La relazione fra due realtà della vita cristiana

SANTIFICAZIONE
E PERDONO

Ogni discepolo di Cristo, coerentemente con la chiamata che ha ricevuto ad essere purificato e liberato dal peccato, deve porsi l’obiettivo concreto di una vita di santificazione, che non deve però mai tradursi in atteggiamenti di giudizio verso chi cade. Anzi dalla santificazione deve scaturire una continua predisposizione al perdono.


Un popolo chiamato ad
identificarsi con la santità di Dio


In Levitico 11:44-45 leggiamo:

“...Io sono il Signore, il vostro Dio, santificatevi dunque e siate santi, perché io sono santo...”
.

Santità è sinonimo di “purezza” di “separazione” dal male e dal peccato.
Non è una qualità di Dio: è la qualità di Dio, è la Sua essenza con la quale si rivela all’uomo e nella quale chiama ogni uomo ad identificarsi. Dio vuole che il popolo che ha chiamato fuori dall’Egitto assuma la sua stessa caratteristica; lo vuole e lo pretende come Signore.
In tutto l’Antico Testamento risuona questo richiamo attraverso la Legge, le prescrizioni rituali e gli ordinamenti morali in un crescendo di coscientizzazione e responsabilizzazione del popolo e dei singoli, messi di fronte ad una rivelazione straordinaria: Dio vuole identificarsi in loro!

Conseguentemente loro devono ravvedersi ed identificarsi in Dio!
Questo processo è rivelato e sintetizzato in Ezechiele 20:41-44

“...Io mi compiacerò di voi come di un profumo di odore soave, quando vi avrò condotti fuori dai popoli e vi avrò radunati dai paesi dove sarete stati dispersi; io sarò santificato in voi davanti alle nazioni; voi conoscerete che io sono il Signore, quando vi avrò condotti nella terra d’Israele, paese che giurai di dare ai vostri padri. Là vi ricorderete della vostra condotta e di tutte la azioni con le quali vi siete contaminati; sarete disgustati di voi stessi per tutte le malvagità che avete commesse; conoscerete che io sono il Signore quando avrò agito con voi per amore del mio nome, non secondo la vostra condotta malvagia, né secondo le vostre azioni corrotte o casa d’Israele, dice Dio, il Signore.”


Il disegno è chiaro: Dio prende l’iniziativa, chiama, coagula ed elegge un popolo. Si compiace di questa decisione; annuncia la volontà di “santificare” sé stesso nel popolo, che avrà, conseguentemente, conoscenza e consapevolezza del suo stato di schiavitù fisica e morale dalla quale Dio lo libera.
Solo così Dio potrà agire con loro, non secondo criteri umani anche religiosi che definisce malvagi e corrotti, ma secondo la sua santa volontà che il popolo ora conosce, vede e sperimenta.
Lo stesso progetto viene esteso, secoli dopo, a tutta la Chiesa:
“...mediante il sangue di Cristo...lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo...” (Ef 2:13-14).
Infatti leggiamo in Efesini 1:4:
“Ci ha eletti affinché fossimo santi ”.
L’elezione precede la salvezza, come la santificazione precede la redenzione.
L’elezione ha come scopo immediato e contingente la santificazione segno di liberazione e salvezza dal potere del peccato.
Questo processo è iniziato e portato avanti da Dio che agisce costantemente nella vita dei singoli e delle chiese, oso dire, nonostante loro; ma Dio richiede, incessantemente, la totale, convinta e operosa volontà dell’uomo.


L’uomo chiamato
ad agire insieme a Dio

In 1Tessalonicesi leggiamo:

“Or il Dio della pace vi santifichi egli stesso completamente; e l’intero essere vostro, lo spirito, l’anima e il corpo, sia conservato irreprensibile per la venuta del Signor nostro Gesù Cristo. Fedele è colui che vi chiama, ed egli farà anche questo....” (1Te 5:23-24).

L’azione “fedele” di Dio investe la totalità della persona, non solo alcuni aspetti; non si limita ad apportare modifiche qua e là a livello etico o caratteriale, non si fa complice di cambiamenti “secondo criteri umani” minimali o pretenziosi che siano, ma cambia totalmente e trasforma la coscienza e la volontà dell’eletto; la sua azione è incisiva ed inequivocabile; sottovalutarla o peggio ignorarla può essere fatale come vedremo in seguito (Ga 2:20).
Paolo, parlando ai Corinti esorta ancora dicendo:

“...Poiché abbiamo queste promesse, carissimi, purifichiamoci da ogni contaminazione di carne e di spirito, compiendo la nostra santificazione nel timore di Dio
(1Co 7:1).

Dio agisce prima dell’uomo ma poi esige che l’uomo agisca con Lui.


Due diverse risposte dell’uomo

A questo proposito sono noti pensieri e teorie divergenti che si accentrano in due filoni distinti di pensiero: Pessimismo e Perfezionismo.
Analizziamoli brevemente:

1) Secondo il pensiero pessimista, l’uomo, nonostante l’elezione, a causa della sua natura umana, rimane fatalmente un peccatore incorreggibile sempre bisognoso della grazia e misericordia di Dio. Il fatalismo legato alla grazia sembra una accoppiata religiosamente ragionevole. (Il cattolicesimo fonda su questa “dottrina” la teologia delle “opere” ed il “sacramento” del sacerdozio ministeriale). Di fatto è una mezza verità perché è vero che la tentazione e il peccato sono costanti della natura umana ma è altrettanto vero e rivelato dalla Parola di Dio, che mediante lo Spirito Santo il peccato può essere vinto e la costante delle vittorie va a costituire una nuova natura; la nuova nascita, non è che l’inizio di questa vita di combattimento quotidiano che allena e plasma il credente.
Al contrario, la resa psicologica e morale al male e al peccato (ancor più se teorizzata teologicamente), produce lassismo, formalismo e autogiustificazione. Di fatto è un arrendersi, con complicità, al potere della carne ed alle sue delizie psichiche e corporali. Dio fornisce ogni mezzo all’uomo per portarlo alla santificazione; il pessimista risponde: “Spiacente non ce la faccio!” Dio è forse un bugiardo pretenzioso?
Il pessimismo è pericoloso, non si può rendere Dio bugiardo impunemente!

2) Al contrario, il perfezionismo, (denunciato anche da René Pache nel suo “Nuovo Dizionario Biblico” alla voce: “Santificazione”) è la tendenza agli assoluti; verità e menzogna vanno individuati sempre con precisione e con decisione; per il perfezionista la Parola è soprattutto un codice etico; e dà per scontato che la sua assidua ricerca del vero e del falso sia costantemente diretta dallo Spirito Santo.
Questo ottimismo su sé stesso, come ermeneuta della Parola, gli impedisce di capire che nell’opera della sua personale santificazione non può fare ciò che Dio si è riservato di fare; il suo zelo perfezionista sfocia inevitabilmente nella presunzione e nella vanagloria che esaltano la mente ma inaridiscono il cuore. Ancor peggio rischia di rendere ininfluente fino alla rimozione l’opera dello Spirito Santo, sostituita dal suo “sapere” e dalla sua “intuizione.
Il grande e importante movimento del Fariseismo è caduto in questa trappola diabolica.
Il perfezionista è severo con sé e con gli altri; i suoi giudizi sono precisi ed implacabili soprattutto sui peccati degli altri!
Al perfezionista però normalmente sfugge un elemento essenziale della santità di Dio: la misericordia; tralasciando di aggiungere alla fede l’affetto fraterno e l’amore secondo l’esortazione di 2Pietro 1:7 gli si accorcia la memoria diventa “...cieco oppure miope avendo dimenticato di essere stato purificato dei suoi vecchi peccati”, come denuncia 2Pietro 1:9.

Amore senza verità o verità senza amore “religiosamente” si equivalgono; ma entrambe le posizioni non corrispondono alla santificazione al “...perfezionamento dei santi...” previsto da Efesini 4:12-15.
La Scrittura ci mette in guardia da ogni sottovalutazione come da ogni manipolazione “religiosa” della richiesta divina con due ammonimenti drammaticamente espliciti:

“...Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore...” (Eb 12:14).

È richiesto un impegno non un abbandono al fatalismo degli eventi, pena: non vedere il Signore per l’eternità!
Ed ancora:

“...fratelli non siamo debitori alla carne per vivere secondo la carne; perché se vivete secondo la carne voi morrete; ma se mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo voi vivrete...” (Ro 8:12-13).

Cecità o morte eterna a coloro che pur chiamati fraintendono o sottovalutano la santificazione; ma l’apostolo suggerisce subito il rimedio: “mediante lo Spirito” vale a dire la necessità di operare volenterosamente affidandoci allo Spirito del Signore come guida e come aiuto (Gv 10:1, 4).

L’opera di Gesù

Per comprendere bene come poter operare su noi stessi per praticare la santificazione è necessario riflettere sulle parole di Gesù:
“...Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità” (Gv 17:19).
Osservazioni:

1) Gesù ha operato su di sé una continua ed incessante opera di purificazione, di presa di distanza da ogni forma di peccato; Egli doveva identificarsi totalmente nell’ “Agnello sacrificale senza macchia né difetto” (Es 12:5); “...reso perfetto dalle cose che soffrì...” (Eb 5:8).

2) Gesù doveva essere puro anche ritualmente come sacerdote che offre (in questo caso sé stesso) il sacrificio per il peccato del popolo (Le 9:7; Eb5: 3-5).

3) Gesù compie tutto questo “per loro”, cioè per noi, per tutta l’umanità non per sé stesso! (Gv 3:16; Eb 5:9).

4) In Gesù si compie perfettamente il dono proveniente dall’amore di Dio: il Perdono dei peccati! (Sl 103:3; Cl 2:13).

Il vero perdono procede dalla Santità di Dio manifestata nella Santificazione del Figlio; la Giustizia di Dio si concretizza nella Santificazione e nel Sacrificio del Figlio.
Queste osservazioni sono indispensabili per farci capire che la nostra santificazione non si esaurisce nella purificazione personale, ma costituisce strumento per la nostra azione, il nostro vivere ed interagire con il prossimo verso il quale abbiamo sempre un debito di amore e di testimonianza nella verità.
Ed il prossimo più prossimo siamo noi credenti che viviamo ed interagiamo riconoscendoci come tali; nella santificazione siamo messi in grado di vivere autenticamente la reciprocità dell’amore (Gv 13:35).


La Parola ci aiuta a capire...

Il nostro modo di vivere i rapporti dimostra o meno la nostra comprensione della verità e capacità di vivere la santificazione ed il perdono.

Ci soccorre l’esortazione apostolica che leggiamo:

“...Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia che è idolatria...Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia e non vi escano di bocca parole oscene. Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere e vi siete rivestiti del nuovo che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato... Rivestitevi dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza. Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati così fate anche voi. Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione...” (Cl 3:5-15).

Queste incisive parole rendono comprensibile l’opera dello Spirito Santo che ci aiuta a capire noi stessi, affinché possiamo agire contro il peccato.


Due imperativi

“Fate morire...”
è un imperativo che fa appello alla nostra volontà e alla nostra potenziale capacità di operare quanto descritto, potenzialità resa tale dall’opera dello Spirito Santo che agisce in noi e con noi. L’apostolo, infatti, dà per scontato che ciò “ora” possa avvenire!
Sono elencate due categorie di peccati:

1) La prima si riferisce alle passioni carnali che sfociano nell’idolatria! Riguardano la mente e il corpo!

2) La seconda categoria mette in risalto i vari modi con cui si manifesta subdolamente o palesemente l’ostilità verso il prossimo che cova nel nostro intimo come amore esclusivo per noi stessi.
Purtroppo, ma non è un’attenuante, quest’atteggiamento affonda le sue radici nella caratterialità dell’individuo e nello spirito di emulazione a sua volta traente origine dal tipo di cultura (o incultura) nella quale si è formato e dalle tradizioni dalle quali è stato condizionato.
Tutto ciò l’apostolo Paolo lo configura come “un vestito” vecchio logoro e sudicio che non condiziona solo esteticamente la nostra figura ma è anche un elemento di corruzione interiore che va sanata (Ez 20:43).

“Rivestitevi”
(v. 12): un altro imperativo che esige solo obbedienza!
Sbavature e cedimenti sono all’ordine del giorno! Nessuno può legittimamente proclamare di essere pervenuto alla perfezione! Ebrei 12:1 così recita: “abbandoniamo ogni peso e il peccato che così facilmente ci avvolge!”
Il peccato possiede un potere immenso di seduzione e di insinuazione nella mente e nel cuore. Sovente non ce ne rendiamo conto; basta riflettere su quanto si è sensibili e reattivi quando siamo oggetto di attenzioni ostili o di peccati (o presunti tali) del fratello o della sorella, dell’amico e del nemico.
La tentazione è sempre la solita: reagire giudicando, condannando e, sovente, mantenendo un latente rancore!


Dalla santificazione
nasce il perdono

L’apostolo invece comanda: “Sopportatevi perdonandovi a vicenda”. La santificazione produce pazienza e capacità di perdono reciproco.
La reciprocità è imprescindibile.
L’esempio, dice Paolo, l’avete nel “Signore che vi ha perdonati” e nella santificazione, nello spogliamento dei frutti della carne e del peccato: “..così fate anche voi”
Con apparente legittimità in certe circostanze ci si chiede fino a che punto si può perdonare. Quello è un momento critico per la nostra coscienza, non sempre lucida a causa degli eventi!
Anche Pietro chiese a Gesù:
“Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?” (Mt 18:21).
Impressionato ma non convinto dalle precedenti parole di Gesù (vv.15 a 19), Pietro formula la domanda con lo spirito della “legge” e del “buonsenso” legalista che si può così parafrasare:
“Va bene perdonare anche più volte ma bisogna evitare che il perdono si trasformi in tolleranza verso il peccato e in una sua giustificazione; quindi bisogna porre un limite al perdono!”
A questa impostazione consegue che, se un fratello non si ravvede, non può aspettarsi il perdono e l’offeso “può” legittimamente non perdonare! È il trionfo della legge!
Gesù, in precedenza, interpellato da “scribi e farisei” (Gv 8:3-11) circa l’opportunità, prevista dalla Legge mosaica, di lapidare una donna colta in flagrante adulterio, aveva già mostrato il suo spirito ed il suo obiettivo: dopo aver formulato le famosissime parole “...chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra contro di lei” (v. 7) disse alla donna: “...neppure io ti condanno...” vale a dire parafrasando: “Io che sono autenticamente giusto e santo quindi in pieno diritto di farlo, non lo faccio non ti condanno, ma va e non peccare più”.

Questo è il perdono che si manifesta nella grazia unito alla chiamata alla santificazione.

La Legge non produce santificazione (Ro 8:3); solo la Grazia e la gratuità del perdono ne costituisce l’elemento fondante (Ro. 5:8).
Infatti Gesù, nell’ottica non più della legge ma della Grazia, così risponde a Pietro: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette..” (Mt. 18: 22) e poco dopo, nella parabola del debitore ingrato precisa la necessità inderogabile che “...ognuno perdoni di cuore al proprio fratello”; pena il giudizio! (Mt 18:34, 35).
Quindi un’autentica santificazione non produce una capacità di perdono una tantum o a rate, non produce un condono, ma una predisposizione continua al perdono secondo lo Spirito del Signore.
Per sottolineare inoltre che i rapporti fra credenti non devono assolutamente esaurirsi in affettuoso perbenismo formale, sterile e vuoto, l’apostolo Paolo aggiunge:
“...rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione...” (Cl 3:14).
Infine si può sintetizzare: Santificazione, perdono, amore, perfezione; così e solo così come membri del corpo di Cristo possiamo esprimere autenticamente e completamente la nostra riconoscenza al Signore che ci ha liberati e salvati dal potere del peccato e della morte.
La testimonianza al suo nome e al suo perdono concretizza il suo santificarsi nel suo popolo (2P 1:10-11).

Gianpirro Venturini
(Assemblea di Ivrea, TO)