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EDITORIALE
compassione
Nei primi giorni di aprile tutte le reti televisive hanno unificato i loro programmi su un unico spettacolo: centinaia di migliaia di persone in lunghissima attesa e in fila composta con l'unico obiettivo di vedere un morto. Ho cercato per un momento di pensare cosa avrebbe provato il Signore. Mi è venuta in mente una sola parola: compassione... la compassione intesa come profonda sofferenza interiore. Un giorno infatti - ci racconta Matteo (9:35-38) - Gesù, vedendo che le folle erano stanche e sfinite, ne ebbe compassione. Provò cioè un sentimento di profonda sofferenza nel vedere i loro bisogni spirituali, ma nel constatare allo stesso tempo che non avevano riconosciuto nessuno che potesse soddisfarli. Erano come pecore che non hanno pastore, perché non avevano trovato chi desse loro riposo e chi rinnovasse le loro energie o portasse per loro e con loro i pesi dell'esistenza quotidiana. C'è un insegnamento di straordinaria attualità nel comportamento di Gesù. È infatti legittimo chiedersi come mai Gesù non si propose di soddisfare il loro bisogno. Non era forse lui il buon pastore venuto addirittura per donare alle pecore la sua stessa vita? Perché mai allora non ha fatto seguire alla compassione la decisione immediata e concreta di proporsi a quelle folle come il pastore di cui avevano bisogno? Sarebbe stato certamente più logico che Gesù, dopo aver constatato che non avevano pastore, si fosse presentato come il pastore messianico che alcuni attendevano con ansia e del quale avevano profondamente bisogno per dare un senso alla loro vita. Invece cosa fece Gesù? Si limitò a mostrare ai discepoli le dimensioni del bisogno (La mèsse è grande e gli operai sono pochi) esortandoli nello stesso tempo alla preghiera (Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse).
Gesù quindi non si propose né si impose alle persone che pur lo stavano seguendo in tutte le città e i villaggi. Egli infatti desiderava che le folle lo riconoscessero e lo seguissero spontaneamente e volontariamente come pastore. E probabilmente la sua compassione, questo personale sentimento di profonda sofferenza, fu provocato anche dal fatto che, pur avendolo udito insegnare nelle loro sinagoghe e predicare il vangelo del regno e pur avendolo visto guarire ogni malattia e ogni infermità, nessuno si era fatto avanti per dirgli: Io voglio essere una tua pecora, voglio affidare soltanto a te la mia vita, voglio seguire soltanto te nel mio cammino, voglio ascoltare soltanto la tua voce!. Il Pastore era lì con loro, vicino a loro, ma continuavano ad essere pecore che non hanno pastore, dal momento che non avevano affidato a lui (e soltanto a lui!) la loro vita. Avevano altri pastori: gli scribi, i farisei, i rabbì delle diverse sinagoghe. Quelli che Gesù non esitò a definire le guide cieche della religione, che, avendo annullato la Parola di Dio con le loro tradizioni, non sarebbero mai entrate nel regno dei cieli ed avrebbero impedito di entrarvi anche a chi lo desiderava (Mt 23:13). Ancora oggi ci sono purtroppo folle che, pur vivendo vicino a Cristo fisicamente (nel senso che possono ascoltarne la Parola), rimangono lontane da lui perché la sua voce è oscurata dalle attraenti suggestioni della religione. Folle che piangono per un pastore morto e, dopo pochi giorni, esultano per un altro pastore vivo ma pur sempre uomo; folle che non si decidono a seguire il Pastore risorto e vivente, il Pastore che trasforma la vita nel tempio della sua presenza, rendendo inutile qualsiasi altro tempio; folle che continuano ad usare impropriamente i nomi di Maestro, di Padre, di Guida, dimenticando le parole di Gesù: ...uno solo è il vostro Maestro...uno solo è il Padre vostro...una sola è la vostra Guida, il Cristo (Mt 23:7-11). Come suoi discepoli, Gesù vuole che anche noi, oggi, proviamo compassione per queste folle e ci lasciamo usare come suoi operai nella sua mèsse.
Paolo Moretti
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