Il libro più antico della Bibbia, ma straordinariamente attuale
GIOBBE
Terza parte: LA RIBELLIONE
Non è mai facile affrontare la sofferenza, per nessuno! Tanto meno per Giobbe che non riesce proprio a comprendere linfierire di Dio nei suoi confronti ed esprime a volte con crudezza la sua incapacità di accettare quanto gli sta accadendo. Ma non è facile neppure stare accanto a chi soffre, come dimostra il comportamento dei suoi amici che si pongono davanti a lui con larroganza del giudizio e non con la misericordia della consolazione.
Il silenzio di Giobbe
Dopo essere stato depredato di tutto il meglio che gli dava Dio, ricchezze, salute, affetti, ignaro di quel che accadeva dietro le quinte, Giobbe cade in depressione! Sfido io! E, dopo aver pronunciato le sue ultime, sante parole: Abbiamo accettato il bene dalla mano di Dio,
rifiuteremmo daccettare il male?, tace! Non sappiamo quanti giorni è durato il suo silenzio, ma in quel silenzio Giobbe stava covando risentimenti che presto sarebbero esplosi!
Forse egli aveva usato il suo zelo come merce di scambio. Ma è possibile mettere in conto di credito la nostra onestà morale nei confronti di Dio chiedendone una retribuzione? Essere onesti, conviene a noi o a Dio? In Isaia 64:6 (la Diodati rende meglio il concetto) leggiamo:
E noi siamo stati tutti quanti come una cosa immonda, e tutte le nostre giustizie sono state come un panno lordato.
Che se ne farebbe il Signore della nostra onestà e della nostra giustizia? Ci siamo mai chiesti qual è la molla che ci spinge a non peccare, se vi riusciamo? Per acquisire dei meriti? Per essere benedetti?
Per un po di felicità quaggiù?
Così pensavano gli amici di Giobbe, e forse anche Giobbe, prima di cadere nella sua disavventura! Se le buone maniere, lonestà, la vita pia, devota, integerrima, sono come una buona semina, alla fine, dopo aver messo tutto limpegno, il tempo, il seme, laratura, la semina, il sudore, ciò che resta è la speranza di essere ricompensati con un buon raccolto!
Ma così non è stato per Giobbe, e lui ora vuole una spiegazione. Una spiegazione che vorremmo anche noi, se fino ad ora avessimo pensato e creduto come lui e cioè che essere timorati di Dio, osservanti di tutti i precetti religiosi, e onesti nella vita pubblica, sia un titolo di credito. Io credo proprio che tutti noi, fino ad ora abbiamo pensato così! A questo enigma, cerca una risposta Giobbe, per sé e per noi; e senza questo libro forse non avremmo potuto saperlo.
Se ci fosse un premio di consolazione per il comportamento etico e spirituale, in cima allelenco di tutti gli uomini vissuti fino ad oggi, il primo dovrebbe essere Giobbe; invece, è stato trattato come lultimo.
La perdita incalcolabile degli affetti, delle ricchezze, della salute, della sopraggiunta sofferenza fisica: è tutto da attribuire proprio alla sua pietà e onestà. Giobbe era, come si dice oggi, il fiore allocchiello, il meglio, il gioiello più bello dello scrigno di Dio. Era il vanto del Signore.
La sofferenza dei giusti
e la prosperità degli empi
Per capire bene cosa successe è necessario ricordare alcune parti del testo del libro di Giobbe:
Allora Giobbe aprì la bocca e maledisse il giorno della sua nascita. E prese a dire così: «Perisca il giorno chio nacqui e la notte che disse: È concepito un maschio!» (3:1-3).
Perché non morii nel seno di mia madre? Perché non spirai appena uscito dalle sue viscere? Perché trovai delle ginocchia per ricevermi e delle mammelle da poppare? Ora mi giacerei tranquillo, dormirei, ed avrei così riposo coi re e coi consiglieri della terra che si edificarono mausolei, coi principi che possedevan delloro e che empiron dargento le lor case; o, come laborto nascosto, non esisterei, sarei come i feti che non videro la luce. Là cessano gli empi di tormentare gli altri. Là riposano gli stanchi. (3:11-17)
Perché dar la luce allinfelice e la vita a chi ha lanima nellamarezza, i quali aspettano la morte che non viene, e la ricercano più che i tesori nascosti e si rallegrerebbero fino a giubilarne, esulterebbero se trovassero una tomba? Perché dar vita a un uomo la cui via è oscura? e che Dio ha stretto in un cerchio? (3:20-23).
Ecco, questo è il tono amaro con cui Giobbe rompe il silenzio!
Dopo sette giorni e sette notti di silenzio vicino ai suoi amici, Giobbe pronunzia parole violente e sfacciate, maledicendo il giorno della sua nascita, chiedendosi, quale sia il senso dunesistenza che si svolge nella notte, nellangustia, nellamarezza e nel dolore e nella vana ricerca.
Il tema è esistenziale ed ha molto in comune con il libro del profeta Geremia, (vedi Gr 20). Anche per quanto si riferisce al problema della giustizia: la sofferenza del giusto e la prosperità dellempio.
Geremia si rivolge al Signore con queste parole:
Tu sei giusto, o Eterno, quandio contendo con te; nondimeno io proporrò le mie ragioni: Perché prospera la via degli empi? Perché son tutti a loro agio quelli che procedono perfidamente? (12:1)
E Giobbe, come Geremia e il salmista Asaf (Sl 73) imposta il suo discorso proprio su uno tra i temi chiave della vita delluomo: la sofferenza dei giusti e la prosperità degli empi.
Quindi non sul tema del dolore, ma piuttosto sul tema della giustizia che Dio applica, nel tollerare che i suoi figli soffrano e che gli empi si godano la vita.
Guardiamoci dai facili giudizi!
Dai discorsi degli amici di Giobbe emerge la convinzione che al giusto dovesse andare sempre tutto bene per premio; mentre allempio dovesse invece andare tutto male per castigo.
Ma le loro pie parole prescindono dalla giustizia di Dio, che essi trascurano. E proprio lesperienza di Giobbe dimostra che è vero il contrario.
Ma cè di più: ai tempi di Giobbe è evidente che si pensava anche che il bene e il male si riflettessero non necessariamente solo su chi peccava ma anche su un qualunque altro membro della sua famiglia; si credeva cioè che il premio o il castigo potessero essere trasferiti per discendenza, fino alla terza e alla quarta generazione!
Questo dilemma viene chiarito dal profeta Geremia:
In quei giorni non si dirà più: «I padri han mangiato lagresto, (luva acerba) e i denti de figliuoli si sono allegati», ma ognuno morrà per la propria iniquità: chiunque mangerà lagresto ne avrà i denti allegati (31:29).
Lo stesso principio venne poi affermato anche da Gesù con altre parole, rispondendo alla domanda di un discepolo che vedendo un cieco gli chiese chi avesse peccato, o lui o i suoi genitori (Gv 9).
Questo pensiero, con laggiunta di una buona dose di malignità, qualche volta serpeggia nella mente di qualche credente carnale, il quale, anziché pregare per chi soffre, pronuncia i suoi facili giudizi ed emette la sua sentenza: Colpevole! Il Signore sta usando la verga!
Il tema del giusto che, non solo non è premiato, ma è perseguitato dalle disgrazie, nel libro di Giobbe, è il tema più ardito di tutta la Bibbia, specialmente nel terzo capitolo dove leggiamo che Giobbe ardisce parlare contro il Signore. Ma poi più tardi giustifica la sua animosità, dicendo:
a me toccan mesi di sciagura, e mi sono assegnate notti di dolore. Non appena mi corico, dico: «Quando mi leverò?» Ma la notte si prolunga, e mi sazio dagitazioni in fino allalba. La mia carne è coperta di vermi e di croste terrose, la mia pelle si richiude, poi riprende a suppurare (7:3-5).
La scena che abbiamo davanti è desolante; proviamo ad immaginarla: per sette giorni e sette notti Giobbe è stato vegliato in silenzio da tre amici venuti per consolarlo, non ardivano pronunziar parola, di fronte a quella scena.
Il lamento di Giobbe
Dopo sette giorni, Giobbe rompe linterminabile silenzio e, poeticamente, eleva un disperato gemito di maledizioni. I tre amici si sono subito, scandalizzati, si aspettavano da Giobbe una nota di pentimento, un tono più remissivo, da lui che un tempo consolava gli altri! Infatti, con un tono pacato gli dicono che ora dovrebbe rivolgere a sé stesso le consolazioni che prima dava agli altri: Ora che il male piomba su di te, sei tutto smarrito (4:5).
Elifaz, Bildad e Zofar, in realtà, sono più preoccupati della religiosità di Giobbe, che non delle pene che soffre e senza mezzi termini, lo richiamano allumiltà:
Non è forse la tua pietà, la tua fiducia; lintegrità della tua vita, la speranza tua? Ricorda: quale innocente perì mai? E dove furono mai distrutti gli uomini retti? (4:6-7). In altre parole: non è possibile che un devoto servi-tore di Dio, possa essere oppresso e abbandonato da Lui.
Se sei giusto, integro, la disgrazia che ti è piombata addosso, per quanto tremenda, non è grave, e non è neppure definitiva, passerà! Daltro canto, essi dicono quella giustizia che ti tranquillizza non deve forse farti con-siderare questo male come un giusto castigo? Insomma, questi amici, da consolatori, in realtà, stanno accusando Giobbe di essere scivolato nel peccato ed è proprio per questo che sta soffrendo.
E qui Tsofar cita proprio il concetto espresso dallApostolo Paolo di Romani 3: Può il mortale essere giusto davanti a Dio? (4:17). Poi i tre amici citano un concetto che è ripreso anche nella lettera agli Ebrei (12:6): Beato luomo che Dio castiga!
non disdegnare la correzione dellOnnipotente! (5:17)
Chi può negare che questi parlino da parte del Signore?
Il discorso di esortazione è lungo e non fa una grinza, come si dice; ma quelle parole non alleviano la sofferenza di Giobbe, anzi, laumentano e Giobbe riprende a lamentarsi:
Ah, se il mio travaglio si pesasse, se le mie calamità si mettessero tutte insieme sulla bilancia! Sarebbero trovati più pesanti che la sabbia del mare. Ecco perché le mie parole sono temerarie (6:2-3).
Qui tenta di giustificare la durezza con cui parla. Poi aggiunge:
Lasino selvatico raglia forse quandha lerba davanti? Mugghia forse il bue davanti alla pastura? (6:5).
Qui giustifica i suoi gemiti di dolore!
Si può egli mangiar ciò chè scipito e senza sale? Cè qualche gusto in un chiaro duovo? (6:6).
Il mangiar scipito e il chiaro delluovo, qui rappresentano il discorso degli amici, che per Giobbe è privo di senso!
Un altro gemito forte lo troviamo più avanti quando considera la brevità della vita e la scomparsa della memoria del vissuto:
Lo sguardo di chi ora mi vede non mi potrà più scorgere; gli occhi tuoi mi cercheranno, ma io non sarò più. La nuvola svanisce e si dilegua; così chi scende nel soggiorno dei morti non ne risalirà (7:20).
Se ho peccato, che ho fatto a te, o guardiano degli uomini? Perché hai fatto di me il tuo bersaglio? A tal punto che son divenuto un peso a me stesso? Perché non perdoni le mie trasgressioni e non cancelli la mia iniquità? Poiché presto giacerò nella polvere; e tu mi cercherai, ma io non sarò più (7:21).
Linsofferenza di Giobbe
per le parole dei suoi amici
Decisamente Giobbe non è nello stato danimo che gli amici si aspettavano. Non ha soltanto bisogno di essere consolato, ma anche redarguito:
Fino a quando terrai tu questi discorsi? Iddio perverte egli il giudizio? Se ricorri a Dio.., egli sorgerà in tuo favore. (8:1ss.)
Giobbe conosce bene questa musica. Però sa che non è per aver peccato che gli tocca soffrire ed è questo che lo porta alla ribellione.
Integro, sì, lo sono dice Per me è tuttuno, perciò dico: «Egli distrugge ugualmente lintegro e il malvagio. Egli fa levare il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni. Egli ride dello sgomen-to degli innocenti».
Questo è troppo, Tsofar è scandalizzato per la testimonianza: Varranno le tue ciance a far tacere la gente? Tu dici a Dio: «Io sono puro nel tuo cospetto» (11:3).
A questi amici, non bastava più solo di vedere Giobbe nel dolore a scontare le colpe per i peccati che secondo loro avrebbe commesso; ora cercano di estorcere una conferma dalla sua bocca, la confessione del suo peccato, ma Giobbe rifiuta di accusare sé stesso e si rivolge a Dio con parole dure, come abbiamo visto.
Attenzione: non vi è sofferenza al mondo che possa legittimare di esprimerci in modo blasfemo nei confronti del Signore; voglio dire che le parole di Giobbe sono dettate dallo Spirito Santo, e hanno uno scopo ben preciso: il messaggio da trasmetterci. Giobbe stesso lo dirà:
Oh se le mie parole fossero scritte! se fossero consegnate in un libro! (19:23).
Ora, gli amici di Giobbe, che volevano essere i suoi consolatori sono diventati nella realtà i suoi giudici; ma Giobbe insiste nel rifiutare di met-tere il peccato in rapporto con la sof-ferenza che lo affligge e non accetta di confessare peccati che non ha commessi.
Giobbe non accetta il vantaggio che deriva da una religiosità ipocrita. Giobbe pensa: se accetto la situazione come volontà di Dio soffrendo e considerandola come una benedizione, ciò significa che sto pagando il prezzo dellempietà.
Perciò rifiuta le conclusioni alle quali sono giunti i suoi amici. Per loro però Giobbe continua a calpestare i fondamenti delletica e della morale e a mettere in discussione lesistenza e la giustizia di Dio.
Tra Giobbe e gli amici si è stabilito un abis-so. I consolatori sono chiusi nel mondo dei benpensanti, stretti nel rito, nella prassi religiosa e nella retorica, in un mondo senza vita, davanti al quale Giobbe si rivolta.
Il pensiero centrale degli amici di Giobbe è questo: Dio ri-compensa i buoni e punisce i malvagi; di conse-guenza Giobbe è castigato nella misura in cui ha peccato, ed è risparmiato nella misura in cui ha ubbi-dito. La sua sofferenza implica, comunque, che ha disobbedito. Se si pente, Dio lo guarirà. Il peccato è una colpa che va punita e Giobbe deve scontare la punizione inflittagli.
Rifiutare il castigo divino non può che far peggiorare la sua situazione già difficile.
La visione della giustizia divina
Ma supponiamo ora che Giobbe fosse arrivato alla fine a condividere lopinione dei suoi amici e ad entrare nel loro ordine di idee, supponiamo che la sofferenza lo avesse portato ad un pentimento: che cosa avrebbe significato per lui tutto questo?
Avrebbe in sostanza ammesso che serviva Dio per non soffrire, per non ricevere castighi e che, se ora era infelice e provato, ciò era accaduto perché lo aveva servito male o perché non lo aveva servito affatto.
In altre parole avrebbe ammesso che il suo servizio per Dio non era disinteressato, ma aveva lobbiettivo di godere dei vantaggi, quelli dei tempi passati, dei giorni della sua prosperità.
Insomma, avrebbe dato ragione a Satana!
Questo è il pensiero cattolico corrente, che cerca di allontanare la sofferenza, le malattie e le disgrazie ricercando grazie speciale con pellegrinaggi a santuari e a luoghi di culto ai santi protettori.
Ma Giobbe era lontanissimo dal cedere a questa specie di ricatto. Non si tratta di giustificare Dio delle sue decisioni. Giusto e sbagliato sono conclusioni di giudizio che hanno senso per loperato delluomo non per quello divino. Giobbe indurisce la sua po-sizione; tra lui e i suoi amici, continua il dialogo ma come se parlassero in lingue diverse! No, Giobbe non chiude gli occhi davanti allo scandalo della sua sofferenza! Non cerca un accomodamento alle cose che succedono nel mondo per farlo sembrare una prova della giustizia di Dio. Ha gli occhi aperti, sulla contraddizione, sullo scandalo, sul grande equivoco in cui si trova. È lequivoco che vuol risolvere! Vuole farsi una ragione, vuole la spiegazione delle ingiustizie che sono nel mondo! Lo chiede al Signore, ma fino ad ora, Dio tace! E al capitolo 14, Giobbe chiude il suo lamento con un quadro drammatico e disperato della condizione mortale delluomo: Luomo, nato di donna vive pochi giorni e sazio daffanni.
Per un albero almeno cè speranza; se è tagliato, rigermoglia e continua a metter rampolli. Ma il mortale spira e dovè egli?
Luomo giace e non risorge più; finché non vi sian più cieli ei non risorgerà.
Bisogna tener presente che il libro di Giobbe fu scritto quando non vi era ancora stata una rivelazione completa in relazione alla vita dopo la morte: una realtà che soltanto la persona e lopera di Cristo avrebbero rivelato pienamente.
(3. continua)
Michele Mascitti
(Assemblea di Pescara)