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ESDRA e NEEMIA: due uomini usati da Dio


UN VERO RISVEGLIO
Capitolo 10°: Abbassare la guardia
    
    
Gli impegni solenni, i buoni propositi, l’entusiasmo, la gioia nel seguire il Signore furono presto disattesi dal popolo d’Israele, che cadde di nuovo negli stessi peccati che poco prima aveva confessato. La storia di questo brusco e inatteso passaggio costituisce per noi un solenne avvertimento: non dobbiamo mai abbassare la guardia, soprattutto nei momenti in cui la nostra vita spirituale ci appare vittoriosa. Il Nemico è sempre in agguato per farci cadere rovinosamente..
    
    
     “A motivo di tutto questo, noi abbiamo fatto un patto stabile, lo abbiamo messo per iscritto; e i nostri capi, i nostri Leviti e i nostri sacerdoti vi hanno applicato il loro sigillo” (Ne 9:38).
     Si suggerisce di leggere Neemia 9 a 13.
    
     Gli ultimi cinque capitoli di Neemia possono essere suddivisi in due sezioni o, come in un film, in un primo e in un secondo tempo.
     Il primo tempo è piuttosto confortante: il popolo di Dio ritorna al Signore, prende un impegno nei suoi confronti ripristinando il patto. Il secondo tempo é molto deludente, ci parla di sconfitte e cadute.
     Ancora una volta, Neemia non si vergogna di trasmettere ai posteri gli aspetti negativi del popolo di Dio. La sua speranza, era certamente quella che i posteri potessero imparare la lezione per non fare gli stessi errori.
    
    
Il patto ristabilito
    
    
Spegnere le luci in sala.
     Primo tempo.
    
Nel capitolo 9 (v. 3), abbiamo visto il popolo di Dio che si ritrova per ascoltare la lettura della legge del Signore. Il primo effetto della rilettura della legge è la confessione di peccato.
     Il versetto 3 ci informa del fatto che la quarta parte della giornata era stata dedicata alla lettura della legge e la stessa quantità di tempo venne dedicata alla confessione dei propri peccati.
     È lo stesso principio che avevamo visto nel libro di Esdra. Il riconoscimento del peccato produce confessione e ravvedimento.
    
Leggendo il capitolo 9, infatti, scorgiamo i contenuti tipici di una preghiera di confessione. Questa preghiera è basata su una lunga retrospettiva, tipica delle preghiere di confessione; ricorda la storia del popolo d’Israele da Abramo alla corrente dominazione assira, mette in risalto la fedeltà di Dio al patto, l’infedeltà dell’uomo e il suo impegno davanti a Dio nel ripristinare il patto.
     Dio è sempre stato fedele.
     Egli non aveva alcun obbligo verso questo popolo ribelle che aveva sempre infranto il patto, eppure egli ha continuato a prendersene cura, non lo ha mai abbandonato. Essi lo riconoscono in tutta questa lunga confessione e ammettono che la schiavitù in cui si trovano è la giusta punizione per i loro peccati e i peccati dei loro padri (Ne 9:36-37).
     Così, il popolo, ricordando la fedeltà di Dio, confessa al Signore di essere sempre stato disubbidiente e prende un impegno (9:38), impegno non solo a parole, ma addirittura messo per iscritto.
     Il sottoscrivere il patto, pur essendo un gesto simbolico, fu un atto di grande importanza. Al principio del capitolo 10 è riportato l’elenco di tutti coloro che firmarono il documento. Neemia 10:28-29 ci ricorda che la maggior parte del popolo accettò di impegnarsi, davanti a Dio, a rispettare la legge.
     Questo è importante ricordarlo anche alla luce degli avvenimenti che accaddero in seguito.
     Diamo una occhiata agli impegni presi dal popolo nei confronti del Signore. Ritengo che tale elenco non sia esaustivo, ma le cose che Neemia ha descritto sono particolarmente significative e inglobano tutti i principi fondamentali del timore di Dio:
     Il popolo si impegnò a
    
     1. osservare la legge (10:29);
     2. non dare le figlie ai popoli del Paese (10:30);
     3. non lavorare e commerciare in giorno di sabato (10:31);
     4. dare le primizie e le decime per il servizio dei sacerdoti (10:35-37);
     5. non trascurare la casa del Signore (10:39);
     6. stabilire persino dei sorveglianti per i magazzini del tempio (12:44).
    
     Questo elenco, effettivamente, riassume vari aspetti della vita che dovevano essere consacrati al Signore.
     Il primo, l’osservanza della legge, li riassume tutti, gli altri riguardano i propri affetti, la propria famiglia, il proprio tempo, i propri soldi, la priorità del tempio e quindi della comunione con Dio nella propria vita. Tutto doveva essere sottoposto alla volontà del Signore.
    
    
Ripopolare la città
    
    
Le mura erano state ricostruite, il popolo aveva preso degli impegni solenni con il Signore. Tutto stava andando per il verso giusto.
     Ora, la città era pronta per essere ripopolata. Il capitolo 11 ci descrive il modo in cui questo avvenne.
     Coloro che dovevano abitare a Gerusalemme furono tirati a sorte. Alcuni si offrirono volontari e furono benedetti dal resto del popolo.
     I sacerdoti vennero effettivamente ristabiliti nelle proprie mansioni.
     La festa descritta nel capitolo 12 potrebbe chiudere in bellezza il libro. In questo capitolo è descritto un bel momento della storia del popolo di Dio, un momento di festa: l’inaugurazione delle mura con lodi e canti. Dopo tutte le vicissitudini che avevano accompagnato la costruzione delle mura, la festa era ben giustificata.
     Due grandi cori con i relativi cortei si incamminarono, in senso opposto, sulle mura fino ad incontrarsi (Ne 12:31-42).
     Riuscite ad immaginare la scena?
     Deve essere stato straordinario: Esdra camminava alla testa del primo coro, Neemia seguiva con metà del popolo il secondo coro. Migliaia di persone che cantavano e lodavano Dio per le opere straordinarie che aveva fatto durante tutti quegli anni (Ne 12:43). In quel giorno furono offerti anche numerosi sacrifici. Il popolo si rallegrò per ciò che Dio aveva fatto. La gioia si sentiva da lontano. Tutti potevano percepirla. I nemici forse erano atterriti perché, ricordiamo, Tobia aveva insinuato che, se anche una volpe sarebbe saltata sulle mura, queste sarebbero cadute. Ma non fu così. Non solo poteva salirci una volpe, ma addirittura centinaia di persone! E le mura reggevano! Il prendere un impegno nei confronti di Dio aveva dato al popolo gioia ed entusiasmo.
     Le mura erano state completate, i sacerdoti compivano il loro servizio a Dio, così come i cantori e i portinai (12:44-45).
     Tutto era semplicemente perfetto.
     Immaginate un modo migliore di terminare un libro?
     Devo ammettere che, se fossi stato io a scrivere questo libro, probabilmente mi sarei fermato al capitolo 12.
     Ma Neemia è stato ispirato dal Signore a non terminare il libro in questo modo.
     Vi ricordate del secondo tempo che avevo preannunciato?
    
    
Il patto violato ancora
    
    
Secondo tempo.
     Come preannunciato, il libro di Neemia non si conclude con il capitolo dodici. Neemia si era allontanato per un paio di anni da Gerusalemme perché era dovuto tornare dal re di Babilonia (13:6). Dopo la partenza di Neemia, dove pensate che siano finiti tutti i buoni propositi e gli impegni presi dal popolo?
     Tutti gli impegni furono disattesi uno per uno.
     L’elenco che troviamo al capitolo tredici è speculare a quello che abbiamo tracciato nel capitolo precedente, quasi a sottolineare che ogni impegno aveva la sua relativa trasgressione.
    
     1. I sorveglianti dei magazzini del tempio non erano più al loro posto, anzi, lo stesso sacerdote responsabile aveva messo a disposizione di Tobia, suo parente, una grande camera come abitazione (13:4,5,7);
     2. la casa di Dio era stata abbandonata (13:11);
     3. in giorno di sabato si lavorava e si commerciava (Ne 13:15);
     4. molti hanno dato le proprie figlie come spose agli stranieri (13:23);
     5. di conseguenza, la legge del Signore era stata di nuovo violata.
     Se paragonate questo elenco a quello fatto in precedenza, noterete proprio un tipico parallelismo ebraico (quasi un chiasmo1), proprio come se Neemia volesse fare notare che ogni impegno aveva la sua corrispondente trasgressione.
     Come avevo preannunciato è un pessimo secondo tempo.
     Forse, se qualcuno di noi si fosse trovato al posto di Neemia, si sarebbe scoraggiato. Tutto il lavoro andava rifatto. Ma Neemia non si perse d’animo. Con grande coraggio si mise all’opera per stimolare ancora una volta un ritorno alla legge di Dio.
     Egli ha ripreso coloro che avevano sbagliato e ha ristabilito ciò che andava ristabilito. Così i Leviti, i cantori furono ristabiliti negli uffici (13:12). Le porte della città furono chiuse in giorno di sabato in modo che non ci potesse essere commercio (13:19). Chi aveva sposato, o preso per i propri figli, donne straniere fu costretto a prendere nuovamente un impegno.
     Immagino che alcuni tra di noi saranno sorpresi di vedere che Neemia esercitò anche una certa violenza su coloro che avevano peccato e, probabilmente, non volevano sottomettersi all’ordinanza del governatore. Infatti, è scritto che alcuni pagarono anche fisicamente per il loro peccato (13:25).
     La cosa non deve sorprenderci troppo. Neemia era governatore e aveva il diritto di intervenire anche fisicamente su coloro che avevano peccato. In Deuteronomio. 25:2 notiamo che ciò era permesso in caso di contenzioso. Il colpevole poteva, quindi, essere disciplinato fisicamente. Piuttosto, tutto questo ci porta a riflettere sul fatto che Neemia considerava importante la santità del popolo al punto da utilizzare qualunque mezzo lecito pur di ristabilire tale santità. Egli non era accondiscendente quando si parlava di peccato.
     La maledizione di Neemia contro i Giudei che erano stati infedeli (Ne 13:25) va vista sotto la stessa luce. Egli non voleva altro che ricordare che il giudizio di Dio era su di loro. Il peccato portava maledizione, come era scritto nella legge data da Dio.
     Neemia dovette intervenire drasticamente perché la storia gli aveva insegnato che il Signore odiava i matrimoni con persone che non appartenevano al popolo di Israele e adoravano altri dèi; egli ricordava la punizione di Dio caduta su Israele per il peccato di Salomone; egli non voleva che ciò potesse accadere ancora. Quindi, non stupiamoci se Neemia intervenne energicamente.
     La reazione di Neemia era proporzionale alla gravità del peccato.
     Il libro di Neemia si conclude così, con Neemia che chiede al Signore di ricordarsi di lui (Ne 13:30) per ciò che aveva fatto. Certamente, con i suoi interventi, non avrà goduto grande simpatia tra il popolo che amava il peccato, ma davanti a Dio egli sapeva di aver agito per il loro bene dal principio fino alla fine.
     Come già detto, noi, forse, avremo concluso il libro con il capitolo 12. Neemia ha riportato anche il capitolo 13 per farci comprendere che il popolo di Dio non deve mai abbassare la guardia.
     Dio è sempre fedele, ma gli uomini non lo sono mai. Dobbiamo imparare a rispettare gli impegni presi con il Signore, a prenderne solo dopo aver riflettuto bene, a fare di tutto per essere ubbidienti. Ancora oggi Dio vuole che il suo popolo sia santo come Egli è santo.
     Se, nonostante le buone intenzioni, ci saranno delle cadute e delle sconfitte, affrontiamole con dignità come fece Neemia, non lasciamo che il tempo passi aspettando che le cose migliorino da sole; il peccato è come una malattia che, senza una adeguata cura, può solo peggiorare.
    
    
Camminare con il Signore
    
    
Il capitolo 9 aveva messo in luce la fedeltà di Dio e l’infedeltà dell’uomo nel corso dei secoli.
     Egli è stato fedele ai tempi di Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè, Davide, Esdra, Neemia.
     Nessuno che si sia affidato a Lui potrà lamentarsi del trattamento ricevuto.
     Egli é fedele anche oggi, possiamo contare su di Lui. Dio mantiene la sua fedeltà verso il popolo di Israele e verso la sua assemblea.
     D’altra parte, gli eventi narrati nel capitolo 13, il fatto che gli impegni presi dal popolo furono subito disattesi ci insegna molto su come gli uomini siano fatti. L’uomo è così in tutti i tempi.
     Non illudiamoci: anche oggi dobbiamo stare attenti e perderemmo un’occasione se non riflettessimo su ciò che abbiamo letto in questi capitoli.
     Qualcuno potrebbe obiettare che non è opportuno prendere degli impegni davanti al Signore, poiché, come uomini, non siamo in grado di mantenerli. Così, l’errore degli Israeliti non sarebbe tanto quello di aver trasgredito la legge del Signore, ma quello di aver creduto di poterla ascoltare e mettere in pratica. Uhmmm... come sempre ci arrampichiamo sui vetri!
     Sarebbe come dire che un figlio che offende suo padre non deve chiedergli neanche scusa perché tanto sa che lo farà di nuovo. Perché prendersi un impegno che non rispetterà?
     La Scrittura ci invita a camminare con il Signore.
     Noi credenti del ventunesimo secolo dell’era cristiana, dovremmo aver capito che il Signore vuole ubbidienza, vuole che rispettiamo la sua legge, vuole scrivere la sua legge nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo.
     La grazia non è una licenza per peccare, ma l’intervento di Dio nella nostra vita che ci comunica una nuova vita in modo che possiamo seguire le orme del nostro maestro Gesù Cristo.
     Se ci fosse un Neemia in mezzo a noi, uno che ama il Signore e la sua legge, si troverebbe a suo agio nelle nostre Assemblee?

(10. continua)
    
    
Omar Stroppiana
     (Assemblea di Torino via Spontini)