EDITORIALE

“Cristo”? un idolo!
     


      Mi è capitato più volte, negli ultimi mesi, di sentire commenti lusinghieri anche in ambito evangelico in relazione agli appelli ripetuti in più occasioni dal nuovo pontefice ad “aprire il cuore a Cristo”, appelli che si erano sentiti più volte anche sulla bocca del suo predecessore. Quando si sente parlare di “centralità di Cristo” o del “bisogno dell’uomo di guardare a Cristo”, è possibile rimanere colpiti positivamente. Non è, questo, lo stesso messaggio che anche noi annunciamo? Non andiamo anche noi sulle piazze, per le strade e sotto le tende ad annunciare che gli uomini hanno bisogno di Cristo e che, se vogliono davvero conoscere il dono di una vita purificata e rinnovata devono convertirsi ed aprire il loro cuore a lui? Che finalmente anche a Roma qualcosa o qualcuno si stia muovendo verso nuove direzioni?
      Purtroppo, niente di tutto questo. Infatti, se andiamo al di là delle parole in sé pur belle e se scopriamo l’intenzione e l’obbiettivo che i due pontefici in questione hanno avuto nel pronunciarle, ci rendiamo conto che esse hanno un significato ben diverso da quello che noi normalmente pensiamo. L’intenzione è quella di chiamare i fedeli ad accostarsi all’eucarestia, nella quale “è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo” (art. 1324 Catechismo Chiesa Cattolica). È nell’eucarestia che Cristo si rende presente nella Chiesa ed è quindi attraverso l’eucarestia che è possibile riceverlo nel cuore. “Aprite i cuori a Cristo” equivale quindi a dire: “Accostate i cuori all’eucarestia!”. L’obbiettivo è invece quello di legare le persone alla Chiesa. Se infatti “Cristo è racchiuso nell’eucarestia” e se l’eucarestia è patrimonio della Chiesa che la possiede e la dispensa, è ovvio che per ricevere Cristo occorra entrare a far parte della Chiesa. Scopriamo così che, quando si parla di “centralità di Cristo”, in realtà si ha in mente “la centralità della Chiesa”, che lo “racchiude” e lo “dispensa”. Il “Cristo” al quale si invita ad aprire il cuore e ad accostarsi è in realtà un oggetto, un idolo, un feticcio.
      Qualche sera fa le campane del mio paese suonavano a distesa, in modo davvero inusuale. Ho scoperto qualche giorno dopo che quella sera era in programma un incontro di “adorazione dell’eucarestia”: tutti in ginocchio – immagino – a pregare davanti al cosidetto “santissimo”! Che tristezza!
      Dopo la risurrezione di Gesù, due discepoli lo riconobbero nel momento in cui “prese il pane, lo benedisse e lo spezzò”, ma quando Gesù scomparve alla loro vista, pronunciarono queste note parole: “Non sentivamo forse ardere il nostro cuore dentro di noi mentre egli ci parlava per via e ci spiegava le Scritture?” (Lu 24:30-32). Si rammaricavano perché i loro cuori non si erano infiammati durante l’ascolto della Parola, ma non fanno alcun accenno al momento della rottura del pane, dell’eucarestia! È l’ascolto della Parola che fa ardere i cuori: è attraverso l’ubbidienza ad essa che i cuori possono aprirsi a Cristo, per essere purificati, trasformati e radicalmente rinnovati. In quello stesso racconto Luca ci ricorda che Gesù, “cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture le cose che lo riguardavano” (24:27) e che più avanti ricordò ai discepoli: “Queste sono le cose che io vi dicevo quand’ero ancora con voi, che si dovevano compiere tutte le cose scritte di me nella legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi” (24:44). Cristo si rivela a noi come il Vivente, e cessa così di essere “un idolo”, soltanto quando lasciamo che egli parli ai nostri cuori attraverso la sua Parola illuminata dalla convinzione dello Spirito Santo. È ascoltando la sua Parola che i cuori si aprono a lui per accoglierlo e per donargli la centralità nella propria vita.
      È la stessa Parola che illumina la nostra mente e ci guida a discernere che parole giuste nascondono un significato errato. Di questo discernimento abbiamo oggi quanto mai bisogno!

Paolo Moretti