Il libro più antico della Bibbia, ma straordinariamente attuale

GIOBBE
Quarta parte: L’EPILOGO

Soltanto quando Giobbe tace e si dispone ad ascoltare la voce di Dio che gli parla, ritrova la pace. L’epilogo della sua sofferta vicenda è dato dalla scelta di Dio di rivelarglisi per guidarlo ad avere in lui una fede più consapevole e più sicura.


Perché servire Dio?

Il libro di Giobbe non si presta bene per uno studio esegetico. Dei suoi 42 capitoli, più della metà trattano ripetitivamente (un po’come il famoso Bolero di Ravel) un argomento: la ribellione di Giobbe. Naturalmente questo tipo di lettura renderebbe molto pesante lo studio esegetico. Per questo stesso motivo salto come un canguro i capitoli, tralasciando tutte le meravigliose sfumature teologiche di gran rilievo che vi sono.
Consiglio comunque di leggere tutto questo libro, anche se non si è nel giusto stato d’animo per apprezzarne completamente la profondità; son cose che, certamente, al momento opportuno, ricorderemo!
Parlando di Giobbe, lo ricorderete certamente, porsi un interrogativo: “Cosa ci spinge, come credenti, ad avere una vita onesta, spiritualmente corretta e di ubbidienza al Signore?” Non so quanti di voi abbiano dato una risposta a questa domanda ma, lo dico con rossore, quando ho risposto io, ho scoperto che in fondo servivo Dio per ricevere la sua stima, il suo rispetto, la protezione per la mia anima e per il mio corpo; insomma per avere da Dio un occhio di riguardo alla mia vita! “Che stupido – mi sono detto – ho peccato di concussione, proprio con il Creatore! Peggio non avrei potuto fare! Meriterei di essere severamente punito!”
Queste sono le implicazioni di un approccio errato con Dio! Non si può amare Dio per semplice speculazione!
Non ho valutato chi è Dio e chi sono io! Egli è tutto, io sono nulla; egli è il Creatore, il Dio onnipotente, il Signore del cielo e della terra; io una misera creatura: potrei essere un giocattolo nelle sue mani, senza alcun diritto e valore! D’altra parte, non è vero che Giobbe riceveva delle elargizioni da Dio, il Signore non si è impegnato con Giobbe a dargli il contraccambio per la sua onestà; probabilmente la sua prosperità derivava proprio dalla sua vita sana e corretta: Giobbe era un uomo giusto per davvero! Infatti, è scritto che il Signore disse ad uno degli amici di Giobbe, Elifaz di Teman: “L’ira mia è accesa contro te e contro i tuoi due amici, perché non avete parlato di me secondo la verità, come ha fatto il mio servo Giobbe” (42:7). Giobbe aveva ragione perché la sua fede era fondata in un Dio giusto, anche se non lo conosceva ancora perfettamente; ed egli stesso cercava di imitare quella giustizia nella sua vita.


Un uomo disperato, ma
assetato di giustizia e di verità

Nell’impossibilità di dimostrare verbalmente la sua innocenza, e nell’assenza di suggerimenti, da parte dei tre amici, che lo convincessero della giustizia di Dio, Giobbe vuole lasciare uno scritto in sua difesa, il racconto di quanto gli è capitato, affinché un giorno, le generazioni future, gli rendano giustizia alla memoria (19:24-25).
Egli testimonia di avere pure intuito l’esistenza la vita dopo la morte. Dice: “E quando, dopo la mia pelle, sarà distrutto questo corpo, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò a me favorevole; lo contempleranno gli occhi miei, non quelli d’un altro... il cuore, dalla brama, mi si strugge in seno!” (vv. 25-27).
È sorprendente. Giobbe ha fede nella risurrezione e nell’immortalità dell’anima, lo Spirito Santo gli ha anticipato questa rivelazione che sarebbe divenuta una dottrina conclamata migliaia d’anni dopo... dopo la risurrezione di Cristo. E Giobbe arriva a sperare di avere giustizia nell’altra dimensione della vita! Giobbe ha una gran sete di giustizia!
Il libro di Giobbe testimonia come Dio si riveli progressivamente, e anche come un credente talvolta deve “lottare” per conoscere la verità e giungere ad una fede chiara e limpida. Dio poteva rivelarci tutto il mistero della vita umana e divina fin dal principio, ma in pratica, ha seguito una via ascendente, come il seme che si va sviluppando, a poco a poco, e ha percorso un cammino lungo e laborioso, rivelandosi progressivamente. Giobbe non è stato privato solo delle sue mandrie di buoi, delle sue greggi, dei suoi cammelli, dei suoi servi e dei suoi figli; non é solo stato ferito nella sua integrità fisica, dalla sofferenza e dalla malattia corporale; non ha solo subito l’incomprensione della moglie e degli amici. II dolore di Giobbe è stato molto più profondo, perché egli si è sentito abbandonato, soprattutto da Dio. Il dolore di Giobbe non è solo fisico, è di ordine metafisico, esistenziale.
Il cap. 31 costituisce il punto culminante delle rimostranze di Giobbe, ancora tormentato dai suoi amici, ognuno dei quali, secondo il proprio stile, riconferma la propria tesi, cioè che le contrarietà e le disgrazie che hanno colpito Giobbe, dimostrano che lui paga per i suoi peccati: il giusto – dicono – non può essere castigato da Dio; e Giobbe, dal canto suo, proclama con forza la sua innocenza, arrivando fino ad accusare Dio d’essere prepotente e arbitrario.
Ormai Giobbe è disperato, il suo equilibrio non è più perfetto. Le sue reazioni pendolano da un estremo all’altro. A volte, la vita gli pare insopportabile, desidera morire al più presto per riposarsi tranquillo nel silenzio dello sheol; vorrebbe non essere mai nato (3:20-23); altre volte gli pare che i giorni corrono troppo in fretta e il pensiero della morte lo spaventa: “I tuoi occhi saranno su di me e io non sarò più”. (7:8)
Giobbe è un credente, ma si ribella perché non riesce a spiegarsi il problema della giustizia di Dio, del giusto che soffre; è all’apice della crisi, ma conserva ancora solida, la sua fede. Qui appunto sta tutta la tensione del libro: “Come armonizzare la fede in un Dio giusto col problema del male?”
Sì, la speranza consola, ma non spiega la sofferenza. Infatti, la croce, purtroppo, continua a essere “scandalo e pazzia”; e, nella sofferenza, molte volte, in un grido d’angoscia, anche noi continuiamo a chiedere a Dio, con Giobbe, e le parole di Gesù: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
È vero, il Vangelo illumina, ma non sopprime il mistero del dolore, della sofferenza e delle ingiustizie; non fa scomparire le lacrime dagli occhi nostri, anche se Cristo le asciuga attraversando i cuori.
In realtà, fin qui non si é giunti a nessuna soluzione concreta. Gli amici di Giobbe si sono arenati sulle loro posizioni iniziali e cosi ha fatto anche Giobbe. Sembra che tutti abbiano ragione. Nessuno ha ceduto un palmo del suo terreno, di conseguenza, il giudizio è rimasto in alto mare.
Giobbe termina il dialogo con i suoi amici con una vera requisitoria sotto giuramento sul suo comportamento che considera onesto ed innocente..La condotta morale di Giobbe, cosi come è descritta (cap. 31), è d’una tale purezza, che pare raggiunga la perfezione evangelica. Dobbiamo riconoscere che siamo lontani da Giobbe e non possiamo confrontarci con lui!


L’intervento di Elihu,
prologo all’epilogo

Il libro di Giobbe parla di tre amici, ognuno dei quali ha parlato tre volte e per tre volte Giobbe ha risposto a ciascuno dei tre. La composizione sembra perfetta.
Ma ora appare una nuova figura: Elihu (cap. 32); si tratta di un quarto amico, venuto probabilmente con gli altri tre. Non è menzionato forse perché era il più giovane, una figura minore; avrà presenziato tacendo a tutti i dialoghi che ci sono stati tacendo, non poteva esprimere la sua opinione alla presenza di uomini autorevoli quali erano Elifaz, Zofar e Bildab, maturi di età, di conoscenza ed esperienza. A differenza dei tre, che accusavano Giobbe di peccati occulti, Elihu (capp. 32-37) fa un discorso che è alquanto diverso dai discorsi degli altri tre: il suo è infatti più consolante, più veritiero, dà l’idea che la sofferenza sia destinata a disciplinare l’anima, perciò, anche lui invita Giobbe a sottomettersi fiducioso alla volontà di Dio, confidando nella sua giustizia. Ma c’è di più, intravede la necessità e la possibilità di un “mediatore” (33:19-29) di uno che interceda in modo speciale per il riscatto dell’anima, una cosa che accadrà molto tempo dopo, quando Dio stesso in Cristo s’incarnerà per essere il Salvatore di quelli che avranno fede in Lui. Ma per quanto Elihu possa essere stato più veritiero e spirituale, fa la mede-sima apologia di Dio e dell’ordine stabilito fatta da Elifaz, Bildad e Tsofar. Il suo discorso non aggiunge nulla a quanto hanno già detto i tre amici. Infatti, è il Signore stesso che irrompe ed interrompe Elihu mentre parla: “Chi è costui che oscura i miei disegni con parole prive di senno?”


Parla il Signore!
Giobbe in silenzio...

Ora parla il Signore. Fino ad ora ha avuto la pazienza di ascoltare tutti quelli che si sono alternati nei loro discorsi; ora lo fa lui e con voce tuonante!
Elihu stava dicendo cose stupende, ma per quanto noi uomini possiamo sublimare con i nostri pensieri l’Onnipotente, lui dice: “Oscurate i miei disegni!”. Quale responsabilità quando parliamo di Dio! Facciamo attenzione: possiamo oscurare i suoi disegni!
Dal capitolo 38 inizio l’epilogo della storia di Giobbe. Fino ad ora Giobbe si era appellato al giudizio di Dio: “Oh, avessi pure chi m’ascoltasse!... ecco qua la mia firma! L’Onnipotente mi risponda! Scriva l’avversario mio la sua querela, ed io la porterò attaccata alla mia spalla, me la cingerò come un diadema! Gli renderò conto di tutti miei passi…” (31:35-37). L’appello di Giobbe sembra una sfida, riteneva Dio suo avversario. Ora Dio risponde alla sua ribellione, (13:15; 16;18-21; 23:2-6; 31:35-37), e lo fa senza dare alcuna spiegazione! Egli non deve dare spiegazioni ad alcuno, Giobbe dovrà solo dedurle e accettarle e lo farà! Ecco cosa fa il Signore: gli risponde con delle domande. Fa passare sotto i suoi, come fosse un documentario inedito, le opere della creazione. La risposta di Dio è una specie d’interrogatorio ironico, cerca di suscitare in Giobbe una coscienza d’impotenza e ignoranza: “Cingiti i fianchi come un prode; io ti farò delle domande e tu, insegnami! Dov’eri tu quando io fondavo la terra? Dillo, se hai tanta intelligenza” (38:3-4); poi descrive poeticamente le meraviglie dello spuntare dell’alba (38:12-15), poi ancora, chiede cosa sappia dell’immensità e le dimensioni del cosmo (vv. 16-21). Giobbe è confuso (39:33-35): “Sarebbe capace di far sorgere il sole come fa Dio ogni mattina?”. Quando l’uomo considera l’infinito, si sente piccolo, limitato, …impotente! “Chi conosce le dimore della luce e delle tenebre, le vie seguite dall’una e dalle altre quando si ritirano dopo aver compiuto la loro missione?” Con tono ironico, il versetto 21 mette a nudo la realtà dell’uomo, limitato nell’intelletto, limitato nel tempo, e infinitamente piccolo nello spazio!
Giobbe che ha discusso e battagliato con gli amici e ha accusato Dio d’ingiustizia ora tace, rinunzia a parlare. Alla luce di quello che Dio ha detto, riconosce che i suoi argomenti non hanno consistenza, che per lui, è più saggio tacere, si sente confuso e ha la sensazione d’aver peccato d’audacia e d’insolenza. E con questo tono, il Signore continua finché Giobbe crolla del tutto!
Di fronte alla grandiosità, alla trascendenza dell’opera divina, resta senza fiato, senza poter replicare. È umiliato, annichilito; il risultato di questa situazione è una commovente e profonda conversione. Probabilmente, quelle parole deve averle dette tremando: “Ecco, io sono troppo meschino; …che ti potrei rispondere? …Io mi metto la mano sulla bocca. …Ho parlato una volta, ma non riprenderò la parola due volte, …non lo farò più” (40:4-5). Che lui non abbia potuto rispondere, non importa: egli finalmente ha sentito Dio vicino a sé, ha udito la sua voce, s’è incontrato con lui.
Dio ha vinto la causa, ma Giobbe non l’ha persa; ha compreso che quello che Dio fa è perfetto in ogni caso!
Le parole di Giobbe (42:1-6) mostrano i segni di una vera conversione!
«Io riconosco che tu puoi tutto, e che nulla può impedirti d’eseguire un tuo disegno. Chi è colui che senza intendimento offusca il tuo disegno? Sì, ne ho parlato; ma non lo capivo; son cose per me troppo maravigliose ed io non le conosco.” Giobbe ha compreso la sua ignoranza e ora vuole essere istruito da Dio: “Deh, ascoltami, io parlerò; io ti farò delle domande e tu insegnami!; poi confessa che aveva servito un Dio che non conosceva: “Il mio orecchio aveva sentito parlar di te ma ora l’occhio mio t’ha veduto. Perciò mi ritratto, mi pento sulla polvere e sulla cenere”.
Davanti alle meraviglie della creazione che Dio aveva mostrato, Giobbe aveva detto: “Io sono troppo meschino» (40:3).
In questa seconda confessione, Giobbe non solo riconosce le sue leggerezze e i suoi limiti, ma riconosce la sapienza e l’onnipotenza di Dio giungendo alla vera conoscenza, entrando così nella fede vera e sincera.


C’è risposta alla sofferenza?

“Il mio orecchio aveva sentito parlar di te ma ora l’occhio mio t’ha veduto”.
Queste sono le parole-chiave che rivelano il profondo cambiamento che ha prodotto in Giobbe la conoscenza di Dio.
Giobbe passa attraverso tre fasi spirituali:
Un atteggiamento di disponibilità e di totale conformità alla volontà di Dio (capp. 1-2): “Nudo uscii dal seno di mia madre e nudo vi ritornerò. II Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore” (1:21): un atteggiamento profondamente religioso, ma passivo.
Un atteggiamento di polemica: non viene meno la fede, né si lamenta per i dolori che soffre, ma contesta Dio perché i giusti e gl’innocenti soffrono e si ribella contro le soluzioni troppo facili che gli danno i suoi amici, arrivando quasi ad accusare Dio di essere prepotente e arbitrario.
Una profonda trasformazione provocata dalle parole del Signore. Non è più l’atteggiamento passivo degli inizi né la ricerca angosciosa della giustizia, avvolta nelle tenebre dei dialoghi con i suoi tre amici, ma è la serenità, la pace di chi ha sperimentato la conoscenza di Dio!
La soluzione che il libro di Giobbe dà al problema del giusto che soffre, e del male in generale, non è una soluzione teorica e speculativa, ma sperimentale ed esistenziale. Nel suo intervento Dio non ha accennato minimamente al problema posto da Giobbe, si è limitato solo a rivelarglisi: questo è bastato perché Giobbe si acquietasse!
Il vantaggio che noi abbiamo rispetto a Giobbe, è che noi conosciamo il mistero del Dio fatto uomo, del Giusto, di Gesù, dando l’ultima lezione a due suoi discepoli, sulla via di Emmaus, prima di lasciarli disse: Non bisognava che il Cristo soffrisse queste cose ed entrasse nella sua gloria?” (Lu 24:45-46). Perché “bisognava”? Lo scopo della sofferenza di Cristo era la redenzione dei credenti.
In Cristo, la sofferenza ha trovato finalmente una risposta: la redenzione delle anime nostre mediante la fede in lui!

(4. fine)

Michele Mascitti
(Assemblea di Pescara)