscono i matrimoni e crescono convivenze e unioni di fatto, se si presentano sempre nuovi modelli di unione, senza tenere conto di alcun valore morale o spirituale, allora tutta la società sarà fortemente destabilizzata.
La stabilità di coppia viene minacciata dai cambiamenti progressivi del contesto socio-culturale (principi, valori, obiettivi) e questi cambiamenti portano alla creazione di modelli alternativi che influenzano il modo di pensare. Questi modelli alternativi presuppongono sempre meno impegno, stabilità e durata e proprio per questo motivo essi vengono accettati più volentieri. Ciò comporta un’ulteriore diminuzione della coesione di coppia, con la conseguente modificazione del tessuto sociale. I figli acquisiranno i modelli dei genitori e dei mass media e li trasferiranno nelle loro relazioni adulte. Ciò determinerà una nuova ondata di cambiamenti, e l’esigua minoranza di coloro che credono ancora nei valori biblici sarà disprezzata e tacciata di gretto fondamentalismo. Purtroppo, questo non è relegato in un futuro più o meno lontano, ma lo vediamo già sotto i nostri occhi…


Una profezia?

Paolo profetizzò che “negli ultimi giorni verranno tempi difficili […] Nei tempi futuri alcuni apostateranno dalla fede […] sviati dall’ipocrisia di uomini bugiardi, segnati da un marchio nella propria coscienza. Essi vieteranno il matrimonio” (2Ti 3:1; 1Ti 4:1-3a). Per molti anni, nell’ambiente dei cristiani evangelici, l’interpretazione di questo passo sembrava riferirsi al divieto di contrarre matrimonio per i sacerdoti cattolici. Oggi mi chiedo: siamo proprio sicuri che questo si riferisca soltanto al celibato forzoso istituito nel 1079 da papa Gregorio VII? O parlano invece di tempi a noi molto più vicini, mettendoci in guardia su altri modi di “vietare” il matrimonio?...
Il discorso è aperto e pieno di sfaccettature; se questi due articoli hanno suscitato un’ulteriore riflessione nei credenti, spingendoli ad approfondire personalmente le proprie convinzioni bibliche, allora essi hanno raggiunto lo scopo.

(2. fine)

Marco Distort
(Assemblea di Arezzo)