Il libro più antico della Bibbia, ma straordinariamente attuale

GIOBBE
Prima parte: GIOBBE E CRISTO



La vita di Giobbe ha al centro la sofferenza, quella di Cristo ha come obiettivo la croce e la morte più infamante. Entrambi sono oggetto di una sfida lanciata da Satana a Dio: una sfida scagliata contro Giobbe per mettere in discussione l’autenticità della sua fede e scagliata contro Cristo per fermare la realizzazione del piano divino per la salvezza dell’uomo peccatore. Ma una sfida che chiama a resistere e a combattere ogni figlio di Dio.



Il protagonista del libro

Giobbe è uno dei libri più interessanti della Bibbia: è coinvolgente, sempre attuale siccome parla della sofferenza. Insegna ad esercitare la fede in Dio con coerenza, sincerità e consapevolezza, e dà risposte alle domande di fondo sulla trascendenza. Dovremmo avvicinarci a questo libro con maggiore fiducia, sapendo che non è così impenetrabile come si pensa.
Questa meditazione nasce dalla percezione di un certo parallelismo che troviamo nel libro tra Giobbe e Cristo, sia per ciò che riguarda la sofferenza che la regalità che troviamo nella persona di Giobbe nel capitolo cap. 29.

Giobbe…
chiediamoci subito: chi è? è un personaggio storico o una figura romanzesca? quello della sua vita è il racconto di un fatto avvenuto o la composizione poetico-teolo-gica di un dramma immaginario?
A scanso d’equivoci dico subito che il libro di Giobbe è Parola di Dio, divinamente ispirata; pura teologia, ma non è un libro di dottrine. Per dottrine, intendo una serie di principi, dogmi e regole da osservare. Non ha genealogie, non ha storia, non ha geografia. Sembra essere un libro di filosofia ma non lo è per niente, anche i filosofi, alla fine, dettano delle dottrine; il libro di Giobbe non è nulla di tutto ciò.
Giobbe non fa capo alla discendenza del Messia, infatti, non abbiamo alcuna nota degli ascendenti o discendenti, che da Giobbe portino a Cristo.
Il racconto biblico ci dice solo: “C’era nel paese di Uz un uomo che si chiamava Giobbe”. Questo è tutto per identificare la persona, la storia e la geografia. Le poche notizie non vogliono certamente dire che non si tratti di un racconto realmente accaduto.

Allora, chi è Giobbe? Nel prologo del libro, è messa in evidenza la vita di un uomo pio, integerrimo, devoto, irreprensibile!
Beh, questo, a noi, credenti del XXI secolo, sembra troppo. Non è in armonia con l’insegnamento generale della Scrittura che ci rivela come tutti gli uomini siano racchiusi sotto il dominio del peccato.
Lo dichiara anche l’Antico Testamento: “Poiché non v’è uomo che non pecchi” (1Re 8:46), e lo dirà, con maggior enfasi l’apostolo Paolo: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio” (Ro 3:23); e ancora: “Non v’è alcun giusto, neppure uno”.
Ma c’è una cosa: è il Signore stesso che, nel suo incontro con Satana, esalta la fedeltà di Giobbe: “Non ce n’è un altro sulla terra che come lui sia integro, retto, tema Dio e fugga il male”. Anche Giobbe, allorquando si troverà nel turbine della prova, reclamerà con arroganza i diritti della sua rettitudine!
Certo, la nostra santità può essere apprezzata da Dio, come ha fatto con Giobbe, ma ciò non crea un debito per il Signore. Lui dal nostro buon comportamento non trae alcun vantaggio.
Infatti, dal racconto del libro vediamo che, al contrario delle affermazioni che fa Satana, il Signore non si era impegnato con Giobbe a dargli il contraccambio per la sua rettitudine; probabilmente la sua prosperità derivava da una vita eticamente corretta a 360 gradi.
Ciò che ha subìto Giobbe è raccapricciante, metterebbe quasi in ombra la sofferenza di Cristo, se non fosse per la morte che il Signore subì sulla croce. Allo stesso modo, Giobbe, ha tanto sofferto, ma senza morire. In realtà avrebbe preferito la morte a quelle atrocità, ma a lui, al contrario che a Cristo, non doveva essere toccata la vita, Giobbe doveva solo mostrare di resistere, accettando la volontà di Dio infatti, il suo vero lamento era morale, esistenziale, metafisico, ma non di dolore. Più volte ha invocato la morte, ma era pattuito che doveva restare in vita, a dimostrare fino in fondo la sua fede granitica.


Un autoritratto “messianico”

Per conoscere Giobbe, dobbiamo leggere il capitolo 29 di questo libro. vi è riportato una specie di autoritratto, nel quale Giobbe narra sé stesso e si descrive come era prima della sua odissea:

“Giobbe riprese il suo discorso e disse:
Oh, potessi tornare come ai mesi d’una volta, come nei giorni in cui Dio mi proteggeva, quando la sua lampada mi risplendeva sul capo e alla sua luce io camminavo nelle tenebre!
Oh, fossi com’ero ai giorni della mia maturità, quando Dio vegliava amico sulla mia tenda, quando l’Onnipotente stava ancora con me e avevo i miei figli intorno a me; quando mi lavavo i piedi nel latte e dalla roccia mi fluivano ruscelli d’olio!
Se uscivo per andare alla porta della città e mi facevo preparare il seggio sulla piazza, i giovani, al vedermi, si ritiravano, i vecchi si alzavano e rimanevano in piedi; i notabili cessavano di parlare e si mettevano la mano sulla bocca; la voce dei capi diventava muta, la lingua si attaccava al loro palato.
L’orecchio che mi udiva mi diceva beato; l’occhio che mi vedeva mi rendeva testimonianza, perché salvavo il misero che gridava aiuto e l’orfano che non aveva chi lo soccorresse.
Scendeva su di me la benedizione di chi stava per perire, facevo esultare il cuore della vedova.
La giustizia era il mio vestito e io il suo; la rettitudine era come il mio mantello e il mio turbante.
Ero l’occhio del cieco, il piede dello zoppo; ero il padre dei poveri, studiavo a fondo la causa dello sconosciuto.
Spezzavo la ganascia al malfattore, gli facevo lasciare la preda che aveva fra i denti.
Dicevo: «Morirò nel mio nido, moltiplicherò i miei giorni come la sabbia; le mie radici si stenderanno verso le acque, la rugiada passerà la notte sui miei rami; la mia gloria sempre si rinnoverà, l’arco rinverdirà nella mia mano»
.
I presenti mi ascoltavano fiduciosi, tacevano per udire il mio parere. Quando avevo parlato, non replicavano; la mia parola scendeva su di loro come una rugiada.
Mi aspettavano come si aspetta la pioggia; aprivano larga la bocca come a un acquazzone di primavera.
Io sorridevo loro quand’erano sfiduciati; non potevano oscurare la luce del mio volto.
Quando andavo da loro, mi sedevo come capo; ero come un re tra le sue schiere, come un consolatore in mezzo agli afflitti”
.

Ora riflettiamo: è possibile dopo aver letto questo, non intravedere un certo parallelismo o intravedere una descrizione del sacerdozio di Cristo?
Viene spontaneo chiederci: che rapporto c’è tra Giobbe e il Messia? tra la sofferenza di Giobbe la sofferenza di Cristo? tra il messaggio di Giobbe e quello dell’Evangelo della grazia? è un preludio all’opera di Cristo? o... cos’altro è?
Leggendo il prologo di questo libro contenuto nel primo capitolo, ci sembra di vedere, da un lato, Dio un po’ a disagio nel dimostrare a Satana la fedeltà che esaltava e il servizio spontaneo che gli rendeva Giobbe; dall’altro, Satana che non può essere né vinto, né convinto da semplici affermazioni, vuole vedere fatti concreti, vuole le prove che l’ignaro Giobbe dovrà dare quando sarà ridotto in miseria e debolezza.
Così, Dio abbandona il suo servo fedele e innocente nelle mani di Satana.
E questo, a noi, sembra uno scandalo. Ma, questo scandalo nel tempo si esaurirà; però, molto tempo dopo, ne seguirà un altro, di altra natura: la morte di Gesù sulla croce. Anche questa: inconcepibile e scandalosa per noi.


Parallelismo fra le due storie

Il dramma di Giobbe nasce dall’affermazione di Satana: “Nessuno sul-la terra serve Dio per nulla”; e, di fronte alla possibilità che egli dica il vero, è anche scritto “non v’è alcun giusto, neppure uno” (Ro 3:10) il Signore dà Giobbe nelle mani di Satana.
Dio non ha alcun bisogno di verificare le menzogne del Nemico, Egli conosce la fine fin dal principio, ma lo fa per dare a noi la consapevolezza della fede che dobbiamo manifestarGli e per mettere a tacere il Nemico.
È facile seguire il parallelismo delle due storie.
Appena inizia il suo ministero, Gesù, nel deserto, deve subito misurarsi con Satana che sta facendo di tutto per farlo desistere dalla sua missione tentandolo, Parola alla mano, per fargli apprezzare i vantaggi che avrebbe tratto dalle sue proposte, tutto il contrario di quello che gli chiedeva il Padre: “la morte”, evento che aveva lo scopo di redimere quanti avessero accettato per la loro salvezza lo scandalo della croce.
Gesù, nella sua umanità e nella veste di servitore, rifiuta categoricamente le proposte del Maligno dimostrandogli la loro inconsistenza; ma è ancora all’inizio della sua opera.
Toccherà prima il successo del suo ministero, godrà l’autorità del suo insegnamento, la potenza delle sue operazioni miracolose sui malati, sui poveri, sulla natura e sulla morte. Insomma, vivrà prima il periodo della fama e della prosperità che, secondo Satana, origina la fedeltà di Giobbe a Dio, poi gli si scaglierà contro per cercare di carpirgli la rinuncia al sacrificio.
Quello che non ha potuto ottenere prima con l’inganno nel deserto, cerca di ottenerlo dopo con la sofferenza più vile e atroce, nel corpo e nello spirito del Signore, defraudandoLo della sua eterna dignità e regalità.
Satana spera che Cristo non resti fedele fino alla fine ad un Padre che lo opprime e lo abbandona ingiustamente. Satana sa che quella sarebbe la sua sconfitta!
Accade così che, avvicinandosi la passione, prima della sua morte, Gesù en-tra nello stesso turbine doloroso di Giobbe!


Pietro come gli amici di Giobbe

Sulla strada di Ce-sarea (Mt 16:21), Gesù avverte Pietro, l’apostolo ardente, zelante, sempre ben disposto, che Lo attendono le sofferenze e la morte.
A questo punto, Pietro che Lo aveva appena riconosciuto come «Il Messia», che Israele aspettava, non riesce a sopportare quelle parole, e, acceso di furore, dice al Signore:
“Tolga ciò Dio, Signore que-sto non ti avverrà mai”, come a voler dire:
“Se sei il Figlio di Dio, non puoi finir male, se no, ecco: A CHE SERVIREBBE SERVIRE DIO? Che senso avrebbe essere Figlio di Dio? L’uomo non guadagnerebbe niente ad essergli fedele! Sarebbe il trionfo dell’immoralità e dell’irreligiosità. No – voleva dire al Maestro – tu non sai quello che dici! Tolga ciò Iddio, Signore que-sto non ti avverrà mai”.

“Da quell’ora Gesù cominciò a dichiarare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrir molte cose dagli anziani, dai capi sacerdoti e dagli scribi, ed esser ucciso, e risuscitare il terzo giorno. E Pietro, trattolo da parte, cominciò a rimproverarlo, dicendo: «Tolga ciò Iddio, Signore; questo non ti avverrà mai».
Ma Gesù, rivoltosi, disse a Pietro: «Vattene via da me, Satana; tu mi sei di scandalo. Tu non hai il senso delle cose di Dio, ma delle cose degli uomini».
Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se uno vuol venire dietro a me, rinunzi a se stesso e prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la sua vita per amor mio, la troverà»”.

Ecco, qui Gesù riconosce su-bito che nel fervore di Pietro, nelle sue belle parole, vi è la tentazione del Maligno e senza mezzi termini, anzi, brutalmente gli dice:
“Vattene via da me, Satana, tu mi sei di scandalo”.
Non c’è dubbio, Pietro sta facendo l’avvocato del diavolo; così fecero gli amici di Giobbe quando andarono a consolarlo. Sia questi che Pietro, hanno il senso della speculazione non della fede sincera e gratuita. Per loro ha ragione Satana:
“Nessuno serve Dio per niente”.
Gesù e Pietro si scandaliz-zano uno dell’altro, così è stato anche tra Giobbe e gli amici che erano andati a trovarlo con la presunzione di consolarlo. Pietro e gli amici di Giobbe vogliono stravolgere il concetto della “fedeltà a Dio”.


L’ultimo terribile assalto

La prova continua e Gesù, durante l’ultima settimana del Suo ministero, conoscerà l’avvilimento, l’abbandono, l’angoscia che provò Giobbe.
Tutto l’obbrobrio del mondo orchestrato da Satana, si scaraventa contro il servo di Dio sfigurandoLo, come prefigurò il salmista: “Degli aratori hanno arato sul mio dorso, v’hanno tracciato i loro lunghi solchi” (Sl 129:3).
Inchiodato alla croce ode un’ultima volta, per bocca del popolo, la voce del Tenta-tore: “Se sei Figlio di Dio scendi giù di croce, affinché noi vediamo e crediamo”.
Forse anche Pietro deve averlo pensato: “Ma, è veramente lui il Messia che aspettavamo? Perché Dio non lo libera?. È un impostore! Il suo Dio non esiste…, non è il nostro Dio!”.
Forse, sono anche le tristi e disperate conclusioni degli altri apostoli e sicuramente, dei farisei, ormai paghi di quanto avveniva.
Satana, finché Gesù vive, spera; finché l’agonia si prolunga, può continuare a dire a Dio:
“Non resisterà fino alla fine; sta soffrendo troppo per accettare di restare appeso a quei chiodi e morire! Sta già pensando che grazie a me, in un attimo, tutto può cambiare a suo vantaggio! È per questo che resiste ancora! Se l’abbandoni, se gli lasci credere che morirà co-me l’ultimo dei malviventi, cederà! Non può restarti fedele fino alla morte per nulla! Questa era la sua scommessa: sulla terra, nella disperazione, un tale amore, una tale speranza, una tale fede, non esistono! Alla fine, la sua sola speranza sono io – dice Satana – l’ultimo pensiero di Gesù sarà per ME! Scenderà dalla croce! Farà contento Pietro, salverà la pelle, e mi darà ragione!».
Eppure, la lezione di Giobbe, Satana l’aveva già avuta.
Finché Gesù respira, Satana respira con Lui, si trova nella medesima agonia di Gesù, ma: lui della sconfitta, Cristo della vittoria! Finché la prova non è stata conclusa, fino a quando Gesù non è spirato, l’accusatore conti-nuava a sperare!
E mentre Dio tace, mentre sembra che trionfino la men-zogna, l’ingiustizia, la malvagità, l’inganno, Gesù, dal fondo dell’abisso della sofferenza, grida: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.
In que-sta espressione, riassume tutta la sua angoscia e la protesta di Giobbe.
Nello stesso tempo però si rimette nelle stesse mani di Colui che lo aveva abbandonato: “Padre nelle tue mani rimetto lo spirito mio”.
Parallelamente, anche Giobbe rimise la sua causa nelle mani del Dio che lo aveva abbandonato dicendo: “Io so che il mio Redentore vive!”.


Noi apparteniamo a Dio
attraverso lo scandalo della croce

Nessuna rispo-sta!… Non avviene nulla, Gesù china il suo capo tormentato, lacerato da una corona di spine grondante sangue, e muore: “Tutto è compiuto». È finito. Nessuno l’ha aiutato, nessuno poteva farlo.
Dio tace e Gesù muore! Sembrerebbe proprio vero: il servitore si è sacrificato per nulla.
Ma nel mondo dello spirito le cose sono diverse, infatti è morendo che Gesù ha vinto. La sua risurrezione dai morti, poi, ci attesterà che Egli è davvero il Salvatore del mondo, il Messia, e che possiamo fidarci di Lui.
Ma ora c’è un problema: se Gesù ha sofferto ed è stato provato al nostro posto fino alla morte per togliere l’accusa e mettere a tacere Satana, la nostra prova dovrebbe essere superata: non ha più, né ragione, né senso. Gesù ha pagato per tutti i nostri debiti, siamo salvi, …basta!
Ora, gli apostoli e i discepoli sono provati attraverso la prova del loro Salvatore. Invece no! Non è così. Gesù ha dato la Sua prova! Ora tocca a noi dare la nostra. Accettare, non solo che Giobbe sia stato spogliato di tutto, per dimostrare di amare Dio per niente, ma anche un Dio che si è spogliato di tutto per mostrarci il suo amore, per quel niente che siamo noi. È una nuova dimensione della prova: accettare un Dio debole, che muore sia pure d’amore. Accettare un Salvatore che si lascia crocifiggere invece di far esplodere la sua onnipotenza. Sì, davanti alla croce, ora siamo provati più duramente.
Infatti Satana continua a servirsi di quest’apparente debolezza di Dio per ingannare ancora gli uomini, distogliendoli da un Dio crocifisso... perdente.
Ed è così soprattutto per il popolo eletto, che continua a rifiutare un Dio che è morto come un malfattore appeso ad una croce.
Ma nel piano divino, le cose stanno diversamente: Dio si servirà di questo scandalo per selezionare i suoi. Gesù dirà: “Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!” (Lu 7:23) Gesù si riferisce proprio allo scandalo della croce; infatti, anche l’apostolo Paolo ripeterà questo concetto: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia” (1Co 1:23); e sarà ancora più chiaro ed esplicito denunziando quelli che predicavano la circoncisione: “Quanto a me, fratelli, s’io predico ancora la circoncisione, perché sono ancora perseguitato? Lo scandalo della croce sarebbe allora tolto via (Ga 5:11).
La croce è dunque lo scandalo cui sottomettersi. Nessuno può sfuggire a questa prova per appartenere a Dio: attraverso la morte di Cristo in croce i redenti comprendono l’amore di Dio e la necessità di amarLo.
Lo scandalo della croce, è la prova della fede.


Anche i discepoli sono vagliati
per meglio conoscere il loro Dio

Nell’ultima sera della sua vita terrena, Gesù aveva detto a Pietro: “Satana ha chiesto di vagliarvi…”.
Ma quella sera, non accadde nulla, né a Pietro, né e agli altri, nemmeno un graffio! Hanno solo assistito alla scandalosa agonia del loro Maestro.
Era quella la richiesta di Satana: “Satana ha chiesto di vagliarvi come si vaglia il grano”, infatti, quella sera Pietro si vergognò del Maestro, o, forse ebbe paura di fare la stessa fine, ma è anche probabile che nei suoi dubbi pensasse: seguirò un Messia sconfitto? crocifisso? a che serve un liberatore morto? non è, forse inu-tile?
Lo scandalo della croce qui è il ventilabro che Dio ha in mano per provare la fede di Pietro. Solo la vera fede può resistere a tanto.
Pietro recuperò con le lacrime e con il pentimento.
La vittoria di Gesù è stata quella di “non scendere dalla croce”, per molti, questo è difficile da capire, però rende chiara e netta la selezione che il Signore farà dei suoi!
Non era la dichiarazione di fede di Giobbe: “Nudo sono uscito dal seno di mia madre, e nudo tornerò in seno della terra. L’Eterno ha dato, l’Eterno ha tolto; sia benedetto il nome dell’Eterno”? Certo lo era, ma in un Dio che non conosceva… infatti, solo alla fine Giobbe dirà: “Ora ti conosco”! Ma quando pronunziava quelle parole, non era ancora passato per il crogiuolo della prova alla fine della quale egli avrebbe ricevuto la rivelazione del volto dell’Eterno e durante la quale si sarebbe anche ribellato. Quando finalmente giunse a conoscere pienamente Dio, disse con gran stupore: “Avevo udito parlare di te… ma ora ti conosco”, accettando di buon grado ciò che Dio aveva stabilito per lui e mettendo in luce la fede gratuita. Ora, senza questa fede “è impossibile piacergli; poiché chi s’accosta a Dio deve credere ch’Egli è, e che è il rimuneratore di quelli che lo cercano” (Eb 11:6).
Con la morte di Gesù, Dio non ci lascia più nulla e non ha più nulla da darci. Davanti alla croce, a un Dio spogliato di tutto, perfino della sua stessa vita possiamo sentirci spogliati anche noi da tutte le nostre pretese e dai dubbi. O di qua o di là! Due possibilità: o un rifiuto totale di Lui, accettando il progetto di Satana, o la nostra fede totale e gratuita in Lui, credendo e accettando il progetto di una relazione con Lui, che non può che chiamarsi “Amore”. L’Amore, infatti, è una relazione personale con Lui: sulla croce Dio ha manifestato e intessuto questa relazione con i suoi. Oltre a Sé Stesso, altro non poteva dare per mostrare quest’amore, e a noi, non domanda altro che noi stessi per dimostrarglielo. Satana è vinto da questa relazione, da questa condivisione, da questo rapporto.
Non è Dio che deve vincere Satana, Dio non ne ha bisogno e Satana sa benissimo di essere perdente, sono i credenti che debbono sconfiggerlo, e questo, con la fede in ciò che Paolo chiamava «pazzia per i gentili e scandalo per i Giudei», credendo e accettando quel Dio che si è fatto crocifiggere per salvarli! Così è anche scritto: “Ma il giusto vivrà per fede” (Ro 1:17). Chi crede in quel Dio apparentemente debole, tanto debole da morire come l’ultimo degli uomini appeso ad una croce, non sarà più accusato dal Maligno di servire Dio per beneficiare di qualcosa, Lo serve perché Egli è Dio e basta!
Chiunque passa attraverso “l’umiliazione, la sofferenza e il sangue di Gesù”, si ritroverà nel Regno di Dio, dove tutto è immensa ricchezza, comprata senza denari, gratuita, della stessa gratuità con cui avrà amato il Signore, della stessa gratuità con cui il Signore lo ha amato! Questo è il Regno di Dio: il Regno dell’amore!
Gesù, ha trasformato il supplizio e l’umiliazione in una grande vittoria, senza aspettarsi alcun compenso, e l’ha offerta gratuitamente a tutti quelli che non si scandalizzano di Lui, anzi Lo accettano e Lo servono gratuitamente. Ora sì che possiamo cantare esultanti: “La vittoria è nostra, la vittoria è nostra nel nome di Gesù! Satana è sconfitto, Satana è sconfitto, nel nome di Gesù!” Perché (Ap 12:10-11) Lo abbiamo vinto grazie al sangue dell’Agnello. grazie all’amore di Dio!

(1. continua)

Michele Mascitti
(Assemblea di Pescara)