Gli avvertimenti delle storie antiche

QUANDO IN FAMIGLIA
MANCA L'ESEMPIO
DELLA CONSACRAZIONE


Da tempo, ormai, molti credenti si lamentano che oggi la chiesa sembra attraversare un periodo di debolezza: al suo interno troviamo invidie, contese, conflitti, divisioni, ma anche peccati, adulteri, separazioni, divorzi. Tutto ciò ci sgomenta e ci rattrista; diamo la colpa ai tempi malvagi, al benessere, ai modelli deviati del mondo in cui viviamo. Forse, invece, dovremmo dare la colpa a noi stessi e alla nostra mancanza di consacrazione…


Caro fratello,
[…] sono sposata con una persona che si dichiara “credente”, ma in tanti anni di matrimonio ha sempre dimostrato il contrario;
[…] non l’ho mai visto leggere la Bibbia, una rivista cristiana o un foglietto del calendario. […] Come può una persona, dopo anni di conversione, non portare un peso al Signore, […] non pregare mai in chiesa o citare un inno? E non desiderare la comunione con altri credenti? […] Ma la cosa ancora più brutta: essere violento e aggressivo in casa e poi andare al culto come se nulla fosse! […] Può un credente rimanere sempre allo stesso livello, senza fare almeno piccoli passi, ma anzi indietreggiare sempre di più?

Lettera non firmata



Questa lettera – benché anonima – mi dà l’opportunità di sviluppare un tema che, purtroppo, costituisce un problema che è ben più diffuso di quanto si pensi. Ogni volta che sento raccontare di situazioni di questo genere, mi torna alla mente una delle più significative domande di Gesù: “Quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lu 18:8)
Questa, oltre ad essere una domanda piena di significato, è anche molto impegnativa per il suo contenuto profetico: ci mette di fronte alla possibilità che la Chiesa – la sposa di Cristo – arrivi ad essere così infedele da “tradire” il suo Sposo.
Il termine che meglio definisce la gravità di questo tradimento è: apostasia, cioè il rinnegamento di una fede o di una dottrina.


Dove inizia l’apostasia?

Qualcuno potrà storcere il naso e pensare che parlare di apostasia in questo contesto sia eccessivo. Nel nostro pensiero, infatti, l’apostasia è sempre relegata ai tempi della fine; essa è considerata un evento profetico che accompagnerà la manifestazione dell’Anticristo (cfr. 2 Te 2:3).
I credenti di oggi si ritengono immuni da questo problema (almeno negli ambienti dove vige una lettura dispensazionalista della profezia), perché confidano in modo totalizzante nel Rapimento, che eviterà alla vera Chiesa di scivolare così in basso. Sarà certamente così, ma questa speranza non deve farci perdere di vista le nostre responsabilità di cristiani e rendere meno urgente e meno importante la precisa chiamata che Dio ci rivolge: “Siate santi perché io sono santo” (1P 1:16) E ancora: “Impegnatevi a cercare la pace con tutti e la santificazione senza la quale nessuno vedrà il Signore” (Eb 12:14).
Nella vita del credente, la consacrazione e la santificazione vanno di pari passo.
In questa prospettiva, possiamo capire bene la delusione che provò l’apostolo Paolo quando dovette rivolgersi ai Corinzi con le seguenti parole: “Io non ho potuto parlarvi come a spirituali, ma ho dovuto parlarvi come a carnali, come a bambini in Cristo. Vi ho nutriti di latte, non di cibo solido, perché non eravate capaci di sopportarlo; anzi, non lo siete neppure adesso, perché siete ancora carnali” (1Co 3:1-2).
E in un’altra lettera è scritto ai credenti di origine ebraica: “Dopo tanto tempo dovreste già essere maestri; invece avete di nuovo bisogno che vi siano insegnati i primi elementi degli oracoli di Dio; siete giunti al punto che avete bisogno di latte e non di cibo solido” (Eb 5:12).
Anche molti cristiani contemporanei rimangono bambini e, come bambini, alcuni sono immaturi, superficiali, viziati, insoddisfatti, egocentrici. E, peggio ancora, non crescono mai.
Questi esempi dimostrano, a mio avviso, che i germi nefasti dell’apostasia sono presenti nell’essere umano e possono rimanere attivi anche nel credente, nonostante la sua professione di fede.
Uno degli strumenti più efficaci che permette a questi germi di moltiplicarsi e di contaminare l’intero organismo spirituale è proprio la mancanza di consacrazione. Dunque, l’apostasia inizia molto prima del suo compimento profetico.
Essa inizia nel momento in cui guardiamo più a noi stessi che a Cristo.
Inizia quando curiamo più i nostri interessi personali piuttosto che quelli di Cristo.
L’apostasia inizia quando la nostra Bibbia comincia a coprirsi di polvere e quando i pensieri sono orientati verso i nostri idoli personali, qualunque essi siano. In questo modo, la fede individuale si indebolisce, il desiderio di studiare la Scrittura sparisce e ci si accontenta di ascoltare il sermone della domenica, magari distrattamente. Anche la gioia della comunione fraterna viene meno e le riunioni settimanali diventano un peso, e si diffondono sempre di più le assenze e la latitanza. E se il credente non si nutre con sano cibo spirituale, deperisce fino a divenire solo il simulacro di quello che invece dovrebbe essere un vero cristiano.
In questa prospettiva, ognuno può diventare responsabile per la sua parte di apostasia.


“Schizofrenia spirituale”

Senza che ci si renda conto, la mancanza di consacrazione, col tempo, oltre ad aprire la porta all’apostasia, provoca dei pesanti effetti collaterali, dei quali uno dei peggiori è una sorta di “schizofrenia spirituale”, cioè una specie di sdoppiamento della personalità, che consente di indossare una maschera pubblica quando si va al culto, mentre la realtà della propria vita spirituale è quella che invece si consuma tra le pareti domestiche, dove molte volte diamo il peggio di noi stessi.
Quanti drammi (piccoli o grandi) si compiono, quanti soprusi o abusi, quanta sofferenza scaturisce anche nel cuore privato di molte case di credenti? Non è un’accusa gratuita la mia, ma è purtroppo la constatazione di una triste e vergognosa realtà. Possono essere casi sporadici, isolati e circoscritti, ma non dovrebbero esistere nemmeno quelli.
Il Signore ci chiama a vivere una vita completamente e radicalmente diversa da quella di prima, e questa nuova vita deve essere l’espressione del nostro desiderio di glorificare Dio. Il credente è esortato a vivere una vita santa, con il cuore purificato e non con doppiezza d’animo. Se viviamo in questo stato di doppiezza, quale testimonianza diamo al nostro coniuge, ai nostri figli, ai nostri amici?
Quale servizio diamo al regno di Dio?
Dov’è la nostra gratitudine per l’opera della croce?
Dov’è l’onore che dobbiamo dare a Dio?
Dov’è la gioia della salvezza?
Il re Davide l’aveva persa a causa del suo peccato: allora facciamo anche noi un esame di coscienza e chiediamoci quanto spazio stiamo dando alla nostra carnalità e al nostro egoismo.


Addirittura aggressività?

La lettera della sorella fa riferimento anche a episodi di aggressività e di violenza di suo marito credente. Non viene specificato in cosa consiste questa aggressività e sarebbe bene capire qualcosa di più, prima di dare dei giudizi. A volte, infatti, per qualcuno un tono di voce più alto del solito è già sinonimo di violenza, mentre per altri è considerata una cosa normale assistere allo sfogo di un marito che inveisce e batte i pugni sul tavolo. Tuttavia, in ogni caso è oltremodo deleterio che un marito o un padre credente si comporti in maniera da esercitare una forte pressione emotiva nei confronti della sua famiglia, se non addirittura paura.
Ci sono vari tipi di violenza domestica: quella più evidente (violenza fisica) e quella meno evidente (violenza psicologica). Quest’ultima si può trasformare facilmente in un vero e proprio “terrorismo psicologico”, che provocherà dei gravi danni affettivi e relazionali, sia nella dinamica coniugale sia nello sviluppo emotivo dei figli. Non credo che il Signore chiami i mariti e i padri ad esercitare il proprio ruolo in questo modo! e magari, alla domenica, quello stesso marito e padre lo si vede pregare, cantare e addirittura leggere e commentare dei passi biblici.
Quale immagine di lui avranno i suoi familiari?
Probabilmente quella di uno con una doppia personalità, che sa fingere molto bene quando si trova davanti agli altri, ma che poi, a casa, si rivela per quello che è realmente.
E quale immagine di Cristo può dare agli altri uno così?
Viene da chiedersi se sia davvero nato di nuovo.
A volte si ritiene che nel privato delle nostre case ci è consentito arrogarci il diritto di esercitare a nostro beneficio l’autorità, comportandoci come dei despoti. L’apostolo Pietro mette in relazione questo comportamento negativo addirittura con la vita spirituale di chi lo esercita.
“Mariti, vivete insieme alle vostre mogli con il riguardo dovuto alla donna, come a un vaso più delicato. Onoratele, poiché anch’esse sono eredi con voi della grazia della vita, affinché le vostre preghiere non siano impedite” (1P 3:7).
Sembra di capire che la preghiera (aspetto spirituale) di chi si comporta in questo modo sia ostacolata – se non addirittura “bloccata” – dal suo comportamento verso la moglie (aspetto relazionale).
Infatti la Scrittura dice che il Signore non esaudisce le preghiere degli empi e di coloro che sono doppi d’animo (cfr. Sl 66:18; Pr 28:9; Gv 9:31; Gm 1:7,8; 4:3).
In un altro passo, Paolo afferma che chi non provvede ai suoi “è peggiore di un incredulo” (1Ti 5:8). Il contesto immediato di questo testo è quello della cura pratica e materiale della propria famiglia, ma ritengo lecito ampliare il discorso includendo anche gli aspetti spirituale, affettivo e relazionale.
È ovvio che non sto accusando nessuno in modo specifico, ma sto solo facendo delle considerazioni di carattere generale, anche se conosco alcuni casi che corrispondono a questa triste descrizione.


La mancanza di consacrazione
è contagiosa

Quando il credente che ha la responsabilità di guidare la famiglia non è consacrato al Signore, ma mantiene più o meno lo stesso modo di essere e di fare che caratterizzava il suo passato, significa che nella sua mente non ha lasciato spazio allo Spirito Santo per la sua opera di “trasformazione” (cfr. Ro 12:2).
Egli continua a manifestare i suoi vecchi difetti e i suoi vecchi pensieri e le sue reazioni continuano a percorrere lo stesso schema mentale, perché il suo “io” non è stato interamente crocifisso con Cristo.
In questo modo egli sarà una guida mancante e anche se le sue parole fossero parole di verità, con il suo comportamento vanificherà tutto quanto pretende di insegnare. Le sue stesse parole perderanno di autorevolezza e verranno svuotate del loro contenuto positivo, perché l’esempio vale più di mille discorsi.
In molti casi, si può constatare che la mancanza di consacrazione ha anche un altro difetto: è contagiosa, cioè si può trasmettere a chi vive accanto al credente non consacrato. Si trasmette in molti modi: con l’esempio negativo, con lo scoraggiamento, con la ribellione verso il Signore, di quel Signore che il marito e il padre dice di amare e di voler onorare, ma che poi nei fatti sconfessa apertamente.
In una casa di credenti dove non c’è consacrazione e amore per Cristo di solito si respira un’atmosfera spirituale non molto edificante e i figli assorbono molto facilmente questo doppio modo di rapportarsi alle cose del Signore. La loro fede futura è già influenzata dai segnali contraddittori che vedono in casa: apparenza, maschere per le diverse occasioni, ipocrisia.
A causa della doppiezza d’animo di costoro, la testimonianza cristiana – una delle più grandi responsabilità affidateci da Dio – viene gravemente danneggiata. Mi è capitato, a volte, di incontrare qualche giovane che ha temporaneamente rifiutato la fede a causa del comportamento doppio di uno o di entrambi i genitori che, pur definendosi credenti e frequentando abbastanza regolarmente le riunioni domenicali (solo quelle!), nel privato non esitavano invece a manifestare i peggiori difetti della loro vecchia natura.


La mancanza di consacrazione
è un peccato

Un ultimo aspetto della mancanza di consacrazione, ma non meno importante, è il suo carattere peccaminoso.
Cristo Gesù ci ha perdonati, ci ha giustificati e ci ha salvati, tramite la sua opera redentrice. Dopo la salvezza, ci chiama ad essere “trasformati nella sua stessa immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione del Signore, che è lo Spirito” (2Co 3:18). Siamo altresì chiamati a “spogliarci del vecchio uomo che si corrompe seguendo le passioni ingannatrici” (Ef 4:22).
Potremmo citare altri innumerevoli passi che ci esortano a crescere nella fede e nella conoscenza del nostro Signore Gesù, che ci esortano a far morire le opere della carne e a manifestare il frutto dello Spirito (cfr. Ga 5:19-25), che ci comandano di produrre frutti degni del ravvedimento (cfr. Mt 3:8), ecc.
Se il credente viene meno a questi chiari ordini, impartiti da colui che ha riscattato le nostre vite liberandole dalla schiavitù di Satana, allora dimostra, nei fatti, di snobbare sia l’opera di Cristo sia il ministero dello Spirito Santo. E poiché il peccato genera altro peccato, è molto probabile che il credente che imposta e vive la sua vita non secondo le giuste priorità bibliche, preferendo cioè vivere per sé stesso e soddisfare i suoi interessi e desideri egoistici, diviene strumento di debolezza e di scandalo per la sua famiglia, per la chiesa e per la testimonianza di Gesù Cristo. Il Signore ha detto chiaramente che “è impossibile che non avvengano scandali, ma guai a colui per colpa del quale avvengono! Sarebbe meglio per lui che una macina da mulino gli fosse messa al collo e fosse gettato nel mare, piuttosto che scandalizzare uno solo di questi piccoli” (Lu 17:1-2).

Ci sarebbero ancora molte osservazioni e riflessioni al riguardo, ma credo sia sufficiente ribadire che i credenti hanno un compito che va al di là della loro stessa vita terrena. Questo compito è quello di “essere a lode della sua gloria” (Ef 1:12). Non lo dobbiamo mai dimenticare. Perciò, ogni comportamento che renda un cattivo servizio a questa santa chiamata – pur nella nostra debolezza di peccatori perdonati – è un punto a favore dell’avversario. Ogni persona che si definisce credente dovrebbe quindi considerare molto attentamente il livello della propria consacrazione, per verificare se davvero la sua vita rende onore al Dio della gloria. Il Signore sa che non siamo perfetti e che facciamo molti sbagli e che non arriveremo mai agli standard spirituali che lui richiede, ma una cosa possiamo farla: offrirgli tutto l’impegno di cui siamo capaci, mediante una sincera e costante consacrazione del nostro cuore.

Marco Distort
(Assemblea di Arezzo)