EDITORIALE

crossmania
     


    “Crossmania”: gli esperti e gli osservatori del costume chiamano così la moda ormai dilagante di ricorrere all’uso di oggetti a forma di croce per abbellire e rendere attraente il proprio corpo. Croci di varie forme e di diversa fattura (alcune assai pregiate perché ricoperte di brillanti) si vedono pendere alle orecchie o al collo non solo di vallette e presentatrici televisive, ma anche di persone comuni che incontriamo per strada. La croce è diventata ormai un simbolo da ostentare, talvolta anche in maniera volgare e provocatoria.
    È questo un segno di maggiore religiosità, di maggiore spiritualità o di maggiore considerazione verso il sacrificio di Cristo che la croce evoca? La storia del popolo di Dio, di Israele prima e della Chiesa poi, è là a ricordarci che il ricorso ad oggetti, anche nei rari casi in cui essi evochino fatti straordinari legati alla rivelazione di Dio, è sempre un sintomo di grave decadenza spirituale. Un’autentica relazione personale con Dio, infatti, non può passare attraverso oggetti, che Dio stesso nelle pagine della Bibbia non esita a chiamare “idoli”; essa può passare soltanto attraverso l’ascolto attento e meditato della sua Parola. E la Parola è “un seme” che si riceve nel cuore e che, partendo dall’intimo, condiziona i pensieri, le scelte, il linguaggio. La verifica dell’ascolto di questa Parola non passa quindi attraverso oggetti-segno di una religiosità spesso solo formale ed ipocrita, ma attraverso la qualità della vita.
    Talvolta mi chiedo se le persone (non solo donne!) che ostentano una croce appesa al collo ricordano che essa è simbolo di umiliazione, di sofferenza, di giudizio, di morte. Qualcuno ha ironicamente osservato che, essendo la croce uno strumento di supplizio, è come se si andasse in giro portando al collo piccole forche d’argento, piccole ghigliottine d’oro o piccole sedie elettriche tempestate di diamanti! Impensabile che ciò avvenga... ma allora perché proprio la croce? È vero che la croce è anche segno d’amore, di perdono, di salvezza, di vita, di gioia. Ma la visione dell’amore di Cristo non può essere disgiunta dalla visione della giustizia di Dio, il perdono non può essere disgiunto dalla confessione del nostro essere peccatori, la salvezza non può essere disgiunta dalla chiara visione della nostra condizione di perduti, la vita non può essere disgiunta dalla morte, la gioia non può essere disgiunta dalla sofferenza. Alla croce è la giustizia che interpreta l’amore, è il peccato che giustifica il perdono, è la perdizione che rende necessaria la salvezza, è la morte che produce la vita, è la sofferenza che conduce alla gioia! Diversamente, non è possibile comprendere la croce e la parola della croce!
È decente, allora, ricordare con fatture preziose il legno sul quale fu inchiodato il mio Signore e Salvatore, sul quale egli offrì la sua vita per me? È decente ricordare il legno che fu bagnato dal suo sangue e che fu l’altare del suo sacrificio supremo, unico e irripetibile, con forme tempestate di brillanti? Se, come discepoli di Cristo, abbiamo ascoltato ed accettato “la parola della croce” e se desideriamo annunciare con fedeltà “lo scandalo della croce”, non possiamo non denunciare la crossmania come un vero e proprio scandalo per la croce!
    È possibile che l’ostentazione di croci sia frutto del desiderio di mostrare la propria identità religiosa, ma il Signore esorta, attraverso la penna dell’apostolo Pietro, a ben guardarci da un ornamento esclusivamente “esteriore”, quello che “consiste nell’intrecciarsi i capelli, nel mettersi addosso gioielli d’oro e nell’indossare belle vesti”, perché la qualità del cammino con Cristo si esterna soltanto attraverso l’ornamento “intimo e nascosto nel cuore”, attraverso “la purezza incorruttibile di uno spirito dolce e pacifico, che agli occhi di Dio è di gran valore” (1P 3:3-4).

Paolo Moretti