Il caso di Terri Schiavo

IL PARADOSSO
DEI “CRISTIANI”


Il dramma personale della donna statunitense, tenuta in vita per anni grazie alle moderne strumentazioni biomediche, è stato trasformato dai mass-media in un'occasione di discussione e di dibattito, nel quale sono emerse le posizioni più disparate anche da parte di coloro che si dicono “cristiani”. Abbiamo ricevuto una riflessione, scritta mentre Terri Schiavo era ancora in vita.


27 aprile 2005

È il giorno di Pasqua, Pasqua di Risurrezione per i cattolici, ma anche per molti altri cristiani nel mondo. Terri Schiavo, o almeno il suo corpo, sta ancora resistendo al digiuno forzato in cui è stata lasciata da più di una settimana. Le polemiche e le battaglie politiche e legali accennano appena ad affievolirsi ora che vari giudici si sono pronunciati contro il ripristino dell'alimentazione artificiale ed hanno resistito alle pressioni politico-legali che hanno portato il Parlamento americano a riunirsi in sessione speciale e a deliberare una legge ad hoc.


Trionfo del cinismo?!?

Anche in Italia il caso ha tenuto le prime pagine di giornali e televisione ed occupa ancora le pagine interne di tutti i quotidiani.
Tutto il mondo cattolico italiano si è schierato in difesa della sopravvivenza di Terri così come si schiera in difesa della vita umana in qualunque stadio o condizione essa sia.
Ancora su “La Stampa” di oggi Lorenzo Mondo mette in evidenza come, alla fine di questa tormentata e sostanzialmente triste vicenda, finisca per trionfare il cinismo.
Cinismo di chi ha fatto di questo caso un problema mondiale mentre non spende una parola per le altre migliaia di casi simili in cui in America (ed io aggiungo non solo in America) malati gravi vengono sottoposti ad eutanasia clandestina.
L'articolo continua mettendo in evidenza il cinismo di Bush che ha speso tutto il suo potere politico, invano, per salvare Terri, ma, in passato, da Governatore del Texas, ha approvato 152 esecuzioni capitali e una legge che autorizza l'interruzione dell'alimentazione artificiale in casi senza speranza.
Ma c'è sostanziale cinismo anche in chi approva il distacco del tubo e l'abbandono del corpo di Terri alla morte per inedia e disidratazione, ma, ipocritamente, non ha il coraggio di evitare una sicura sofferenza alla carne, se non alla psiche ed alla coscienza di questa creatura, mediante una indolore iniezione letale (come indicato da Camon e Magris).
In America Peggy Noonan, cattolica, columnist del “Wall Street Journal”, ha scritto giovedì 24 Marzo che molti di coloro che difendono Terri credono che Dio abbia creato il mondo e che abbia creato ciascuno di noi e ciò spiega la passione e l'emozione che essi mettono in questa battaglia: non vogliono che una vita innocente venga spenta per dei motivi che appaiono essenzialmente pratici e mondani. Chi può dire con certezza che la vita di Terri è ormai senza senso e senza valore? Forse la vita stessa è il valore.
E, continua la Noonan, che fastidio dà Terri in vita ai fautori della sua morte? Perché se la prendono tanto? Come fanno a sapere con certezza che non c'è alcuna speranza di miglioramento, di guarigione, di miracolo? E perché quelli che difendono la vita delle balene, o il parco naturale dell'Alaska, o sono contro la violenza sugli animali, non alzano la loro voce contro la violenza verso un essere umano?
E conclude: “i nostri figli sono cresciuti nell'era dell'aborto e diventano adulti quando persone apparentemente rispettabili sono entusiaste dell'eutanasia. Non può essere un bene per i nostri figli e per il mondo che costruiranno, che imparino che la vita umana non è preziosa, non è toccata dal divino, non è di valore infinito.”


Al di là della vita biologica

Da cristiano mi sento tutto sommato sentimentalmente vicino a queste posizioni.
Tuttavia cercando di mettere a fuoco le motivazioni che mi spingono in questa direzione mi sono trovato di fronte a quello che chiamerei un paradosso del mondo cristiano, almeno di quello che dà voce e sostegno al movimento pro Terri.
Certo la vita è un bene inestimabile e sono d'accordo che, così come non ce la siamo data da soli, nemmeno siamo autorizzati a togliercela. E, ancor più, non possiamo toglierla ad altri, se ha un senso per noi il sesto comandamento: “Non uccidere”.
Ma la vita toccata, come dice Peggy Noonan, dal divino è soltanto quella biologica? È questa vita, nella sua sacralità, fine a sé stessa?
La passione e la disperazione che si vede in certe dimostrazioni pro Terri danno l'impressione che si è ormai convinti che quando la morte ha vinto, tutto è finito e tutto è perduto. La difesa della vita sembra ormai ridotta soltanto alla difesa della vita biologica terrena in qualunque condizione essa sia. La morte è diventata per molti cosiddetti cristiani così pericolosa, così inaccettabile da dover essere allontanata e ritardata a tutti i costi e con tutti i mezzi.
Gesù non ha certamente insegnato questo. Non lo ha insegnato portando a compimento la sua missione terrena e nemmeno ha invitato i suoi a difendere la propria vita ad ogni costo, anzi li ha invitati a guardarsi da chi può uccidere l'anima piuttosto che da chi può minacciare il corpo. Per secoli i cristiani hanno dato più importanza alla vita celeste che a quella terrena, hanno coltivato l'anima e “maltrattato” il corpo. In tempi che non rimpiango addirittura si uccideva con una certa facilità il corpo per salvare almeno l'anima degli eretici!
Oggi sembra quasi che si sia disposti a vender l'anima per salvare un corpo.
Non è paradossale che siano piuttosto i fautori della dolce morte, oggi, a dare importanza agli aspetti non biologici della vita, la coscienza, la vita di relazione, ecc... mentre i “cristiani” sembrano attaccarsi morbosamente alla difesa ad oltranza del puro bios? Di che vita e di che salvezza sono messaggeri?
In questi giorni in cui Terri se ne sta faticosamente andando, nessuno, che io sappia, ha pensato di dirle, da credente ad un'altra persona ritenuta credente:
“Cara Terri le tue fatiche e i tuoi tormenti stanno per finire, presto sarai nella pace tra le braccia del Padre Celeste.
Tra un giorno, tra un anno, forse, anche noi, quando Dio vorrà, verremo chiamati.
E questa prospettiva non ci terrorizza, anzi ci rallegra.
Perciò non siamo disperati, perché sappiamo che questa separazione non è eterna. Quindi non ti diciamo addio, ma arrivederci.”
Non dovrebbe essere questa la testimonianza dei cristiani difensori della vita, ma della vita eterna?


Marcello Favareto
(Assemblea di Torino via Virle)