Il libro più antico della Bibbia, ma straordinariamente attuale

GIOBBE
Seconda parte: L’INTRIGO

Dio lascia a Satana la libertà di agire contro Giobbe, perché vuole che il suo Nemico sia vinto non dalla sua onnipotenza divina ma dalla debolezza del suo servo, provato ma pur sempre fedele.


La fede: base della relazione
dell’uomo con Dio

Il libro di Giobbe è la più straordinaria descrizione della rivelazione di Cristo; precorre la venuta del Messia sulla terra per redimere l’umanità; ci dà la chiave di lettura delle origini dell'opera della grazia. Giobbe mette in luce “drammatica”, la necessità della fede per piacere a Dio e per entrare nel suo Regno.
È il libro che può dare risposte al credente a domande di fondo che spesso soffochiamo in noi stessi non avendo neppure il coraggio di formularle, come, ad esempio, il “perché” Dio abbia adottato il metodo della fede per consentire agli uomini di diventare suoi figli, infatti è scritto: “Or senza fede è impossibile piacergli; poiché chi s’accosta a Dio deve credere ch’Egli è, e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano” (Eb 11:6).
Ho detto luce “drammatica”, perché dalla fede dipendono l’eterna felicità o l’eterna infelicità; tutto il bene o tutto il male per l’uomo!
Dio cattura l’amore dell’uomo mediante la fede, e con essa mette in atto il principio discriminatorio tra quelli che gli appartengono e quelli che non gli appartengono.
Nell’articolo precedente abbiamo considerato l’autoritratto di Giobbe (cap. 29). Nel primo capitolo del libro leggiamo che lo Spirito Santo lo dipinge come un uomo veramente timorato di Dio, un uomo che ha per Dio un rispetto ineccepibile; però viene da chiederci: ma Giobbe serve Dio perché lo teme o per accreditarsi i suoi favori? Giobbe conosce personalmente il Dio che serve così diligentemente? in altre parole, cosa rende amabile Dio, per Giobbe?
Sono domande che dobbiamo porci anche nella nostra relazione con Dio!
Questo libro sembra che parli della sofferenza e del dolore. Ma il dolore e la sofferenza, in questo mondo, ci sono perché viviamo la vita in un corpo imperfetto; il peccato ne provoca, l’invecchiamento, le malattie e la morte. È sbagliato pensare di risolvere questo problema appropriandosi dei favori di Dio per essere risparmiati! Il dolore è per tutti, non colpisce solo chi è più peccatore degli altri; perciò, il tema vero di questo libro non è il dolore e la sofferenza, ma la fede, e Giobbe, per centrare questo tema, parte dal problema esistenziale!
Da qui la domanda: cosa ci muove verso Dio?
Non possiamo amarlo per obbligo. Non possiamo amarlo per timore o per misero e scarno rispetto: potrebbe essere “ipocrisia”! Si potrebbe amarlo per la sua bontà, ma se lo amassimo per la sua bontà, potrebbe essere per “convenienza”. Il credente ama Dio per quello che è: “…chi s’accosta a Dio deve credere ch’Egli è…”.
Diciamo con molta facilità: “Amo Dio!”, ma, ci siamo mai chiesti che tipo d’amore gli offriamo? Ebbene, questo libro mette in luce proprio questa realtà: il tipo di servizio che offriamo a Dio; è un servizio che sentiamo imposto dalla legge? dal timore? dalla convenienza? Oppure deriva dalla grazia, che muove la riconoscenza gratuita?
Chi ama sa quali sentimenti lo spingono verso la persona amata! Sa, se è passione, opportunismo, ipocrisia, oppure amore sincero. È un meccanismo reale, presente nel cuore di tutti gli uomini. Meditando sul perché Giobbe ama Dio, potremo fare anche noi, delle valutazioni sul nostro amore per il Signore, valutando la nostra fede.


L’insinuazione di Satana

Il primo capitolo, con tutto il retroscena che muove la storia di Giobbe, risulta particolarmente istruttivo e appassionante.
Prima di alzare il sipario sul dramma di Giobbe, appaiono sul “palcoscenico” due personaggi che ci daranno gli elementi dei fatti, degli avvenimenti; uno è il difensore di Giobbe, l’altro l’accusatore. Si tratta di Dio e Satana; forse da questo libro Satana ha preso il nome di “Accusatore”.
Satana ritorna dalle “vacanze” che ha trascorso sulla terra. Su questa terra Dio possiede un tesoro particolare: un uomo che è il suo orgoglio e la sua gioia e Dio lo ama e si rallegra del servizio che gli rende, non solo, ma Dio gli rende testimonianza e parlando a Satana gli chiede: “Hai tu notato il mio servo Giobbe? Non ce n’è un altro sulla terra come lui...”. Ma Satana non condivide l’entusiasmo del Signore; egli non contesta il servizio, la pietà, la giustizia di Giobbe, ma il valore che il servo dà a quello che fa per il suo Signore. Non accusa Giobbe di crimini, d’errori, di misfatti, nemmeno d’ipocrisia, neppure lo può, siccome è evidente dalla vita che conduce. Lo accusa semplicemente di avere il suo tornaconto, ponendo sulla fedeltà di Giobbe un grande punto interrogativo, che è un ombra velenosa e insidiosa: “È forse per nulla che Giobbe ti serve?”
E come se Satana volesse dire a Dio:
“Ti ama veramente, o solo per quello che può ricavarne da te? Ama il tuo danaro, la tua potenza, i tuoi benefici, il tuo titolo o ama davvero te? Se tu lo privi dei beni di cui l’hai colmato, se l’abbandoni alla povertà, al dolore, all’ingiustizia, alla solitudine, alla malattia, e se tu, per lui, fossi un Dio povero e impotente, un Dio che non ha nulla da dargli, se non sé stesso, dove andrebbero a finire la sua fedeltà e la sua pietà? Potrebbe ancora amarti… per nulla? Presto si accorgerebbe che non ne vale la pena e, alla fine, amerebbe me!”
Su queste poche parole è impiantato tutto il libro di Giobbe: queste poche parole sono il filo conduttore, e in definitiva, lo sono di tutta la Scrittura!
Satana voleva insinuare che Giobbe non offriva il suo servizio gratuitamente, senza averne un contraccambio, non lo serviva per amore...
Questa insinuazione di Satana, ora è anche nella mente di ogni persona che non crede. Esse si stupiscono di fronte alla mentalità del credente, perché in loro ragionano dicendo: “Come fanno a trascurare il certo, quello che possono acchiappare oggi, per l’incerto, ciò che potrebbe essere dopo la morte? È oggi che si vive su questa terra!”.
E ci accusano: “E dite che non è per convenienza; che non lo fate per soddisfare la vostra coscienza; ma allora perché lo fate? Per nulla?”. Sono le stesse affermazioni di Satana che il non credente esprime nel suo spirito: Satana non ci crede, i suoi seguaci neppure! Ma il credente continua a dire: “È per nulla che servo il Signore! Lo amo e basta!”.
Ma Satana contesta questa possibilità e vuole una prova di questo timore gratuito. Dubita che il Signore sia riuscito a creare questo sentimento nel cuore dell’uomo senza aspettarsi nulla e scommette con Dio che sulla terra non esista un uomo che lo ami veramente così, insinuando che Dio sia circondato da religiosi, amici di convenienza.
Lo scopo della scommessa è dunque, mettere in luce a chi appartenga il cuore di Giobbe. E “Giobbe” siamo noi, tu e io, che Satana sta accusando! E allora, Dio, nella possibilità che Satana possa dire il vero, (non per lui che sa tutto ma per noi) gli concede di provarci, raccoglie la sfida: “Bene – gli risponde – tutto quello che possiede è in tuo potere. Mostrati tu come suo signore e si vedrà se lo sei veramente”.
Questa verifica ha doppio taglio, da un lato il Signore fa tacere l’accusatore, dall’altro filtra i suoi redenti, dando a ciascun uomo la responsabilità e la consapevolezza della scelta di campo che dovrà operare. Non è che Dio non conosca i suoi, ma dà a ciascuno la consapevolezza di appartenergli o no, mediante una scelta (“Scegliete oggi chi volete servire”, Gs 24:15).


È Giobbe che deve vincere Satana!

Non sono pochi i lettori che, una volta letto il primo capitolo, chiudono il libro senza proseguire: rifiutano d’immaginare la realtà di un Dio che lascia il suo miglior amico in balìa del suo peggior nemico. Effettivamente è difficile da accettare l’idea che Dio consenta a Satana di scendere a patti con lui e in tanti giudicano incomprensibile il fatto che Dio non risponda per le rime a quella richiesta oscena del diavolo. Dio sa perfettamente che potrebbe vincerlo e convincerlo con i fatti.
Ma una risposta di Dio non avrebbe effetto sul principe del male. Deve essere Giobbe a rispondere: solo la sua risposta può vincere il nemico. Perché Satana non deve essere sconfitto da uno più forte di lui, ma da uno più debole, cioè da Giobbe nella sua debolezza, non da Dio nella sua onnipotenza. Il fatto che Dio accetta la sfida di Satana, deve farci riflettere non poco: è necessario che Giobbe sia provato, deve esserlo, perché diversamente, Satana non può essere né vinto, né convinto. Si convincerà solo quando sarà vinto dalla debolezza di Giobbe. Satana è forte in cattiveria, in furbizia, in inganni e Dio vuol dimostrare che questo non paga e che l’amore è più forte! Satana è una potenza spirituale che non può essere esorcizzata, annientata, “precipitata” (come dirà l’Apocalisse), se non da una potenza di tutt’altra dimensione: la potenza dell’amore rivelata non nelle parole, (è facile amare a parole), ma nella prova!
Così, qualunque sia il nostro disappunto o la nostra rivolta contro Dio, per aver consegnato l’uomo che ama nelle mani del Nemico, qualunque sia lo scandalo nel nostro cuore, provocato dalla collusione Dio-Satana, faremo bene a proseguire la lettura del libro, perché la rivolta e lo scandalo, saranno esattamente il contenuto e la sostanza dei discorsi di Giobbe, che molto meno di noi, è rassegnato al complotto di cui è vittima.


La vittoria passa attraverso
un percorso di atroci sofferenze

Dio dunque lascia agire Satana.
Sono parole facili a pronunciarsi, ma dietro vi è una realtà atroce, che accade sempre quando Satana agisce: la guerra che massacra uomini e bestie, una tempesta di fuoco brucia e distrugge i raccolti, uomini e bestie che muoiono; tutti i beni sono dilapidati, e i figli di Giobbe perduti; egli è simile all’uomo che dopo una notte d’allarme, all’alba, ritrova la famiglia schiacciata sotto le macerie della casa.
Come se tutto ciò non bastasse, perché non si dica che la sofferenza morale, anche la più insopportabile è sempre meno dura della sofferenza fisica, una infezione spaventosa rovina la salute del patriarca, una lebbra purulenta trasforma il suo corpo in una spoglia infetta e nauseante. A Giobbe, la cui giustizia e felicità erano note in tutto l’Oriente, non rimane che la voce per gemere, protestare e chiedere conto a Dio dell’assurdità di ciò che accadeva, e. in ode,comincia a innalzare il suo lamento: “Perisca il giorno ch’io nacqui e la notte che disse: è concepito un maschio!”. E così, mentre Giobbe protesta per la sua sofferenza fisica, è costretto anche a lottare contro la moglie che gli consiglia di cambiar “dio”, perché quello a cui era devoto non gli rendeva più nulla!


Gli amici: un comportamento
prima esemplare poi sconcertante!

E mentre Giobbe è lì che si lamenta leccandosi le ferite (come si dice) e lotta per scansare le tegole che cadono continuamente dal cielo, arrivano degli amici per consolarlo! L’equivalente di tre anziani che fanno visita a un credente malato (Gb 2:11-13).
Il giudizio che il libro ci farà conoscere su di loro non avrebbe alcun peso se prima non osservassimo il valore di queste persone, se non cominciassimo ad ammirarli di tutto cuore. Non è gente da trattare alla leggera, né loro trattano Giobbe alla leggera, tutt’altro! Elifaz, Bildad, Zofar si danno appuntamento e ognuno di loro compie un lungo viaggio per venire a compiangere e consolare l’amico. Questa è già una cosa buona, molto buona. Essi non badano né al tempo necessario, né alla fatica per raggiungerlo ne alla spesa per recare aiuto al loro prossimo. E al momento dell’arrivo, sono tanto sconvolti dall’aspetto di Giobbe da mettersi a singhiozzare, da stracciarsi i vestiti. Hanno il cuore sensibile e l’angoscia di Giobbe li tocca proprio nel profondo. È da notare il versetto 13: “…E rimasero seduti per terra, presso a lui, sette giorni e sette notti; e nessuno di loro gli disse verbo, perché vedevano che il suo dolore era molto grande…”. Agiscono proprio al contrario di come facciamo noi quando andiamo in ospedale a trovare chi è in sofferenza, che abbiamo fretta di dare i nostri incoraggiamenti: “Non preoccuparti… ti capisco… passerà presto…”. Gli amici di Giobbe, invece, tacciono; c’è tempo per parlare, e quando lo faranno, non sarà un parlare a vanvera, ipocrita! Molte volte, la miglior cosa è tacere, soprattutto con chi soffre. Chi soffre si rende conto di chi soffre con lui. Quanti di noi abbiamo mai dato una presenza afflitta, costernata e silenziosa, per sette giorni e sette notti, prima di pronunciare parole di compassione e consolazione? L’atteggiamento dei tre amici, come ci viene presentato nel prologo è perfetto; senza dubbio, quegli uomini hanno una grande sensibilità, sono pieni d’amore, di devozione e di rispetto per il dolore di Giobbe: nessuno saprebbe fare di più. Rappresentano veramente la Chiesa, (i credenti) nel suo ministero di assistenza nelle opere di pietà!
Tanto più sconcertanti saranno le conclusioni che il dialogo dei capitoli successivi ci porta a fare su di loro: questi “avvocati di Dio” non sono altro che “strumenti del diavolo”. La cosa importante da tener presente per capire il libro di Giobbe da ora in poi, è l’eco del dialogo che è avvenuto tra Dio e Satana per scoprire in questo nuovo dialogo di consolazione la tentazione del diavolo, perché vedete, a Satana, non è bastato atterrare Giobbe, renderlo come abbiamo visto: un uomo ridotto in miseria, abbandonato e malato; Satana non manda solo il dolore, manda anche gli amici, i consolatori! Questo è il pericolo maggiore che Satana scatena contro Giobbe, l’attacco determinante. Si può dire che le calamità abbattutesi finora sulla casa di Giobbe sono solo la preparazione del campo per la battaglia finale. Questi discorsi insidiosi che stanno per iniziare sono per il suo cuore ferito come un reagente, serviranno o per farlo riprendere spiritualmente, accettando ciò che gli accade indipendentemente dalla sua fede gratuita, o per portarlo al rinnegamento della fede in un Dio che senza alcun motivo lo abbandona nelle mani di Satana, in una tortura atroce e quindi per portarlo anche all’abbandono del servizio che gli rende, dimostrando così che non era gratuita la sua fede, e quindi, che Satana ha ragione: nessuno ama Dio per nulla!
Dopo aver utilizzato le armi peggiori: la rapina, l’assassinio, la violenza sotto ogni forma, il nemico utilizza l’arma psicologica, il meglio per liquidare la fedeltà di Giobbe, e ciò attraverso l’amicizia, la simpatia, l’esortazione fraterna e la Parola di Dio.
Questo per Giobbe sarà ancora più pericoloso delle parole esclamate da sua moglie: “Lascia stare Iddio e muori”!

(2. continua)

Michele Mascitti
(Assemblea di Pescara)