Un problema reale per molti genitori

LA PRESENZA DI FIGLI PICCOLI AGLI INCONTRI DELLA CHIESA

Come era prevedibile, l’editoriale di dicembre, che illustrava le indicazioni e gli esempi biblici che propongono ai genitori la presenza dei loro figli, anche se piccoli, agli incontri del popolo di Dio, ha suscitato alcune reazioni, che sono ben espresse nella lettera che volentieri pubblichiamo e che ci consente di sviluppare un’ulteriore riflessione sull’argomento.


Sempre presenti?

“Gesù disse: «Lasciate i bambini, non impedite che vengano da me, perché il regno dei cieli è per chi assomiglia loro»”.

Caro Paolo,
colgo innanzitutto l’occasione per salutarti insieme alla tua famiglia, con l’augurio di trovarvi in salute e nella gioia del Signore che ci ama e benedice sempre aldilà dei nostri meriti: a Lui sia la gloria nei secoli dei secoli.
Leggendo IL CRISTIANO vengo puntualmente benedetto ed edificato. Mi fa molto piacere notare che gli autori degli articoli, così come il direttore, tengono fede ad una linea “fondamentalista” e ferma sui principi letterali della Sacra Scrittura, ovviamente so che non potrebbe essere diversamente. Ciò è sempre confortante, perché permette a noi lettori di confrontarci serenamente rispetto a temi che riguardano la nostra vita secolare e spirituale.
Devo dire che in certe occasioni alcuni articoli suscitano in me qualche interrogativo, così come il penultimo editoriale (mese di dicembre 2004). Ho quindi pensato di confrontarmi personalmente con te per esprimerti alcuni dubbi considerando anche che sto vivendo, insieme alla mia famiglia una situazione simile a quella da te descritta.
Come forse ricordi ho un figlio piccolo; grazie a Dio è molto vivace e pieno di energie. Fin da subito dopo la nascita, io e mia moglie ci siamo chiesti come poter partecipare alle riunioni con lui nonostante le oggettive difficoltà. Devo dire che nei primi mesi le difficoltà delle poppate e dei cambi pannolino non ci hanno scoraggiati nonostante il locale di culto nel quale ci riuniamo è quasi privo di spazi in cui ci si possa appartare.
Il problema è sorto dopo alcuni mesi, quando il suo periodo di sonno durante gli incontri è progressivamente diminuito fino ad esaurirsi completamente anche a causa dei rumori, soprattutto legati al canto, che inevitabilmente fanno parte delle nostre riunioni.
Sicuramente sai che la stanchezza in loro produce irrequietezza e che questa è difficile da gestire. Spesso e volentieri mi sono trovato nella situazione di dover contenere mio figlio semplicemente perché durante le riunioni voleva giocare ed esprimersi rumorosamente come era abituato fare a casa, senza che ciò rappresentasse un problema. Così la partecipazione alle riunioni è diventata un problema che ci ha fatto riflettere.
È noto a chiunque che i bambini in età prescolare e non solo, hanno una naturale e spiccata esigenza fisica di movimento, contenerli non è facile soprattutto se non riescono a capirne minimamente il motivo, in fondo non stanno facendo capricci, ma vivono semplicemente una pulsione naturale che in altre situazioni è considerata normale.
Non è stato semplice giungere alla decisione di far rimanere a casa mia moglie durante la riunione di preghiera o studio biblico infrasettimanale, innanzitutto perché dovevamo prima trovare un accordo fra noi genitori, poi perché abbiamo dovuto subire le critiche, a nostro avviso d’impronta legalista, di credenti preoccupate per la salute spirituale soprattutto di mio figlio.


Sempre presenti a tutti i costi:
c’è un senso?

Devo ammettere che io per primo ho sempre ritenuto giusto partecipare alle riunioni, ritenendo questo principio valido per tutti, ma ora vorrei fare alcuni distinguo.
Che senso ha partecipare ad una riunione solo per dire di esserci stato? “...infatti il Signore non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell’uomo: l’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore”. Non riesco ad accettare serenamente una critica quando la mia decisione è basata su dati oggettivi e non su delle scuse.
Che senso ha frequentare una riunione quando, per i motivi accennati sopra, è largamente impedita non solo la mia partecipazione, ma anche quella degli altri?
Un bambino che per essere contenuto e disciplinato piange a squarciagola ti assicuro che crea sufficiente disturbo.
Ma a questo proposito mi chiedo: che significato ha la parola disciplina riferita ad un bambino di dieci, dodici, o quindici mesi?
Come può comprendere che in un ambiente in cui è accompagnato dai genitori una o due volte la settimana non si può fare chiasso, gironzolare indisturbato, e fare diverse cose mai proibite in altre situazioni?
Forse la mia famiglia è l’unica ad avere certi problemi: un bambino vivace ancora poco capace di comprendere il giusto contegno a seconda dei contesti in cui si trova, un locale di culto in cui lo spazio disponibile per la “gestione” dei bambini è praticamente inesistente, ecc.
Non è una lamentela ma una semplice analisi dei fatti.
Fin’ora, a parte il periodo della lode durante il culto di adorazione, io o mia moglie siamo stati costretti spessissimo ad uscire dal locale per calmare nostro figlio e per permettere una predicazione intelligibile.


Programmi alternativi?

Grazie a Dio, nelle ultime settimane le cose stanno pian piano migliorando, ma il tuo ultimo editoriale mi ha suscitato in particolare questa domanda: “Quanti anni avevano quei bambini a cui si riferisce la Parola di Dio?”
Io non sono un esegeta o un particolare studioso delle Scritture, e non vorrei interpretarle a modo mio, ma almeno in alcuni dei versetti da te citati è possibile ipotizzare un‚età maggiore di quella di mio figlio. Bambini in grado di gridare “Osanna al figlio di Davide” o in grado di rallegrarsi per la conclusione del restauro delle mura di Gerusalemme devono aver raggiunto un’età “sufficiente” per farlo in modo consapevole.
Sono perfettamente d’accordo nel considerare i bambini di qualsiasi età come parte integrante della chiesa, e sono convinto che “insegnando al ragazzo la condotta che deve tenere, anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà”, ma non sono sicuro che sia sempre preferibile la loro presenza a tutti gli incontri di chiesa, fin dai primi mesi di vita.
In queste ultime settimane, consideravo insieme a mia moglie che, se fosse possibile organizzarlo, sarebbe proprio opportuno un programma alternativo per i bambini d’età prescolare durante il periodo della predicazione.
Non è una mia convinzione arbitraria, ma un dato di fatto che i più piccoli non siano in grado di comprendere una predicazione preparata per un pubblico adulto, d’altro canto possono giovarsi di un insegnamento calibrato sulle loro reali capacità di comprensione. Ciò non toglie che in altri momenti, come il periodo della lode ed adorazione, essi possano partecipare più efficacemente e consapevolmente, in linea con ciò che è scritto nel Salmo 8:2.
Quando scrivi che certe attività per i bambini, pur se lodevoli, encomiabili “non devono mai diventare alternative agli incontri di chiesa”, comprendo che non hai la mia stessa idea di ciò che è opportuno o meno fare; tu potrai a ragione sostenere che non hai espresso una tua idea, ma l’insegnamento della Scrittura. Ma ti domando: in che modo è possibile evitare 40-50 minuti di noia ai bambini d’età prescolare durante la predicazione?
Nella mia esperienza ho visto genitori trastullare i propri figli in vari modi, con l’intento di non farli né annoiare né disturbare. A volte disegnano, altre volte sfogliano libri illustrati, sgranocchiano qualche biscotto o schiacciano un sonnellino.
Non mi pare che i bambini a cui si riferiscono i versetti da te citati dovessero fare altrettanto.
Erano forse più grandi e consapevoli? La lettura della legge era più semplice delle nostre predicazioni? Secondo te in cosa sbagliamo noi oggi? o se preferisci: in che modo secondo te i miei dubbi sono in contrasto con l’insegnamento delle Scritture?

Mi rendo conto di aver scritto tanto e soprattutto tante domande, d’altra parte non mi rendo conto cosa significhi essere direttore de IL CRISTIANO, e quante lettere simili alla mia possano giungerti ogni mese.
Non pretendo certamente una risposta sollecita, ma sono indubbiamente interessato al tuo punto di vista relativo alle riflessioni appena esposte, soprattutto sapendo che anche tu hai un figlio piccolo e stai vivendo or ora una situazione simile alla mia.
Ti ringrazio anticipatamente per l’attenzione e ti saluto caramente nel Signore.

Lettera firmata




Cercare la volontà del Signore

Carissimo.
ti ringrazio per le tue parole di apprezzamento alla linea seguita da IL CRISTIANO e per il tuo incoraggiamento a rimanere saldamente ancorati alla Parola di Dio.
Come ho già avuto modo di scrivere, rispondendo alla fraterna lettera di una nostra abbonata (vedi IL CRISTIANO n. 10/2004; pagg. 531-532), il mio desiderio è che, leggendo i diversi articoli (a cominciare dall’editoriale!), i “nostri” lettori maturino nel loro cuore e nella loro mente la volontà di “esaminare le Scritture per vedere se le cose stanno così”.
Se ci sono articoli che “suscitano qualche interrogativo”, come tu scrivi, ciò è indubbiamente positivo se gli interrogativi spingono ad approfondire la nostra ricerca del pensiero del Signore espresso e rivelato nella sua Parola e se incoraggiano dei fratelli, quali noi siamo in Cristo, a confrontarsi fra di loro, condividendo l’obbiettivo di “esaminare ciò che è gradito al Signore”, per “capire quale sia la sua volontà”, in modo da onorarlo in ogni aspetto della nostra vita.
Grazie quindi per aver voluto confrontarti con me, per compiere insieme questo cammino di ricerca della volontà del Signore.

Ho apprezzato la simpatica chiarezza con cui hai illustrato le difficoltà che, insieme a tua moglie, devi affrontare ad ogni riunione per gestire la presenza di tuo figlio in modo che rechi il minor disturbo possibile alla chiesa e che sia ridotto al minimo il disagio che lui stesso prova nel sentirsi costretto a non piangere, a non muoversi, a non parlare...
Nel tentare di dare una risposta alle tue domande, vorrei proprio partire dalle tre parole che ho appena e volutamente usato: “difficoltà”, “disturbo” e “disagio”.


Le “DIFFICOLTÀ” per i genitori

Sono indubbiamente tante le difficoltà che un padre e una madre devono affrontare per svolgere il loro compito di genitori. La difficoltà di base è dovuta quasi sempre al fatto che non esiste una scuola che formi dei genitori, ma stranamente esistono decine di “maestri” e di di “maestre” pronti a dire la loro, pronti a dare suggerimenti e a pretendere di sapere sempre cosa è bene fare e cosa è bene non fare e, ahimé, pronti anche talvolta a proporsi presuntuosamente come esempi da imitare e, quando vedono disattese le loro indicazioni, pronti a giudicare e a criticare.
Spesso così alle difficoltà davanti alle scelte da compiere si aggiungono la difficoltà di scegliere i suggerimenti giusti e lo scoraggiamento (come mi par di capire succeda anche nel tuo caso) per critiche che percepiamo come gratuite e ingiustificate e che perciò non ci è possibile accettare serenamente. In un contesto del genere è normale che dei giovani sposi, da poco diventati genitori, provino un senso di smarrimento e di frustrazione: chi ascoltare? e gli altri genitori come fanno? sono bravi solo loro? è solo nostro figlio a piangere, a strillare, a fare capricci? e così via...
La prima cosa da fare in questi casi mi pare che tu l’abbia già fatta insieme a tua moglie e l’hai ben ricordata quando scrivi: “innanzitutto dovevamo prima trovare un accordo fra noi genitori”. Padre e madre devono vivere il loro ruolo di genitori cercando una piena sintonia nelle decisioni da prendere. Quando un padre dice “mela” e la madre dice “pera” e quando soprattutto non si preoccupano di vivere una diversità di atteggiamenti e di scelte nei confronti dei figli, il processo formativo ed educativo è già destinato a fallire in partenza. La comunione che il Signore desidera sia vissuta da ogni coppia cristiana è, all’arrivo dei figli, anche una comunione educativa. È vero che, secondo la Scrittura, il Signore affida un ruolo di maggiore responsabilità all’uomo, non solo nel suo essere marito ma anche nel suo essere padre. Questo non lo autorizza però a scelte unilaterali, anzi fa parte della sua responsabilità la continua ricerca di sintonia, armonia, comunione con sua moglie.
Quindi: innanzitutto – e lo hai ben detto – i genitori devono trovare un accordo.
Ma su cosa devono accordarsi? Il nostro punto di riferimento deve essere e rimanere sempre il Signore che ci parla attraverso la sua Parola: è da questa Parola che dobbiamo ricevere indicazioni, insegnamenti, suggerimenti ed è sempre al vaglio dell’autorità di questa Parola che dobbiamo sottoporre quanto ci viene proposto dall’esterno da quei “maestri” che ricordavo poco fa; non dobbiamo infatti scartare la possibilità che fra gli insegnamenti di questi “maestri” ce ne siano anche di buoni così come potrebbero esserci delle critiche utili, soprattutto quelle che ci vengono fatte non con spirito di giudizio ma con amore, non per abbatterci ma per incoraggiarci.
Mi piace sempre ricordare in proposito l’esempio di Manoà, padre di Sansone, che all’annuncio della nascita del figlio si preoccupò soprattutto di sapere dal Signore cosa doveva fare per lui, come doveva allevarlo (Gd 13:8, 12). Da Manoà impariamo che la prima scelta sulla quale due genitori cristiani devono trovare l’accordo è quella di dipendere dal Signore e soltanto da Lui.
Da questa dipendenza, se vissuta in sintonia, trarranno forza e discernimento per affrontare ogni difficoltà. E, fra queste difficoltà, vi è indubbiamente anche quella relativa alla partecipazione agli incontri della chiesa locale. Chi ha un figlio piccolo sa quanto sia difficile e faticoso organizzarsi. Già alla partenza da casa non bisogna dimenticare nulla di tutto quello che serve: carrozzina o passeggino, borsa per l’emergenza con pannoloni, salviette, biberon, succhiotto, almeno un cambio. A volte il diavolo approfitta di questo momento per fare in modo che i genitori giungano alla riunione già stressati. Certo, sarebbe più comodo rimanere a casa: meno fatica, meno stress, meno ansie. E a volte basta una piccola scusa, forse anche la più banale, per non andare alla riunione. Ma, oltre al fatto che i tanti esempi biblici che ho ricordato nell’editoriale ci raccontano la presenza dei bambini in mezzo al popolo di Dio come un fatto assolutamente normale (del problema dell’età parlerò più avanti), mi domando perché mai due sposi debbano perdere le occasioni di comunione e di crescita con la loro assemblea solo perché sono diventati genitori: il dono di un figlio che è occasione di arricchimento non può diventare occasione di impoverimento.
Quindi occorre “resistere al maligno” fin da casa e “resistere” anche una volta arrivati alla riunione.
“Dormirà? non dormirà? e, se si sveglia, come si sveglierà? comincerà a urlare? sarà buono? e come reagiranno gli altri? ci sopporteranno con amore? oppure ci giudicheranno come genitori incapaci di disciplinare nostro figlio?” Quante domande... quante preoccupazioni! In questo modo partecipiamo agli incontri mettendo le difficoltà che potremmo essere costretti ad affrontare per “colpa” di nostro figlio al centro della nostra attenzione. Ma è al Signore che dovremmo soprattutto pensare e guardare, è la sua presenza che dovremmo cercare, per sentirla viva e reale in mezzo a noi. E quel nostro piccolo bambino non dev’essere percepito come causa di difficoltà o come ostacolo, ma come il dono per il quale abbiamo lodato e continuiamo a lodare il Signore, per il quale partecipiamo con ancora più gioia agli incontri della chiesa... come il dono che il Signore ci chiama ad “amministrare” e che usa per esercitare la nostra disponibilità al servizio e la nostra pazienza.
Il bambino piange, strilla, si agita, va di qua e di là (se già cammina)? Cominciamo da subito a mostrargli con l’esempio, con la fermezza e, se necessario, anche con una disciplina rapportata all’età, qual è il comportamento da tenere. Essere costretti a “contenere” un figlio fa parte del nostro compito di genitori. Del resto non è che i bambini hanno bisogno di “essere contenuti” soltanto durante le riunioni della chiesa, a meno che... non si sia disposti a lasciarli liberi di sfasciarci la casa e di correre il rischio di farsi del male! E per “contenerli” non è che dobbiamo aspettare che riescano “a capirne il motivo”!
La parola disciplina ha un senso (eccome se lo ha!) anche “riferita ad un bambino di dieci, dodici o quindici mesi”. Ovviamente quando parlo di “disciplina” non mi sto riferendo ad interventi correttivi di tipo punitivo, ma piuttosto al sistema di modelli e di regole con cui un genitore cerca di rendere ordinato il comportamento del proprio figlio. E, in questo sistema di modelli, può starci benissimo anche la possibilità, propria del nostro caso di credenti, per la quale ci sono periodi e luoghi (una, due, tre volte la settimana) in cui “non si può fare chiasso, gironzolare indisturbato e fare diverse cose mai proibite in altre situazioni”. La disciplina deve avere come obiettivo la formazione, quindi: quando intervengo per contenere mio figlio, devo farlo non tanto perché è uscito dai limiti posti dal “modello” quanto piuttosto perché non ne esca più.
Non dobbiamo inoltre dimenticare che il concetto di disciplina è strettamente legato a quello di governo, di autorità. Fin dalla nascita di un figlio i genitori devono esercitare una funzione di governo nei suoi confronti. Con una perserverante gradualità devono comportarsi in modo tale che egli capisca che il babbo e la mamma non sono accanto a lui per incoraggiare ed agevolare il suo desiderio istintivo di avere tutto e di fare tutto quello che gli pare, ma per modellare i suoi comportamenti, per orientarlo verso ciò che è giusto fare e che non è giusto fare.
Il noto pedagogista Comenio, che ha fondato il suo pensiero e la sua azione sulla sua fede cristiana e sugli insegnamenti delle Scritture, ha scritto un bellissimo brano in proposito:
“...la disciplina mira a questo, a formare e a rassodare favorendola continuamente la tempra degli affetti nei giovanetti che alleviamo per Dio e per la Chiesa, per ridurre tale tempra simile a quella che Dio richiede ai suoi figli, affidati alla scuola di Cristo, affinché esultino con tremore (Salmo 2:11) e procacciandosi con timore e tremore la propria salvezza, godano nel Signore sempre (ai Filippesi 2:12), ossia affinché possano e sappiano e amare e riverire i propri formatori, e non solo si lascino condurre volentieri dove conviene condurli, ma anche desiderino vivamente di essere condotti(Comenio, Didattica magna, Firenze 1947, pagg. 326-327; il grassetto è mio).
Essere presenti agli incontri della chiesa, come ai momenti di preghiera, di canto e di culto familiare, significa per i bambini frequentare “la scuola di Cristo” alla quale dobbiamo iscriverli fin dalla nascita e che ha come obiettivo la loro “salvezza”. E per fare in modi che i figli arrivino ad “amare e riverire i propri formatori (=genitori)e a addirittura a lasciarsi “condurre volentieri dove conviene condurli” è necessario che essi comprendano quanto prima possibile che i genitori non sono dei provveditori ma, appunto, dei formatori.
Allora, se, come genitori credenti, abbiamo ben presente qual è il modello di comportamento che dobbiamo avere durante le riunioni della chiesa, è a questo modello che dobbiamo cercare di conformare nostro figlio. Ciò avverrà lentamente, con fatica e con sofferenza. Ma, nello stesso modo in cui, desiderando che nostro figlio usi a tavola le posate, non pretenderemo che lo faccia quando ha solo dieci mesi ma insisteremo e persisteremo e non ci arrenderemo, finché non avrà imparato, non capisco perché mai non dovremmo fare con il suo comportamento durante le riunioni.
In questa prospettiva – e qui rispondo ad un’altra delle tue domande – “ha senso frequentare una riunione”, non solo perché ho la benedizione di gustare “quant’è buono e quant’è piacevole” stare insieme ai miei fratelli in Cristo, ma anche perché, come padre o come madre, sto formando mio figlio.
È vero che l’insistere e il persistere ci creeranno momenti di difficoltà e di tensione, ma incoraggiamoci guardando in avanti: al momento in cui, finalmente formati, i nostri figli si siederanno composti accanto a noi. Quanto ti sto dicendo trova piena conferma in quello spiraglio di ottimismo (per ora l’unico, ma presto ne vivrai certamente altri) che esprimi con le parole: “Grazie a Dio, nelle ultime settimane, le cose stanno pian piano migliorando” soprattutto per il disturbo che provochiamo alle sorelle e ai fratelli della chiesa, ma... anche questi ultimi hanno un compito preciso da assolvere: non scoraggiare e non demotivare i genitori!


Il “DISTURBO” per la chiesa

A questo punto credo che sia bene ricordare che un bimbo piccolo non è un dono di Dio solo per i suoi genitori, ma è un dono di Dio anche per la chiesa locale alla quale i genitori appartengono.
La presenza di un bambino piccolo non è realtà della quale devono interessarsi e preoccuparsi solo i genitori, ma tutti i credenti presenti ad una riunione.

Prima di tutto devono farlo mostrandosi come modelli ai quali il bambino dovrà fare riferimento per formare il suo comportamento.
Qui ci sarebbe, ahimé, da fare un lungo discorso, che sintetizzerò per evitare di cadere in un spirito di giudizio. E la sintesi è presto detta: ci sono adulti che, anche senza gridare e senza strillare, si comportano peggio dei bambini: infatti si distraggono in continuazione girandosi di qua e di là, sono presi da frequenti attacchi di incontinenza quasi si fossero dimenticati di andare in bagno al mattino prima di uscire di casa, sbadigliano annoiati, parlottano fra di loro (per questo amano le ultime file e non certo per umiltà evangelica!) ecc...
Inoltre ci sono adulti che si rapportano con i bambini in modo diseducativo: fanno loro continui sorrisini o moine con il viso e con le mani, scartocciano rumorosamente caramelle o cioccolatini, sono pronti ad offrire i più svariati oggetti per distrarli (o per attirare la loro simpatia?!?) e, soprattutto, facendo questo, si sovrappongono inopportunamente ai loro genitori.
Il modello degli altri adulti (non solo quindi dei genitori) è fondamentale per aiutare i bambini, via via che crescono, a comprendere quale atteggiamento, quale contegno e quali forti motivazioni interiori vi sono in una riunione vissuta nel nome del Signore. Adulti disordinati modelleranno bambini disordinati.

In secondo luogo i presenti alla riunione devono manifestare comunione nei confronti dei genitori, comunione con le loro difficoltà, con le loro ansie, con le loro preoccupazioni. Una comunione che deve trasformarsi in affetto, disponibilità e soprattutto in piena condivisione della pazienza perseverante che i genitori sono chiamati a vivere nel loro compito di formatori. Tutti i credenti sono chiamati ad essere pazienti, non soltanto il babbo e la mamma!
I genitori devono sentire accanto a loro non dei giudici pronti a dare una valutazione di come stanno assolvendo il compito che il Signore ha loro affidato, ma delle sorelle e dei fratelli pronti, con atteggiamenti e parole di comprensione e di amore, a sostenerli, ad incoraggiarli, ad impedire al maligno di introdurre nella loro vita il tarlo dello sconforto che porta alla resa.
La parole che mi hanno rattristato di più nella tua lettera sono: “Devo ammettere che io per primo ho sempre ritenuto giusto partecipare alle riunioni, ritenendo questo principio valido per tutti, ma ora vorrei fare qualche distinguo. Mi ha rattristato perché, se ho ben compreso, l’introduzione di “qualche distinguo” in una convinzione biblicamente ineccepibile come quella che ti ha portato a ritenere “giusto partecipare alle riunioni” è stata provocata in te e tua moglie dalle critiche che avete subito.
Ecco quello che non dovrebbe mai accadere! Gli altri credenti nella chiesa devono comportarsi in modo tale da incoraggiare e favorire la partecipazione, non certo in modo da provocare l’assenza!!
In virtù di questa comunione due genitori cristiani devono sapere e vedere, al di sopra di ogni altra cosa, che la chiesa (tutta la chiesa!) sta pregando per loro, sta pregando per il loro bambino.
Non sempre, purtroppo, questo accade, ma è proprio questo che il Signore ci chiede! La preghiera “gli uni per gli altri”, quando “gli uni” o “gli altri” sono dei genitori, deve riguardare in particolare l’educazione e la formazione dei loro figli.
Capisco bene che si possa provare “disturbo” per un bambino che si agita o che strilla, ma è un disturbo la cui soluzione non può essere lasciata solo ai genitori: è un disturbo davanti al quale si deve imparare a condividere i pesi e non a colpevolizzare.
Quando i membri di una chiesa locale avvertono l’arrivo e la presenza di bambini come un fastidio e non per quello che in realtà sono (un dono del Signore!), c’è davvero poco da sperare sulla loro crescita. “La pazienza” è uno degli aspetti di vita che siamo esortati ad aggiungere alla nostra fede (2P 1:6) ed è parte essenziale del “frutto dello Spirito” (Ga 5:22).


Il “DISAGIO” per i bambini

Infine un’ultima questione.
Come tu sottolinei giustamente, non potendo muoversi o fare quello che normalmente fanno a casa, i bambini piccoli avvertono un indubbio senso di disagio e, davanti alle predicazioni, anche di “noia”, come tu scrivi.
È possibile creare una situazione ed un ambiente che li metta a loro agio?
Credo che dobbiamo innanzitutto sottolineare che è assurda e diseducativa la pretesa di eliminare per i bambini ogni forma di disagio durante le riunioni della chiesa.
Cosa dobbiamo fare? Lasciarli a casa? Portarli alle riunioni, ma in un ambiente a parte, ovattato e tutto per loro? Organizzare “riunioni” alternative concepite solo per loro? Sinceramente sono tutte ipotesi di soluzioni che mi lasciano perplesso, molto perplesso e ti spiego perché.
Tutti i bambini provano disagio durante una visita medica (al mio piccolino basta solo la vista del pediatra per cominciare ad agitarsi e a strillare!), ma allora cosa facciamo? Non portiamo più i nostri figli dal medico?
Ci sono bambini che sono a disagio nel frequentare la scuola, ma allora... li lasciamo a casa condannati a restare ignoranti? Ricordo ancora la verga con cui mio padre curò, in maniera devo dire decisiva e convincente, il mio”disagio” scolastico!
Mi pare, caro fratello, che all’origine di tutto ci sia un’idea di fondo che è profondamente sbagliata: quella di voler evitare ad ogni costo ai nostri figli disagio, sofferenza!
Il disagio è il prezzo da pagare in ogni processo formativo.
Nel nostro cammino con il Signore, abbiamo scoperto il disagio della nostra natura umana davanti alla necessità del ravvedimento e riscopriamo il disagio davanti all’esortazione a confessare i nostri peccati e a riconoscere i nostri limiti. Non voler pagare o, come nel caso dei bambini, non voler far pagare questo prezzo porta al fallimento di qualsiasi tentativo di formazione.
Tu hai posto giustamente il problema dell’età dei bambini di cui si parla negli episodi biblici che ho citato nel mio editoriale. La Scrittura non ci consente di indicare un’età ben definita, ma so che, quando nella nostra Bibbia italiana troviamo la parola “bambini”, è perché nell’originale si fa riferimento a figli che sono al di sotto dell’età in cui nel popolo ebraico si diventa “figli della legge”, quindi sicuramente al di sotto dei dodici anni. E che dire del Salmo 8:2 (cfr. Mt 21:16) dove si parla esplicitamente di “lattanti” in relazione alla lode? E che dire ancora del solenne invito al ravvedimento contenuto nel libro di Gioele: “Adunate il popolo, santificate l’assemblea! Adunate i vecchi, i bambini, e quelli che poppano ancora!(Gl 2:16)?
In quale modo “i lattanti” lodano il Signore? In quale “quelli che poppano ancora” possono comprendere le ragioni di una adunata di ravvedimento e santificazione come quella di cui parla Gioele?
Ti rispondo molto sinceramente: “Non lo so!”. Ma so che il Signore, nella sua Parola, mi fa capire che è bene che “i lattanti” siano là in mezzo al popolo che loda e che “quelli che poppano ancora” siano addirittura là dove a causa del peccato “si digiuna, si piange, ci si lamenta, ci si straccia il cuore” (Gl 2.12-13).
Quando i nostri figli piccoli vivono gli incontri della chiesa accade in loro qualcosa di misterioso, nel senso che sfugge alla nostra vista e alla nostra comprensione, ma dobbiamo avere la certezza che lo Spirito del Signore (perché è a Lui che li abbiamo affidati!) sta lavorando nella loro vita e che di questo lavorio interiore potremo un giorno vedere i frutti.
Noi lasciamo che i nostri figli, fin da piccoli, vivano tante relazioni che finiranno con il segnare una traccia nella loro vita (con i familiari, con i vicini di casa, con la TV, con i piccoli amici...) e vogliamo privarli della relazione con la vita della chiesa, anche della relazione con la Parola? È vero: 40-50 minuti di predicazione per i bambini sono una “noia” (a volte, quando il predicatore non è ispirato, lo sono anche per noi adulti!), ma viene sempre pur letta la Bibbia. Allora: permettiamo che, parola dopo parola, il linguaggio del Signore giunga alla loro mente e poi, da qui con il tempo, al loro cuore. Fin da piccoli i nostri figli ascoltano tante parole e perché mai non dovrebbero ascoltare le parole del Signore? Le lodi elevate dalla chiesa al Signore? Le preghiere rivolte dai singoli credenti al Signore?
Hai ben citato il testo di Proverbi 22:6; voglio ricordarne un altro analogo (2Ti 3:13): “...fin da bambino hai avuto conoscenza delle Sacre Scritture, le quali possono darti la sapienza che conduce alla salvezza”.
Per quanto possibile e gradualmente con la loro crescita, dovremmo poi cercare il modo di trasformare il disagio e la noia in partecipazione e attenzione. Stendere durante le riunioni tappeti su cui far giocare i bambini o altre amenità del genere non aiutano certo i bambini ad essere formati dalla solennità dell’incontro della chiesa con il Signore, un tempo che essi devono imparare a percepire come unico e diverso rispetto a tutte le altre loro esperienze, il tempo durante il quale lasciare che si formi in loro “la sapienza che conduce alla salvezza”.

Paolo Moretti