|
Sono un pluri-miracolato
LA POTENTE MANO DI DIO SU UN
SUO GIOVANE FIGLIO Quando affidiamo la nostra vita nelle mani del Signore, ci accorgiamo che Egli la guida e la protegge, a volte anche in modo sorprendente. I suoi interventi incoraggiano sempre la nostra fede, la nostra lode e la nostra consacrazione! Rimproveri di Gesù Non essere incredulo, ma credente! (Gv 20:27). È la famosa esortazione (ammonizione? sentenza?) rivolta al proverbiale Tommaso da Gesù risorto, apparso la seconda volta ai discepoli nel loro rifugio. Non è la prima volta che Gesù rivolge moniti simili ai suoi, ma è comunque l'ultima di una serie pronunciata durante la sua missione terrena: o Quando il padre di un bambino indemoniato si era rivolto ai discepoli di Gesù ed essi non erano riusciti a guarirlo, Gesù aveva detto loro: O generazione incredula e perversa! (Mt 17:17; Mr 9:19; Lu 9:41). Parole dure! o Ai discepoli, che nella tempesta temevano di affondare, Egli aveva detto: Dov'è la vostra fede? (Mt 8:23-27; Lu 8:22-25). o Persino Pietro non era stato risparmiato da un rimprovero simile: quando aveva voluto camminare sulle acque incontro a Gesù e, intimorito dal vento, stava per affondare, Gesù gli aveva detto: ...uomo di poca fede! (Mt 14:31). Eppure erano dei credenti! Avevano lasciato ogni cosa per seguire Gesù. Erano tutti suoi discepoli, Lo chiamavano Maestro, Signore e proclamavano che Egli era il Messia! Nei miei primi passi di giovane credente, queste considerazioni suscitarono in me dapprima perplessità, poi riflessioni: quante volte il credente è costretto a rivolgersi a Dio con queste parole: Io credo, Signore, sovvieni alla mia incredulità!, come disse il padre del ragazzo indemoniato? Quante volte egli si trova in quella posizione oscillante fra essere credente e non vivere da credente, avere fede e non viverla, cioè non metterla in pratica, come denuncia Giacomo nel primo capitolo della sua incisiva epistola! Faccio ancora una premessa: il miracolo più grande, di cui godono tutti i santi, il Signore lo ha fatto prendendo il mio posto sulla croce per riscattarmi dai peccati, trasformandomi da peccatore perduto a peccatore perdonato, da figlio di Adamo a figlio di Dio Onnipotente, Creatore e Signore d'ogni cosa. Senza quel miracolo, io non sarei qui a parlarvi degli altri miracoli! Avevo quasi diciotto anni quando chiesi il battesimo; credevo nel Signore e Lo amavo dall'infanzia, ma mi mancava quel passo. Ruppi gli indugi, anche considerando che presto mi avrebbe chiamato la Marina perché già si addensavano le nubi di una guerra imminente: sarei stato allontanato dalla famiglia e dalla fratellanza e necessitava un mio atto definitivo e chiaro di dipendenza e appartenenza a Dio, il solo che poteva darmi tanto e molto di più dei cari che lasciavo. Col battesimo ho testimoniato di aver ricevuto l'unzione dello Spirito Santo e l'introduzione ufficiale nella famiglia dei santi del Signore, con la gioia di sentirmi in contatto diretto con Dio in ogni momento e sotto la sua tutela. La mano di Dio su di me Nell'aprile del 1939 ero già in Marina e a dicembre dello stesso anno ero a Valona, nell'Albania da poco occupata dall'Italia. A giugno del '40, l'Italia dichiarò guerra alla Grecia: in Albania noi fummo subito coinvolti perché l'Inghilterra soccorse la Grecia e noi cominciammo subito ad essere continuamente bombardati dagli aerei inglesi. Io, sentendomi protetto dalla mano del Padre, rimanevo sereno in ogni circostanza. È da allora che avvennero dei fatti comprovanti che Dio, a cui mi affidavo costantemente e con cui conversavo a qualunque ora, teneva la sua mano su di me. La mia qualifica e mansione era autista; lo avevo insistentemente chiesto, e poi ottenuto, perché ero informato che con tale mansione non avrei dovuto combattere contro il mio prossimo (gli obiettori in guerra venivano fucilati). È con la qualifica di autista che fui mandato alla guida dei mezzi logistici assegnati al Distaccamento Marina di Valona. Un giorno, come ogni mattina, dovevo andare col camion e quattro marinai di comandata a prelevare viveri freschi in città. Poiché il Distaccamento era sulla litoranea a est del pontile del porto e la strada per Valona partiva invece dal porto in direzione Nord, per andare in città dovevo giungere a un bivio tangenziale fatto a T e svoltare a destra. Ero proprio giunto a quel bivio quando arrivarono gli aerei e, prima di rendermene conto, le mie mani avevano girato il volante a sinistra anziché a destra. Subito dopo sentii un'esplosione dietro di me e l'onda d'urto spostò persino il camion di traverso. Appena sceso, mi resi conto che quel mio gesto inconsulto aveva salvato la vita mia e quella dei quattro marinai: alla destra del bivio, alla stessa distanza di dove ero giunto io sulla sinistra, c'era una voragine! Se avessi girato a destra, come di consueto, saremmo stati ridotti in briciole io, il camion e i miei commilitoni! La mano di Dio, a cui mi affidavo ogni giorno, aveva guidato le mie mani. Un caso analogo avvenne quando ero sulle alture, presso una batteria contraerea, mentre questa sparava ininterrottamente contro gli aerei incursori. Io stavo in posizione arretrata, in piedi presso una roccia, ad osservare con la mia solita serenità. Improvvisamente, e contro la mia volontà, mi trovai buttato a terra e, nello stesso istante, sentii un colpo secco sulla parete della roccia. Quando mi rialzai, domandandomi che cosa mi avesse mandato a terra, mi ricordai di quel colpo secco e vidi che nella roccia, all'altezza della mia testa, vi era un grosso buco e che in terra vi era un proiettile inesploso da 40 millimetri, di quelli sparati dai cannoncini rapidi della nostra stessa contraerea. Capii allora che era stata la mano di Dio a buttarmi a terra! Poiché al Distaccamento ero l'unico autista, la mole di lavoro era considerevole: non solo dovevo approvvigionare il Distaccamento stesso, ma anche le batterie contraeree sulle alture ed una pesante costiera, piazzata sul promontorio di fronte all'isola di Saseno, nonché le stazioni di vedetta. Inoltre, con l'autobotte, dovevo provvedere l'acqua, con la vettura portare ufficiali e sottufficiali e, se necessario, usare una camionetta o un trattore cingolato. La mole di lavoro era tale che non bastava la giornata per svolgerlo e, quindi, spesso dovevo viaggiare anche di notte, con i fari oscurati, su strade sassose e scoscese, così impervie da essere difficili anche di giorno, specie quella che, lungo la costiera adriatica, portava alle vedette disseminate fino ai confini con la Grecia. Una notte stavo appunto tornando da una di quelle vedette distanti ed ero stremato dalla stanchezza; giunsi a una cava di pietre che distava 20 chilometri dal Distaccamento: quelle pietre sono le ultime cose che ricordo perché da quel momento persi conoscenza. Fui risvegliato dalla tromba della sveglia del Distaccamento e mi trovai sdraiato nella mia branda ancora vestito; il camion era regolarmente posteggiato al solito posto. Cercai ed interrogai chi era di sentinella notturna e questi mi rispose: Tutto regolare: sei giunto prima delle quattro, ho riconosciuto il tuo camion, che s'è fermato davanti al «cavallo di frisia» (barriera mobile con reticolati): te l'ho aperto, tu sei entrato, hai posteggiato, sei sceso e sei entrato nella baracca-dormitorio. Chi mi aveva guidato in quegli ultimi venti chilometri? Chi mi aveva accompagnato in branda quella notte? Se credi, vedrai la gloria di Dio (Gv 11:40); Ogni cosa è possibile a Dio e ogni cosa è possibile a chi crede (Mr 9:23). Gloria e grazie Gli siano rese! Un prodigio umanamente inspiegabile Ma la mia esperienza fatta in quella settennale lontananza non si ferma a questi episodi; anzi questi passano in seconda linea rispetto al prodigio che poi, in tempi ben più cruciali, fu compiuto dall'amato Padre in mio favore. In data 8 settembre 1943, il governo Badoglio firmò l'armistizio con gli alleati anglo-americani e, senza emanare ordini alle forze armate, fuggì con il re, lasciando i Comandi disorientati e tutta la nazione, eccetto il sud, in balia dei tedeschi, fino al giorno prima nostri alleati ed ora furibondi per il tradimento. Io ero ancora a Valona. I tedeschi, approfittando del fatto che anche il nostro Comando, come tutti gli altri (erano abituati a non muovere una matita senza che avessero ordini scritti e riconfermati dall'alto), non sapeva che pesci prendere e ci diceva di non reagire, ci disarmarono e ci trasportarono in Germania per adibirci ai lavori forzati: fummo internati nei campi di concentramento disseminati nel loro territorio vicino ai posti di lavoro. Il trattamento era inumano: non si trattava solo di dover lavorare dodici ore al giorno, ma ci davano come cibo poca brodaglia, lasciandoci mal vestiti con temperature invernali che scendevano a -12°C. Inoltre ci bastonavano senza un motivo. I più crudeli erano i Kapò, rinnegati messi a sorvegliare i loro compagni e che, pur di essere esentati dal lavorare e avere un pasto migliore, erano pronti a tutto. Malgrado tutto ciò, io ero sempre sereno: non mi turbavano le bombe (ero in un rione nord-orientale di Berlino) che piovevano a tappeto giorno e notte e neppure le condizioni di estrema indigenza; mi faceva più male la crudeltà immotivata. Un giorno, dopo l'ennesima e ingiusta bastonatura, s'infranse la mia serenità e mi rifugiai, piangendo, in un angolo. Alzai la voce a Dio gridando: Padre, non ne posso più; a qualunque costo, portami via di qui!. Egli provvide subito. Solo in tre modi si poteva uscire da quella schiavitù infernale: 1°: accettando di combattere con i nazi-fascisti; 2°: morendo, e tanti furono liberati in quel modo; 3°: ammalandosi gravemente, sì da non essere più utilizzabili. Il Padre scelse il terzo modo: ebbi una emottisi. Mi portarono dove c'era un lazaretto per prigionieri e lì mi fu fatta una radiografia che evidenziava una lesione al polmone sinistro. Venni per qualche tempo ricoverato in quella struttura e, in seguito, con altri connazionali malati, trasferito a Perleberg, a metà strada fra Berlino e Amburgo, dove c'era un baraccamento che ospitava duecento internati italiani malati come o peggio di me. Poiché i tedeschi non volevano mantenerci gratis, un'ottantina di noi fu in seguito rimpatriata (gli altri erano già morti o erano troppo gravi per sopportare il trasferimento) ancor prima che finisse la guerra. Fui ricoverato prima a Bergamo poi a Lecco e, dovendo curarmi meglio, mi mandarono a Pineta di Sortenna (Sondrio) nel sanatorio Ausonio Zuliani. Diagnosi: Ulcero-caseosi (ampia ombra cavitaria) al lobo superiore sinistro. Successivamente si aggiunse la pleurite essudativa perché il pneumotorace terapeutico mi faceva più male che bene a causa delle molte aderenze parenchimali. Un giorno un medico mi disse: Hai una caverna grande come una mela. E a quei tempi non esistevano ancora le medicine che hanno poi svuotato i sanatori. Dopo un certo tempo, venne mio fratello Pierino a visitarmi e mi disse: Secondo Giacomo, l'infermo deve chiamare gli anziani che preghino per lui ungendolo d'olio nel nome del Signore e la preghiera della fede lo salverà è il Signore lo guarirà. Di questi tempi far ciò è impossibile, ma sono convinto che, date le circostanze, se tu credi possiamo avere l'esaudimento lo stesso. Io risposi: Credo. Mio fratello si inginocchiò e si piegò su di me, che ero a letto; pregò per primo e poi pregai io. Alla fine, una gioia prorompente ci prese entrambi; ridevamo e c'abbracciavamo lodando il Signore, sicuri dell'esaudimento. Pochi giorni dopo mi fecero il periodico controllo radioscopico: il radiologo andò in tilt. Mi rigirò in tutte le proiezioni sullo schermo, bombardandomi di radiazioni. Poi andò a prendere le lastre di poco tempo prima e me ne fece delle nuove uguali... Risultato: della caverna nessuna traccia. Il polmone era pulito come nuovo! Lode a Dio! I medici dissero poi (ed era questo che li trasecolava) che, in caso di guarigione di una caverna simile, doveva comunque restare la cicatrice, cioè una fibrosi dei tessuti risanati: nel mio caso, invece, il polmone è come non fosse mai stato malato! Dio non fa le cose a metà: Egli il male lo cancella! Quando Gesù disse al lebbroso: Lo voglio, sii purificato, il lebbroso fu guarito all'istante (Mt 8:1-3; Lu 5:12-13); e i dieci lebbrosi non furono ugualmente nettati mentre, ubbidendo Gesù, s'incamminavano per andare al tempio? Tutte le sue guarigioni furono istantanee e complete (la pelle tornava come quella di un bimbo)! Persino il medico del reparto, che aveva sempre resistito ai miei tentativi di evangelizzazione, vantandosi di essere ateo, confrontando le lastre era attonito al punto che gli sfuggì, al termine di esclamazioni superlative: Sembra quasi un miracolo! E ricevette di rimando la mia risposta: È un miracolo!. Quel medico ci aveva visto pregare e, alle sue rimostranze, avevo già dovuto dire che pregavamo Dio per la mia guarigione e ora egli stesso poteva constatare scientificamente il risultato. Da allora sono stato ricoverato molte volte per altri problemi comuni a chiunque, ma mai più per i polmoni; tutte le volte che, durante gli accertamenti pre-operatori di prammatica, mi facevano i raggi X al torace (in anamnesi risultava ovviamente quel precedente) veniva poi un medico a chiedermi: È proprio sicuro di aver avuto la caverna?. Altre occasioni per testimoniare dell'onnipotenza di Dio e per evangelizzare! Occorre parlare anche di un particolare molto importante: quella che i benpensanti chiamano telepatia è invero, tra credenti, un'autentica comunione spirituale. Quando, in seguito, raccontai alla mia famiglia del momento in cui invocai: A qualunque costo, portami via di qui, mia mamma mi disse che quello stesso giorno e a quell'ora lei si era sentita particolarmente angosciata per me e che aveva rivolto al Padre la stessa invocazione: A qualunque costo rimandamelo! . Eravamo quindi in due a chiedere l'intervento del Padre e, come già detto, Egli agì con l'espediente dell'infermità (il costo), per il mio rimpatrio. Quando poi ero in sanatorio e lo scopo era stato ormai raggiunto, alla seconda richiesta di guarigione presentata da Piero e da me, Egli non esitò a concederla. Qualche riflessione per concludere Gesù disse: Chiedete e vi sarà dato (Mt 7:7); Quello che chiederete nel nome mio, io lo farò (Gv 14:13). Occorre però avere il discernimento di chiedere in modo che la richiesta incontri il beneplacito di Dio. A tal motivo Giacomo c'avverte: (Chi chiede)... chieda con fede, senza dubitare, perché chi dubita assomiglia a un'onda del mare, agitato dal vento e spinta qua e là. Un tale non pensi di ricevere qualcosa dal Signore (Gm 1:6-7). Aggiungiamo: E non dica poi: «Ho cercato il Signore ma Egli non mi ha risposto», bensì dica umilmente come il padre di quel bambino: «Oh Signore, ravviva la mia fede!». Tommaso divenne proverbiale, ma neanche quelli che non credettero alle donne, che furono le prime ad annunziare loro la risurrezione di Gesù, fecero una bella figura. Occorre a questo punto ricordare che in tante situazioni il Signore risponde in modo diverso rispetto alle nostre richieste, come accadde ad esempio all'apostolo Paolo, che aveva pregato con fede di essere guarito ma non fu esaudito (2Co 12:9-10). Ma, come io stesso ho ricordato in una riflessione pubblicata su IL CRISTIANO n.11/1995 a pag. 398 (L'esaudimento nella prova) fu proprio la fede a convincere Paolo della bontà della risposta di Dio. Quindi, quando chiediamo e quando, senza alcuna ombra di dubbio, chiediamo con fede, come fece Paolo, è proprio allora che siamo preparati ad accogliere con serenità un eventuale rifiuto da parte di Dio. La sottomissione alla volontà di Dio è infatti un sentimento che nasce dalla fede. La fede e la sottomissione verranno comunque premiata: o con l'esaudimento o con la spiegazione che Dio stesso darà al suo rifiuto e che comprenderemo se siamo sensibili al suo Spirito. È bene avere nel cuore e sulle labbra l'umile supplica rivolta a Gesù da un lebbroso: Se VUOI, tu puoi purificarmi (Mt 8:1). La fede, in questo caso, è presente perché riconosce la potenza divina ed è sublimata dalla sottomissione alla volontà del Signore. Diamo piena fede al Dio dei miracoli, ma avendo sempre la piena disponibilità ad essere sottomessi alla sua volontà così come Egli ce la rivelerà! A Lui solo la gloria! Amen! Giuseppe Repetto
(Assemblea di Genova, via Morin) |