La lettura delle pagine più straordinarie dei Vangeli
I MIRACOLI DI GESÙ (IV)
Continuano le riflessioni sugli insegnamenti che possiamo trarre dai racconti evangelici relativi ai miracoli operati da Gesù. Scopriamo, in questo modo, come ogni miracolo avesse, nella volontà del Signore, obiettivi ben più alti e profondi della guarigione di un corpo malato o della dimostrazione della sua signoria sulla natura.
I due ciechi (Mr 9:27-31)
Questo miracolo è narrato solo da Matteo, che lo pone cronologicamente subito dopo la partenza di Gesù dalla casa di Jairo, capo della sinagoga di Capernaum. Sembra unanticipazione di quello narrato nel capitolo 20 (vv. 29-34). Ci sono però circostanze e particolari differenti, così che la maggior parte degli esegeti esclude che si tratti dello stesso miracolo.
Fin dallapertura del suo vangelo, Matteo presenta Gesù come figlio di Davide (Matteo 1:1), cioè discendente di Davide, come risulta dallalbero genealogico. Ma qui lespressione ha un significato più pieno: è così che, nel giudaesimo, era designato il Messia (il liberatore; Isaia 35:5). Questi due poveri ciechi sono i primi a chiamare Gesù figlio di Davide.
Allinizio Gesù sembra non prestare attenzione alle loro grida, poi chiede: Credete voi che io possa far questo? (v. 28) Non è insensibile alle loro preghiere e neppure ci tiene a farsi pregare: vuol solo provare e fortificare la loro fede. Gli rispondono: Sì, Signore. Sono parole che comportano una fede completa nella sua potenza e nella sua persona. Ed ecco che Gesù tocca loro gli occhi dicendo: Vi sia fatto secondo la vostra fede. E gli occhi loro furono aperti (v. 30).
È sempre la fede che decide. La fede è apertura allazione e allintervento divini. Lungi dallessere una capacità dellindividuo, una facoltà personale o una possibilità innata del nostro essere, la fede è un rapporto diretto fra due persone. Ed è per stabilire tale rapporto che Gesù opera. La fede è informata e basata sulla Parola di Dio. Se Gesù non fosse veramente quello che è sarebbe vano rivolgersi a lui come fanno questi due poveretti. Bisogna sapere esattamente a chi ci rivolgiamo. Certo è che chi non crede, come i Farisei, non sa scorgere nellepisodio lazione liberatrice di Dio, ma ci vede solo uno scontro perverso nellorizzonte del male relegandovi anche Gesù (v. 34). Chiediamo al Signore che la nostra fede riposi sempre su un fondamento sicuro: la sua parola che è vivente ed efficace (Ebrei 4:12).
Lindemoniato muto (Mt 9:32-33)
Ancora una volta Gesù è alle prese con un indemoniato. Satana moltiplica gli attacchi contro colui che è venuto per vincerlo. Appena liberato del demone, luomo guarito si mette a parlare. Diversamente dal solito, qui il miracolo non ci viene riferito nei minimi particolari; lattenzione del narratore è concentrata sulla meraviglia del popolo di fronte alla guarigione di uninfermità così complicata: Non si è mai vista una cosa simile in Israele (v. 33).
I Farisei non possono negare il miracolo. Ma, invece di condividere lentusiasmo della folla, bestemmiano dicendo: Egli scaccia i demoni con laiuto del principe dei demoni (v. 34). Non sorvoliamo troppo in fretta sulla battuta dei Farisei. Anche se fuor di luogo, è comunque utile a ricordarci che non è solo Dio a fare miracoli (Es 7:8). Non bisogna perciò rivolgersi a chicchessia senza discernimento. Per esser liberati, bisogna andare solo a Cristo.
Chiediamo a Lui di vedere meglio, testimoniare meglio e servirlo meglio.
Lo statere nel pesce (Mt 17:24-27)
È il terzo episodio che ha come protagonista Pietro ed è lultimo miracolo operato da Gesù in Galilea riferito da Matteo.
Il racconto mette in risalto il fatto che Gesù è un ebreo fedele, che accetta la prescrizione di pagare i tributi al tempio, pur non essendovi obbligato. La tassa è di due dramme (didramma) e ogni Israelita di età superiore ai ventanni è tenuto a pagarla per le necessità del culto. Stabilita dalla legge e caduta poi in disuso, la prescrizione è stata rimessa in vigore da Neemia dopo lesilio (Ne 10:32). Gli esattori del tempio chiedono: Il vostro maestro non paga le didramme? Pietro risponde di sì. Quando entra in casa, prima ancora che apra la bocca, Gesù gli dice: Che te ne pare, Simone? (v. 15). Poi afferma il diritto allesenzione: le imposte non riguardano i figli, ma i sudditi. Egli è per eccellenza il Figlio di Dio e figli sono anche i discepoli, esonerati quindi dalla tassa. Gesù è più grande del tempio (Mt 12:61). Tuttavia, per non scandalizzare coloro che osservano dallesterno e non riescono a capire il mistero che si cela in lui, Gesù asseconda gli esattori, ordinando a Pietro di andare al mare, gettare lamo e tirar fuori dal primo pesce che abbocca uno statere, equivalente a quattro dramme, sufficiente quindi per pagare la tassa per due persone: Gesù stesso e Pietro. A questo punto la narrazione viene troncata bruscamente, a indicare che tutto si è svolto come previsto.
Questo è lunico miracolo che Gesù compie a proprio vantaggio. Notiamo però che deve servire da segno e confermare laffermazione che Gesù è il Figlio di Dio. Lepisodio conferma che Gesù passa come uno straniero in mezzo al suo popolo (v. 25).
Da questo episodio possiamo trarre anche un altro insegnamento: non possiamo valerci della nostra condizione di stranieri in questa terra per comportarci come se le autorità non esistessero. Per parlar chiaro, qui è definitivamente bollata la frode fiscale sotto ogni forma. Quali ambasciatori di Cristo, i cristiani devono mostrare, con il loro comportamento, di essere cittadini di un paese migliore (1P 2:11-17).
Il sordomuto (Mr 7:31-37)
Da Tiro Gesù si dirige verso il mare di Galilea passando per Sidone: in apparenza è un itinerario irragionevole, che allunga di molto il tragitto. Ma la via breve si addice a chi ha delle cose da fare, non a chi ha parole di verità da seminare, speranza da diffondere e giustizia da realizzare. Gesù sa dove dirigere i suoi passi e ne conosce il motivo, sa quando cambiare strada allungando il cammino per illuminare con la testimonianza, per confortare con le parole o per donare vita e salute con lamore.
Gli portano un sordomuto chiedendogli di imporgli le mani. A dire il vero è un sordomuto particolare, che ha bisogno di essere condotto, come un cieco o un paralitico. E ha bisogno anche dellamore di amici o di parenti che perorino la sua causa.
Gesù lo prende in disparte e dialoga con lui come si fa con uno che non sente: con i gesti. Le dita nelle orecchie e la saliva sulla lingua indicano molto più del rituale di un guaritore: è come se Gesù volesse svegliarlo fino a fargli desiderare il miracolo. Il narratore è attentissimo ai suoi gesti: riporta il suo guardare in alto, il suo sospirare e perfino il pronunciare con autorità una parola (magari non necessaria per i lettori non ebrei di Marco) nella lingua originaria di Gesù, laramaico: Effata. Per chiarire che non è una parola magica, Marco la traduce: Apriti (v. 34) e annota: Gli si aprirono gli orecchi e subito gli si sciolse la lingua e parlava bene. Non si limita cioè a dire genericamente che il sordomuto comincia a udire e a parlare.
La folla, dopo il miracolo, trasgredisce il comando del silenzio e commenta il fatto con parole inequivocabili, che hanno radici negli eventi primordiali della creazione, là dove la Parola dice che Dio ha fatto buona e bella ogni cosa (Ge 1:31).
Questuomo rappresenta tutta lumanità, sorda alla Parola di Dio, muta nella lode, chiusa alla gioia. Bisogna aprire, slegare, mettere in relazione con Dio e con gli altri.
Questa è lopera per la quale Gesù si è dato interamente, fino alla croce.
Il cieco di Betsaida (Mr 8:22-26)
Questo è uno dei pochissimi miracoli ricordati da Marco. Ricorda un po quello del sordomuto (Mr 7:32-37), probabilmente perché la narrazione segue il medesimo schema letterario, come risulta anche dalla strutturazione simmetrica della seconda parte della sezione dei pani (v. 7).
Dai pressi di Dalmanuta, città sul mar di Galilea presso Magdala (Mr 8:10; Mt 15:39), doppiando Capernaum, Gesù e i discepoli raggiungono Betsaida, un po a oriente del luogo dove il Giordano sfocia nel lago. È la patria degli apostoli Pietro, Andrea e Filippo (Gv 1:44-12:21). Ciononostante la popolazione non è molto entusiasta della predicazione di Gesù, meritando perciò lanatema: Guai a te... (Mt 11:21-23; Lu 10:13-15).
A Betsaida, a Gesù viene condotto un cieco, affinché lo guarisca col suo tocco. La richiesta si basa su una fede debole, visto che parte dal presupposto che Gesù non possa guarirlo senza toccarlo.
Per sfuggire alla curiosità degli abitanti del paese (7:33) egli conduce il cieco fuori dal villaggio, in disparte, anche per non farsi pubblicità fra la popolazione (vv. 23, 26, 30). Gli mette della saliva sugli occhi, adeguandosi così alla mentalità popolare del tempo (Gv 9:6) che considerava la saliva un rimedio efficace per diverse malattie e gli chiede: Vedi qualche cosa?.
La caratteristica di questo miracolo, unica nei quattro evangeli, è che la guarigione avviene in due fasi: nella prima il cieco vede le figure umane in modo confuso e incerto; nella seconda Gesù interviene ancora per completare la guarigione.
Perché il Signore compie il miracolo in due tempi? Non lo sappiamo. Forse per esercitare la fede delluomo? O forse per ricordarci che anche noi abbiamo bisogno di esser toccati più volte per vedere tutto chiaro?
La prima pesca miracolosa
(Lu 5:1-11)
Una delle due chiavi di lettura per comprendere lepisodio della pesca miracolosa rimanda al contesto storico e geografico in cui, come in un filmato, levangelista rende visibile al lettore di ogni tempo luoghi, abitudini, mestieri e paesaggi della terra di Gesù.
Le sponde del lago di Gennesaret, presso il quale gli evangelisti collocano alcuni momenti significativi della predicazione e dellattività di Gesù, presentano parecchie insenature naturali.
Per la loro forma a semicerchio, la voce di una persona che scostatasi un poco da terra parla alla folla radunata sulla sponda si può udire distintamente.
Gesù sfrutta questa possibilità che la natura gli offre per rendere più efficace lannunzio dellevangelo alla folla che si stringe intorno a lui per udire la Parola di Dio (v. 1). Il lago di Gennesaret è fonte di vita e di sostentamento per gli abitanti delle cittadine che sorgono sulle sue rive.
Di notte i pescatori gettano con cura le reti nelle sue acque stendendole da una barca allaltra. Alle prime luci dellalba, se tutto va bene, ritirano le reti piene e riforniscono il mercato delle loro piccole città e di Gerusalemme.
Qui i pescatori sono colti nellatto di portare le barche a terra, lavare e rassettare le reti per essere pronti a unaltra uscita di pesca notturna.
Su quel lago infatti non si pescava di giorno né vicino alla riva, ma solo di notte e al largo.
Deve fare una certa impressione perciò a Pietro che Gesù dimostri proprio a lui, esperto pescatore, che nel lago si può pescare anche di giorno e con un risultato così sorprendente.
Chi è mai questo personaggio più esperto di lui nella pesca?
Che significato può avere il miracolo di una pesca così abbondante, in contrasto con la consuetudine assodata che sconsiglia la pesca di giorno?
La seconda chiave di lettura attribuisce al racconto della pesca miracolosa un significato ben più profondo. Ne è protagonista la Parola di Dio, che ha unefficacia straordinaria. Il miracolo non avviene per riempire un vuoto di beni materiali avvertito dalluomo, ma è il segno di una pesca ben più importante, a cui i pescatori del lago di Gennesaret (Pietro, Giacomo e Giovanni) sono chiamati a consacrarsi. Ma non soltanto loro. In questo suo significato profondo è facile comprendere limportanza di ogni particolare di questo brano anche per la vita di noi credenti oggi.
Lacqua del lago di Gennesaret è limmagine del mondo in cui vivono gli uomini. I pescatori di Galilea sono trasformati da Gesù in pescatori proprio di questi uomini. Cè sempre una notte di fatica sprecata e di insuccesso se luomo fa affidamento solo su se stesso e sulle proprie forze e, come Pietro, non riconosce lefficacia della parola di una Persona più esperta di lui che trasforma una notte di ricerca e di dubbio nel luminoso giorno di Dio.
Bisogna però avere il coraggio di prendere il largo e di gettare le reti, fidandosi veramente di questa Persona.
Chiediamo anche noi al Signore di sovvenire alle nostre debolezze, di aiutarci a lasciare ogni cosa per consacrarci interamente allopera a cui siamo stati chiamati.
La resurrezione del figlio
della vedova di Nain (Lu 7:11-16)
Questo miracolo, narrato soltanto da Luca, presenta analogie con la resurrezione del figlio della vedova di Sarepta operata da Elia (1Re 17:17-24) e con quella del bambino della Sunamita operata da Eliseo (2Re 4:32-37). Qui però domina la figura di Gesù che è chiamato il Signore (Kyrios): è la sua parola divina ed efficace a ridare la vita.
In questo, come nei miracoli citati nellAntico Testamento, si tratta di figli unici di madri vedove. Luca li tiene presenti, quei miracoli. Intende dunque porre Gesù sulla scia dei profeti, come proclama la folla. Nain è un villaggio a sud di Nazaret (Galilea) non distante da Sunan, il paese dove operò Eliseo (2Re 4:8) e non è menzionato in nessunaltra parte della Scrittura.
Probabilmente Luca narra questa resurrezione per avallare la risposta di Gesù agli inviati del Battista: I ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, il vangelo è annunziato ai poveri (v. 22).
Ancora una volta Gesù ci è presentato come vero uomo (si commuove per dolore di una madre e condivide con lei le ansie della solitudine) ma anche come vero Dio (esiste, sta per manifestarsi Signore della vita, ridà la vita a chi è già morto).
Gesù interviene senza che glielo abbiano chiesto espressamente. Non rimane insensibile a tanto dolore. Non piangere (v. 13): sarebbero parole crudeli se non fossero immediatamente seguite da quelle che ridanno la vita e rendono alla madre in lacrime il suo unico figlio: Ragazzo, dico a te, alzati!.
Le resurrezioni operate da Elia, Eliseo, Pietro e Giovanni sono conseguenza della preghiera a Dio, ma quelle di Cristo sono il risultato della decisione spontanea e indipendente del Principe della vita.
Il Dio dei nostri padri ha resuscitato Gesù, che voi uccideste appendendolo al legno e lo ha innalzato con la sua destra, costituendolo Principe e Salvatore per dare ravvedimento a Israele e perdono dei peccati (At 5:30-31).
La donna inferma (Lu 13:10-17)
Tempo e luogo di questo miracolo non sono indicati: sappiamo solo che avviene in una sinagoga e in giorno di sabato.
È la storia di una donna inferma, piegata in due da una grave forma di paralisi, che viene guarita dal Signore Gesù, malgrado le obiezioni dei suoi avversari ipocriti, che si servono della loro religione formalistica per criticarlo. Di fronte alla grettezza di tale religiosità, Gesù reagisce ricordando luso di abbeverare buoi e asini anche di sabato. Se si fa un gesto per la vita degli animali, a maggior ragione si deve farlo per una creatura umana.
Occorre badare allo spirito della legge e non lasciarsi irretire nella spirale della sua letteralità. Le minime prescrizioni della legge di Mosè, se non sono passate al vaglio di uno spirito nuovo, lo spirito evangelico, rischiano di nascondere intenzioni meschine e banali ipocrisie: Ipocriti! (v. 15). Latteggiamento di Gesù divide la folla (v. 17): alcuni restano confusi, altri profondamente gioiosi. Si delinea ormai a chiare tinte la vicenda di Gesù, odiato e amato ad un tempo.
Lidropico (Lu 14:1-6)
Di sabato Gesù è invitato a pranzo da un Fariseo importante. È la sesta volta che egli accetta un invito del genere (Lu 5:29; 7:36; 9:16; 10:39; 11:37). Forse linvito non ha un fine amichevole, ma mira unicamente a cogliere Gesù in gesti o parole atti a farlo condannare. O forse non tutti i Farisei sono degli ipocriti: alcuni infatti lo avvertono delle minacce di Erode (Lu 13:31). Ma limprovvisa apparizione dellidropico e la presenza dei dottori della legge, gli scribi, fanno pensare che lincontro sia programmato dagli avversari di Gesù.
Comunque sia, è Gesù stesso a provocare i dottori della legge e non il contrario. Li sorprende non nellanalisi degli articoli della legge, facili da confutare, ma nella sua osservanza pratica. Non si comporta diversamente da un uomo che salva il figlio o un bue caduto in un pozzo, anche se è sabato (v. 5). Gli scribi non sanno cosa rispondere. Ancora un volta bastano a Gesù poche parole per smascherarne lintransigenza e lipocrisia.
Il sabato non è una gogna nella quale Dio vuol rinchiudere gli uomini. È il giorno del grande riposo di Dio, il giorno che annunzia il Regno, nel quale non ci sarà più peccato, né malattia, né morte.
Non era forse necessario manifestare, proprio in questo giorno, la grande liberazione di Dio raffigurata nella piccola liberazione dellidropico?
I dieci lebbrosi (Lu 17:11-19)
Lincontro tra Gesù e i lebbrosi è notissimo.Tutti e dieci guariscono, ma uno solo torna indietro a ringraziare. Lavremmo fatto anche noi forse. Però Luca non racconta questo miracolo per esortare alla riconoscenza, ma per mettere in evidenza limportanza della fede.
Dieci lebbrosi, esclusi dalla convivenza civile, vengono a sapere del passaggio del Rabbi di Nazaret. È unoccasione da non perdere, per quei disperati, tenuti a distanza da tutti. Loro stessi non osano avvicinarsi e così non possono fare altro che gridare: Gesù, Maestro, abbi pietà di noi! (v. 13). La risposta sperata garantisce loro il ritorno a una vita piena, non prima però di essersi presentati ai sacerdoti. Secondo la legge infatti ogni lebbroso guarito, prima di essere riammesso alla vita comunitaria, doveva presentarsi ai sacerdoti (Le 14:1-2).
I lebbrosi stessi si stupiscono della guarigione improvvisa. Forse pensano che la loro condotta ligia alla legge abbia avuto il suo peso. Ma solo uno di loro, vedendo che è purificato (guarito), torna indietro glorificando Dio ad alta voce (v. 15).
Solo un Samaritano dunque intuisce nel miracolo il segno di una novità, di un singolare intervento divino. Lui, uno straniero, proveniente da una terra ostile a Gesù (Lu 9:53), diventa il simbolo dellaccoglienza e della lode riconoscente e soprattutto loggetto di una seconda guarigione, quella dellanima. Lo straniero diventa discepolo. Egli non è soltanto un guarito ma anche un salvato. Infatti Gesù gli dice: Alzati e va! La tua fede ti ha salvato (v. 19).
In greco il verbo usato qui è salvare (sozein), mentre prima si usavano solo verbi come essere guarito (iaomai) o essere sanato (kathaizein). Cè dunque un salto di qualità tra la condizione del samaritano e quella degli altri ebrei. Costoro potranno essere ammessi nel tempio e nella società civile. Il samaritano lui è ammesso nel Regno di Dio.
In questo racconto balza agli occhi linsolita unione fra Ebrei e Samaritani, realizzata probabilmente grazie alla solidarietà che si viene a creare di solito fra emarginati, tesa a rendere la sopravvivenza meno dura possibile.
Comè strano lanimo umano! Il benessere divide (invidie, gelosie) mentre le ristrettezze, i disagi, le avversità uniscono.
Se il racconto si limita a parlarci dellingratitudine umana, non ci dice niente di nuovo. Sappiamo già quanto raramente si è ringraziati quando si lavora per il bene e quanto spesso quello che si dà è considerato niente più che un atto dovuto. Ma la vera fede conduce ai piedi del Signore, alla riconoscenza.
Questa è la fede che salva: Alzati e va! La tua fede ti ha salvato. (v. 19).
Chiediamo al Signore di perdonare la nostra ingratitudine. Troppo spesso ci comportiamo come i nove lebbrosi!
Ringraziamo continuamente per ogni cosa Dio Padre nel nome del Signor nostro Gesù Cristo (Ef 5:20).
Lorecchio di Malco (Lu 22: 49-51)
Gesù sta per essere arrestato. È arrivata lora sua, lora della morte e della gloria (Gv 12:23), quella gloria che ha aveva presso il Padre prima che il mondo esistesse (Gv 17:4).
Consapevole di ciò che sta per accadere, Gesù domina gli avvenimenti: daltronde potrebbe liberarsene facilmente, se volesse. È lui a prendere liniziativa: Sono io quello che cercate! (Gv 28:8).
A questo punto, gli apostoli chiedono il permesso di colpire con la spada gli assalitori, almeno per salvare la faccia (Lu 22:49).
Pietro, senza aspettare la risposta, travolto dal suo carattere impetuoso, con un colpo di spada taglia di netto lorecchio del servo del sommo sacerdote, di nome Malco (Gv 18:10).
Matteo e Giovanni non parlano dellimmediata guarigione operata da Gesù. Solo Luca, da buon medico, la ricorda.
Ma perché guarire un nemico?
Prima di tutto perché Gesù mette in pratica quello che predica: Amate i vostri nemici, benedite coloro che vi maledicono, fate del bene a quelli che vi odiano e pregate per quelli che vi maltrattano e vi perseguitano (Mt 5:44). E magari anche perché le ferite provocate dallo zelo carnale dei discepoli potrebbero nuocere alla causa dellevangelo.
Gesù guarisce dunque Malco non per ottenere la libertà ma per insegnare ai suoi la regola dellamore (Mt 5:38).
La vecchia legge del taglione: Occhio per occhio dente per dente (Es 21:24) ora è sostituita dalla legge del perdono fino al rinnegamento di sé, al totale dono di sé agli altri. Ecco il motivo della rampogna a Pietro: Rimetti la spada nel fodero (Gv 18:11).
Gesù si rifa qui a un detto proverbiale ben noto in quel tempo contro la violenza che genera sempre altra violenza. Il vero eroismo non sta nello spianare le armi, ma nel proclamare, in questo mondo di violenza e di cattiveria, che Gesù, il disprezzato, è proprio il Dio vivente di cui il mondo ha bisogno. Per questa proclamazione, che va contro corrente ed è perciò accompagnata da difficoltà, abbiamo bisogno anche noi di una spada, ma di una sola: la Parola di Dio (Ef 6:17).
(4. continua)
Ezio Coscia
(Assemblea di Sestri Levante, Ge)