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EDITORIALE
fatti non parole!
Da sempre mi ha affascinato la figura di Giuseppe di Arimatea, luomo che svolse nei confronti del Signore Gesù le funzioni di un moderno agente di pompe funebri: infatti prelevò il cadavere, ne ebbe cura comprando un lenzuolo ed avvolgendovelo, cercò un sepolcro mettendo a disposizione quello che aveva quasi certamente preparato per sé stesso e ve lo depose con premura ed attenzione. Le parole usate dai quattro evangelisti ci rivelano una delicatezza ed una dolcezza esemplari nello svolgere questo compito, ma anche coraggio e determinazione. Infatti, a differenza di quanto accade ai necrofori oggi, Giuseppe non fu chiamato dai familiari del morto e neppure dai suoi amici, resisi latitanti per la paura di fare la stessa fine del loro Maestro. Egli svolse questo servizio in modo del tutto volontario, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Il suo fu un gesto di rispetto e di amore: mal sopportava lidea che il corpo delluomo che aveva ascoltato, seguito ed amato rimanesse per ore e ore esposto sulla croce allesecrazione popolare, per poi essere gettato come un qualunque malfattore in una fossa comune. Egli si presentò per svolgere questo servizio da solo, trovando allultimo momento una inattesa collaborazione, quella di Nicodemo. Membro del Sinedrio il primo (sicuramente assente al momento della condanna a morte di Gesù), fariseo e uno dei capi dei Giudei il secondo. Insiemeessi presero il corpo e lo avvolsero in fasce. Una coppia indubbiamente insolita e sorprendente! Ci saremmo aspettati di trovare là, ad onorare il corpo di Gesù, Pietro, Giacomo, Giovanni e gli altri discepoli. Invece, chi troviamo? Giuseppe e Nicodemo!
Sul Golgota avviene un fatto singolare e difficile da comprendere: due uomini che, per il loro ruolo e le loro responsabilità religiose e politiche, avevano vissuto segretamente la loro relazione con Gesù vivo, ora si decidono a vivere pubblicamente questa relazione con Gesù morto. Esattamente il contrario di quanto stava accadendo in quelle stesse ore ai discepoli che, dopo avere vissuto pubblicamente la loro relazione con Gesù mentre egli era ancora in vita, ora che è morto la stanno vivendo segretamente! È come se la morte di Gesù avesse dato uno straordinario coraggio a Giuseppe e a Nicodemo ed avesse invece reso timorosi e vili gli undici. Giuseppe, fattosi coraggio, si presentò a Pilato, non ebbe cioè timore di esporsi, pur se fino a quel momento erano rimasto discepolo in segreto per timore dei Giudei. Il timore era scomparso per lasciar spazio al coraggio e questo era accaduto in un momento in cui le circostanze e gli eventi avrebbero suggerito un atteggiamento esattamente opposto, come, ad esempio, quello dei discepoli che tenevano ben chiuse le porte del luogo dove si trovavano, per timore dei Giudei. Giuseppe aspettava il regno di Dio ma come poteva conciliare questa attesa e la speranza che la alimentava esponendosi ora come discepolo di un Re... morto!
Davanti a quel cadavere i discepoli avevano perso la loro speranza di liberazione e di regno (Lu 24:21). Perché invece la speranza di Giuseppe sembra esserne stranamente alimentata? Non è facile rispondere; di lui infatti non ci viene detto nientaltro, non ci viene riportata nessuna frase, nessuna parola, ma soltanto la descrizione di ciò che egli fece. Ma spesso, come in questo caso, i fatti parlano più delle parole. Sono i fatti a dirci che Giuseppe aveva scelto di rendere pubblica una relazione fino a quel momento segreta, perché sicuramente aveva la stessa certezza di uno dei due malfattori crocifissi e cioè che il Regno di Gesù avrebbe avuto un futuro anche al di là della sua morte. Quasi certamente non sapeva in quale modo, morto il Re, il Regno si sarebbe manifestato, ma sapeva che la preghiera venga il tuo Regno avrebbe avuto comunque una risposta positiva. Il suo coraggio ed il suo amore esemplari furono il frutto della speranza prodotta dalla fede.
Paolo Moretti
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