Gli avvertimenti delle storie antiche

IL VALORE PER I FIGLI
DELL’ESEMPIO DEI PADRI


Nella Parola di Dio troviamo diversi esempi di padri che, con il loro cattivo esempio, hanno condizionato inevitabilmente le scelte sbagliate dei figli (Adamo e Caino, Noè e Cam, Abramo ed Ismaele...). Le loro storie, pur se tristi e penose, contengono per noi delle lezioni che faremo bene a raccogliere e a meditare.



Una parola ai giovani genitori

    Qualche mese fa, durante la permanenza, mia e di mia moglie, negli Stati Uniti, ho maturato ed approfondito alcuni pensieri tratti dalle Scritture.
    Sono trascorsi già alcuni mesi dalla nascita della nostra prima nipotina, avvenuta a Tampa negli U.S.A., e questo fatto mi tocca ancora profondamente il cuore. Proprio questa piccola, che amo tantissimo e molto teneramente ed alla quale abbiamo dedicato tutto il nostro tempo nel periodo della nostra assenza da Perugia, è stata la causa e l’oggetto della mie riflessioni. Infatti è stata proprio questa mia nuova e recente esperienza di nonno a spingermi a trasmettere a tutti i genitori, ed in particolare modo alle coppie più giovani e meno giovani che appartengono al Signore ed alla grande famiglia dei credenti, alcune lezioni che ho ricavato dalla Santa Parola.
    Quello che esprimerò è rivolto prima di tutto a me stesso, anche se ho presente soprattutto quei giovani genitori che in questi ultimi mesi si sono arricchiti con la nascita di nuovi “eredi”.
    Il Signore rivolge ai genitori un’esortazione precisa: “Inculca al fanciullo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne dipartirà” (Pr 22:6) e ricorda: “Or sappi questo, che negli ultimi giorni, verranno dei tempi difficili” (2Ti 3:1). Noi viviamo già nei tempi difficili predetti dalle Scritture e con questa prospettiva non è certo facile il compito di allevare i nostri figli.
   
Il profeta Isaia ci ricorda come il Signore stesso parlava al suo popolo di Giuda e di Gerusalemme: “Ho nutrito dei figli e li ho allevati, ma essi si sono ribellati a me” (Is 1:2). Purtroppo c’è nel cuore dei nostri figli, e nel nostro pure, tutto ciò che per natura li trascina in una cattiva direzione; soltanto la grazia di Dio è sufficiente per i bisogni dei genitori e, proprio per questa grazia, Egli considera i nostri figli come “santi” (1Co 7:14).
    Per veder rinnovato il cuore dei figli e sempre più operante la grazia di Dio, i giovani genitori devono ricevere i ricchi insegnamenti della Scrittura perché troveranno in essi consolazione alle loro pene e pace alle loro ansietà.


Esempi negativi

    Ogni genitore che teme Dio deve essere profondamente turbato dalla lettura di storie come quella di Adamo, il cui figlio primogenito fu un omicida; come quella di Noè, che fu disonorato dal figlio Cam la cui progenie resta ancora oggi sotto maledizione (Ge 9:25); come quella di Abramo, il cui primo figlio, Ismaele, ha dato vita ad una discendenza che è sempre stata, e lo è ancora oggi, acerrima e spietata nemica e sorgente di dolore e di distretta per il popolo di Dio; come quella di Mosè, il cui nipote fu probabilmente uno dei primi, se non addirittura il primo, dei sacerdoti idolatri in Israele; ed ancora, come quella della famiglia di Giosia il cui solo pensiero spezza il cuore di qualsiasi genitore. Ed allora è inevitabile domandarci: “Perché degli uomini di così gran valore morale di cui la Scrittura ci parla hanno avuto dei figli malvagi?”.
   
Ma la stessa domanda si presenza di nuovo oggi, ai nostri tempi: “Per quale motivo dei genitori cristiani hanno un figlio ribelle? Non c’è forse una causa in tutto questo?”. A questa domanda cercherò di dare qualche risposta, con l’aiuto e la grazia di Dio e alla luce delle Scritture, in modo da evitare ad altri genitori il dolore di avere figli ribelli.
    Infatti alcune narrazioni che la Bibbia riporta sono destinate ad avvertirci dei pericoli nascosti nella nostra vita di famiglia: se faremo attenzione a questi avvertimenti, saremo sempre riconoscenti a Dio che ce li ha dati.
    “Circoncidetevi per il Signore, circoncidete i vostri cuori”: così esortava il profeta Geremia (4:4). Se abbiamo a cuore i nostri figli, facciamo tesoro di questa parola. Se non ascoltiamo gli avvertimenti della Parola di Dio, forse verrà il giorno in cui con il cuore straziato saremmo disposti a dare tutto quello che possediamo pur di ritrovare l’occasione che ci siamo lasciati sfuggire e che non tornerà più.
    Alle volte il dolore di un padre che, con il cuore rotto, assiste alla condotta sviata del figlio, lo porterà a riconoscere che forse la sola responsabilità di quanto gli sta accadendo è da ricercare nella sua stessa condotta, spensierata e leggera, di molti anni prima.
    “Ciò che l’uomo semina, quello ancora mieterà”: è una verità, questa, che ha a che fare anche con i rapporti fra i genitori e i figli.


Partiamo da Adamo

    Cominciando con la storia di Adamo, cerchiamo di vedere la causa della caduta del suo figlio primogenito. Eva ed Adamo avevano dato ascolto alle parole del serpente tentatore: “Voi sarete come Dio” (Ge 3:5) perciò ubbidirono a lui, attratti da quella seducente prospettiva. Quale fu la causa della loro caduta? La loro disubbidienza alla parola chiara di Dio: una disubbidienza responsabile perché quella Parola essi la conoscevano perfettamente e l’avevano capita.
    La disubbidienza di Adamo seminò disubbidienza. Impariamo qui che la nostra disubbidienza alla Parola non ci recherà che pene e non solo a noi, ma anche ai nostri figli. Quando c’è naufragio in una famiglia cristiana, all’origine vi è sempre la disubbidienza.
    Se noi invece amiamo Dio ed i nostri figli e ci sottoponiamo interamente alla sua Parola, seguiremo una via certamente più sicura e conosceremo gioie e benedizioni.
    Adamo ed Eva, i nostri progenitori, volendo occupare una posizione superiore a quella assegnata loro da Dio, con la loro disubbidienza provocarono in prospettiva la perdita di Caino e la morte di Abele.
    Se Caino commise l’atto sanguinario di uccidere suo fratello, lo si deve anche alle conseguenze della disubbidienza dei suoi genitori. In lui si era scatenata una forte gelosia nei confronti del fratello Abele: “L’ira è crudele e la collera impetuosa; ma chi può resistere alla gelosia?” (Pr 27:4).
    Perciò badiamo a noi stessi, a non scivolare su un pendio che nel futuro potrebbe provocare pene ed angosce a noi e a nostri figli!
    Alla nascita del figlio Seth la situazione cambiò per Adamo: “E Adamo visse centotrent’anni e generò un figlio, a sua somiglianza, conforme alla sua immagine, e gli pose nome Seth” (Ge 5:3).
    Dopo la morte di Abele e la perdita di Caino, possiamo presumere che Adamo ed Eva avessero finalmente imparato la lezione; Adamo fu felice di occupare il posto che gli spettava. Questa ritrovata armonia nella prima famiglia portò i suoi frutti e Seth è il primo discendente della progenie della donna, il cui punto culminante sarà quella gloriosa Progenie che avrebbe schiacciato il capo del serpente (Lu 3:38).


Noè e Cam

    Pochi uomini sono stati altamente onorati come Noè; infatti ci è detto di lui, come del bisnonno Enoc, che egli “camminò con Dio” (Ge 6:9).
    Il diluvio si abbatté sulla terra provocando la distruzione completa degli amici, delle conoscenze e del mondo conosciuto di allora; nel racconto biblico vediamo Noè con sua moglie, i suoi figli e le sue nuore attraversare questo periodo grave e terribile, che avrebbe dovuto segnare la loro vita con un’impronta di serietà e di solennità. Invece, poco tempo dopo la fine del diluvio, che cosa vediamo? Noè ubriaco nella sua tenda e completamente nudo, mentre suo figlio Cam si fa beffe di lui. Questo figlio, che era stato salvato con gli altri dalle acque del diluvio, cadde sotto una dura maledizione per aver mancato di rispetto a suo padre (“Maledetto sia Canaan, sia servo dei servi dei suoi fratelli”, Ge 9:25). I suoi discendenti avrebbero poi occupato la terra che va dalla Siria meridionale alla Palestina, sarebbero stati chiamati Cananei. Ma quella era la stessa terra promessa da Dio al suo popolo Israele. Nel libro del Deuteronomio noi troviamo dettagliatamente descritta questa maledizione (De 7; 12:3; 20:10-15), quando il Signore indica ad Israele le regole alle quali avrebbe dovuto attenersi: sterminio dei popolo Cananei, asservimento con il pagamento di tributi di quei popoli che si sarebbero arresi, distruzione totale di ogni oggetto o luogo sacro cananeo (solo gli alberi da frutto avrebbero dovuto essere risparmiati).
    Ma... ritorniamo alla nostra storia; chi era da biasimare di più: il padre Noè o il figlio Cam?
    Perché il figlio di un uomo di Dio così onorato incorse in una simile condanna?
    Quello che Cam aveva visto e udito nella casa del padre fin dalla sua infanzia, specialmente negli ultimi anni, avrebbe dovuto impedirgli di seguire una strada sbagliata. Ma noi non possiamo emettere giudizi non conoscendo che pochi dati di questa storia. Sappiamo che Noè “camminò con Dio”, ma sappiamo anche che la caduta di suo figlio fu direttamente provocata dalla sua ricerca di un piacere e chissà quante volte avrà poi pensato: “Se non fossi stato colpevole della mancanza di sobrietà che mi spinse ad ubriacarmi, non avrei esposto mio figlio al gesto che ha provocato la sua perdita”. Quanti amari rimpianti avranno riempito il cuore di Noè da quel momento in poi. Un istante di debolezza era costato frutti amari. Il secondo figlio di Cam, Mitsraim, andò ancora più lontano del padre sul sentiero della ribellione. Uno scrittore antico dice infatti di lui: “Mitsraim fu l’inventore di quelle scienze chiamate magia ed astrologia” e fu colui che i Greci avrebbero indicato con il nome di Zoroastro.
    Da questa storia possiamo ricavare una lezione: se nostro figlio si svia dal retto sentiero, è possibile che ciò stia accadendo a causa della condiscendenza che abbiamo verso il nostro modo di vivere, che non è di buon esempio.
   

Abramo ed Ismaele

Giungiamo ora alla storia di Abramo.
    Dio aveva chiamato Abramo da Ur dei Caldei per andare nella terra di Canaan ed abitarvi sotto le tende. Ma sorsero delle difficoltà, la carestia gravava in quel paese ed Abramo, invece di confidarsi nel Signore e rimanere dove Egli lo aveva condotto, discese in Egitto (Ge 12:10). In Egitto fu trattato dal Faraone molto bene a motivo di Sara, che era una donna molto bella ed attraente e che egli aveva spacciato per sorella (un fatto indubbiamente deplorevole). Fu proprio grazie a lei che egli “ebbe pecore e buoi e asini e servi e serve e asine e cammelli” (Ge 12:16) e probabilmente, insieme ad altre serve, ebbe anche l’egiziana Agar (Ge 16:3), che in seguito fu per lui causa di dolori e di discordie familiari.
    Questo primo sbaglio (l’inganno al Faraone) ne provocò un altro, anche se questa volta ad esserne responsabile diretta fu Sara e non Abramo. Infatti Sara diede la serva al marito, che ne ebbe un figlio chiamato Ismaele. Questa povera donna fu poi trattata da Sara così duramente che fuggì per un’esigenza di separazione che in fondo Dio approvava.
    Noi sappiamo poche cose su Ismaele; sappiamo che fin dalla nascita fu destinato a diventare “un asino selvatico” (Ge 16:12): la sua discendenza fu una “verga” per il popolo di Dio e continua ad esserlo ancora oggi, sotto i nostri occhi.
    Abramo e Sara hanno commesso degli errori, sicuramente, ma non possiamo giudicarli perché non è dato a noi di farlo.
    Per la grazia di Dio possiamo solo conservare nel nostro cuore la lezione che ricaviamo dal racconto della loro esperienza, per esserne avvertiti ed ammoniti.
   
   
Mosè

    Siamo giunti alla famiglia di Mosè. Troviamo scritto (Es 2:21) che Mosè sposò una donna, Sefora, che fu fra le poche donne di spicco non israelite a prendere posto in Israele. Mosè ne ebbe due figli: Ghersom ed Eliezer. Sefora rifiutò di far circoncidere il primo figlio, poiché probabilmente considerava questa abitudine inutile e crudele; non essendo una donna sottomessa in tutto a Dio, decise poi lei stessa di circoncidere il figlio.
    Gli anni passano e più avanti troviamo scritto che Maria ed Aronne, sorella e fratello di Mosè, parlarono contro Mosè a causa della seconda mogli cuscita (etiope) che egli aveva preso. Il Signore li rimproverò severamente e Maria divenne lebbrosa, ma questo non giustifica certamente Mosè. Egli stesso riconobbe il proprio errore. Noi non sappiamo se quando prese la seconda moglie, la prima, Sefora, fosse già morta oppure no. Su questi particolari vi è steso un pietoso velo. Ma questi riferimenti alla vita familiare di Mosè ci mettono abbastanza a disagio.
    Più tardi incontriamo, nel libro dei Giudici (18:30-31) un triste frutto nella discendenza di Mosè: suo nipote Gionathan fu il primo sacerdote idolatra in Israele. Leggiamo infatti: “Poi i figli di Dan rizzarono per sé l’immagine scolpita; e Gionathan, figlio di Ghersom, figlio di Mosè ed i suoi figli, furono sacerdoti della tribù dei daniti fino al giorno in cui gli abitanti del paese furono deportati. Così rizzarono per sé l’immagine scolpita che Mica aveva fatta, durante tutto il tempo che la casa di Dio rimase a Sciloh”.
    Questo fatto è troppo triste e penoso per essere commentato e discusso: limitiamoci a ricevere quanto Dio ha voluto rivelarci senza fare ulteriori commenti.
    Sicuramente anche questa vicenda deve parlare ai nostri cuori per avvertirci ed ammonirci. Pur sapendo che la grazia di Dio è al di sopra di ogni fallo degli uomini, dobbiamo ricordare che si raccoglie quanto si è prima seminato.
   

Giosia

    Diamo infine uno sguardo alla famiglia di Giosia. Giosia non aveva che otto anni quando succedette al padre Amon per regnare su Giuda e, verso l’età di quindici o sedici anni, “cominciò a cercare il Dio di Davide suo padre” (2Cr 34:3).
    I capitoli da 34 a 36 del secondo libro delle Cronache ci rivelano la gioia che Dio provò nel trovare finalmente un uomo che lo cercasse con sincerità.
    Dopo che Giosia ebbe purificato il paese e riparato la Casa dell’Eterno distruggendo le statue e gli idoli di Astarte ed altre immagini idolatre che vi erano state collocate, ecco che il sacerdote Hilkia trovò il libro della Legge che era stato perduto e trascurato per numerosi anni. Giosia stesso non ne aveva mai sentito parlare e non lo aveva mai visto. Quel libro era stato messo da parte così bene che nessun re e nessun sacerdote ne conosceva l’esistenza.
    Questo spiega in parte quanto era accaduto in precedenza nella storia di Israele, perché quando il popolo di Dio, ed anche una singola famiglia, abbandona la Bibbia, non può che sviarsi.
   
Tuttavia Giosia, dopo essersi impegnato a seguire il Signore, ad osservare i suoi comandamenti e le sue leggi con tutto il cuore e con tutta l’anima (2Cr 34:31), non volle ascoltare gli avvertimenti e le promesse di Dio e venne a dar battaglia nella valle di Meghiddo a Neco, re d’Egitto (2Cr 35:22). Quest’atto di disubbidienza lo portò alla morte, una morte prematura, perché non aveva che 39 anni. Con la morte di Giosia la storia del regno di Giuda stava volgendo al termine. Dopo di lui i suoi figli, che gli succedettero, furono dei re uno più miserabile dell’altro. E noi ci poniamo ancora la domanda: “Come mai un re così pio ebbe dei figli così malvagi”?
    Una risposta possibile possiamo trovarla nella disubbidienza di Gioia che volle agire secondo la propria volontà, senza ascoltare la voce di Dio: un avvertimento anche per noi ad evitare ogni atteggiamento caparbio ed ostinato, che ci porti a porre la nostra volontà al di sopra di quella divina. La storia del regno di Giuda si conclude con le sciagure dei figli e dei nipoti di Giosia, perché tutti gli abitanti di Gerusalemme e di Giuda, quelli scampati alla spada, furono deportati in esilio a Babilonia (2Cr 36:21).


Conclusione

    Dopo aver considerato le conseguenze delle manchevolezze di questi santi uomini di Dio e dopo averne appreso la lezione, consistente, negli episodi che abbiamo considerato, dal loro non essere stati di esempio a figli e nipoti, dobbiamo ringraziare Dio per averci attraverso di loro istruiti ed avvertiti, astenendoci però da ogni facile giudizio sulla loro condotta.
    Se impariamo, come genitori, ad ascoltare la Parola di Dio vivendola nella nostra condotta e nel nostro esempio, potremmo davvero “inculcare” loro “la condotta che devono tenere” in modo tale che “anche da vecchi non se ne diparteranno”. Poche cose infatti lasciano il segno come il buono o il cattivo esempio dei genitori. Che Dio aiuti tutti i genitori a considerare i loro figli come il deposito più sacro, il gioiello più prezioso che Egli ha loro affidato, per allevarli e prepararli nelle sue vie! Questi figli che Dio ci ha dato devono essere resi al Signore per tutti i giorni della loro vita. Se realizziamo che appartengono a Lui, non soltanto comprenderemo meglio le nostre responsabilità, ma conosceremo anche meglio Colui che è sempre pronto a darci, con una grazia infinita, la pazienza e la saggezza necessarie per la loro educazione.
    I nostri figli potranno forse durante un certo tempo seguire il sentiero della loro propria volontà, ma, se durante la loro infanzia avranno ricevuto un insegnamento chiaro, accompagnato da un esempio coerente, potranno essere ricondotti al Signore.
   
Educazione, insegnamento, istruzione, disciplina, esempio: tutto dev’essere compreso nelle cure rivolte ai figli “in ammonizione del Signore” (Ef 6:4), cioè seguendo gli avvertimenti del Signore. La maggior parte dei fanciulli sono dimentichevoli: obbligarli a riflettere fa parte della loro educazione. Dobbiamo far conoscere la Scrittura ai nostri figli, perché man mano che crescono, la scuola, lo sport, i giochi, la televisione, gli amici occuperanno tutto il loro tempo e le occasioni diventeranno più rare. Bisogna approfittare dell’età più tenera per ammaestrarli. Il ramo si può piegare quando è giovane e verde, ma appena diventato duro non c’è più speranza di curvarlo. Ascoltiamo De 6:6-9!
    Una cosa è certa: “Se i nostri figli temeranno il Signore, saranno come piante d’ulivo, piantate intorno alla nostra tavola” (Sl 128).

Nicola Marozzelli
(Assemblea di Perugia)