costretti




    EDITORIALE

     

      Conosciamo tutti l’episodio raccontato nei Vangeli sinottici che ha come protagonista una donna malata (“aveva perdite di sangue da dodici anni”) e disperata. Disperata perché aveva sofferto cocenti delusioni “da molti medici”, per colpa dei quali aveva speso “tutto ciò che possedeva” senza riceverne in cambio “nessun giovamento, anzi era piuttosto peggiorata”. La malattia la rendeva impura (Le 15:25-28), quindi la sua disperazione aveva il sovrappeso della solitudine e dell’emarginazione: non poteva frequentare nessuno né avvicinarsi a nessuno. Dopo aver sentito parlare di Gesù, la sua fiducia in Lui la rende determinata e coraggiosa: nonostante non potesse stare in mezzo alla folla e non potesse toccare nessuno, cosa fece? Andò dietro a Gesù proprio “tra la folla e gli toccò la veste”. Per la conoscenza che aveva della legge, sapeva che avrebbe reso impuri tutti quelli che avrebbe toccato, ma, mentre toccava di nascosto la veste di Gesù non era turbata dal timore di rendere impuro il Maestro, piuttosto era sorretta dalla convinzione che sarebbe stata guarita. Sapeva cioè che se lei, impura, avesse toccato il Puro, non lo avrebbe contaminato ma ne sarebbe stata purificata. Così accadde l’imprevedibile: fra la folla che andava dietro a Gesù, solo quella donna (l’impura che non avrebbe neppure dovuto esserci), ricevette i doni della salvezza e della guarigione, perché solo lei era andata dietro a Gesù non per curiosità ma per ricevere la risposta ai suoi bisogni.
      Quello che era accaduto fra lei e Gesù avrebbe anche potuto rimanere nella sfera intima del privato. La donna avrebbe potuto benissimo tornarsene a casa, felice perché “aveva sentito nel suo corpo di essere guarita da quella malattia”. Ma la domanda che Gesù rivolse a tutta la folla la bloccò: “Chi mi ha toccato le vesti?”. Fu Gesù che prese l’iniziativa di rendere pubblico, cioè di fare in modo che fosse conosciuto da tutti, ciò che era avvenuto. Egli cominciò a guardare “attorno per vedere colei che aveva fatto questo”. La donna sapeva bene di non poter sfuggire a quello sguardo, era certa del fatto che Gesù conosceva chi era e dove era. Così, pur se “paurosa e tremante”, uscì allo scoperto: “gli si gettò ai piedi e gli disse tutta la verità”.
Quale “verità”? “La verità” delle sue sofferenze, delle sue delusioni, della sua emarginazione, della sua condizione di donna impura, ma anche “la verità” della sua fede che l’aveva condotta ad andare da Gesù e che l’aveva spinta a toccarlo e, soprattutto, “la verità” della sua gioia per essere stata salvata e guarita! Certo non è pensabile che la folla si fosse improvvisamente dileguata; la folla era là a raccogliere e ad ascoltare quella “verità”: la struggente ma gioiosa testimonianza di una donna la cui vita era stata completamente rinnovata dall’incontro con Gesù. Non sappiamo se la donna avesse sentito nel suo cuore il desiderio di andare pubblicamente da Gesù per ringraziarlo di quanto aveva da Lui ricevuto, sappiamo che fu costretta da Gesù ad uscire alla scoperto: lo sguardo d’amore di Cristo la liberò dalla paura.
      Ancora oggi Gesù vuole che la nostra relazione con Lui esca dalla sfera intima del privato per essere resa pubblica, visibile agli altri. La salvezza e la guarigione interiore che Egli ha operato nella nostra vita, dal momento in cui la fede in Lui ci ha spinto a toccarlo, rappresentano “la verità” da testimoniare agli altri: ero malato ed Egli mi ha guarito, ero impuro ed Egli mi ha reso puro, ero perduto ed Egli mi ha salvato, ero disperato ed Egli mi ha donato speranza! Paolo dichiarò di essere costretto dall’amore di Cristo ad annunciare a tutti l’Evangelo. L’amore di Cristo fece vincere alla donna la paura di essere scoperta, l’amore di Cristo spinge anche noi ad essere suoi testimoni: costretti, sì, ma non per forza: piuttosto, per amore.

Paolo Moretti