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Come nacque la prima assemblea di Milano?


DA ORCHARD STREET
A VIA FERRANTE APORTI (I)
    

    
La nascita della prima assemblea di Milano è strettamente legata all’opera di testimonianza di Piero Guicciardini e diTeodorico Pietrocola Rossetti ed ai loro collegamenti con la realtà inglese del movimento di risveglio dei Fratelli.
    
    
     “La sovranità del Figlio dell’Uomo avrebbe abbracciato tutte le nazioni e le razze senza distinzioni: sotto il suo dominio non v’è posto per un’istituzione che dà privilegi religiosi ad un gruppo rispetto ad altri...” (F. F. Bruce)
     Le chiese “dei fratelli” nacquero come movimento di risveglio evangelico anti-denominazionale ed anti-confessionale in seno ad un mondo protestante sempre più istituzionalizzato e legato a tradizioni proprie. L’Inghilterra fu la madre che nell’ottocento vide crescere questa testimonianza evangelica, paragonabile forse, per forza, al Grande Risveglio americano del secolo precedente, guidato da Jonathan Edwards e George Whitefield.
     I fratelli, i brethren, desideravano fare ritorno alle Scritture vetero e neo-testamentarie, e su di esse soltanto fondare la propria vita. La Bibbia era per loro unica fonte di assoluta verità, e vera ed ispirata Parola di Dio. Il principio del sola Scriptura era naturalmente proprio della riforma, ma non alla riforma volevano ricondurre le proprie radici il Mueller1, il Craik2 e gli altri fratelli inglesi.


Fondati sulla Parola
    

    
La testimonianza umana di Lutero e Calvino, e tutto l’ampio retaggio della tradizione anglicana, venivano scavalcati per andare direttamente alla fonte: a Gesù e la sua Parola. Proprio da qui, da quelle parole ispirate, nonché dalla fede assoluta in esse, bramarono ripartire. Solo tenendo debitamente conto di questo presupposto possiamo comprendere pienamente che cosa sia la chiesa cristiana “dei fratelli”, e le motivazioni più profonde che hanno sospinto questi uomini nel corso di due secoli. Allo scopo di aiutarci a cogliere il vero ed immutato sentimento dei fratelli di fronte alle Scritture, riportiamo qui alcune righe tratte da un messaggio del 1983 di Elia Prencipe (“50 anni di Studi Biblici a Poggio Ubertini”, vol. II pag. 852). Leggiamo:
    
     “Il credente deve «tagliare dirittamente la Parola della verità.» Se è onesto dinanzi a Dio, se ha il timore di Dio, deve «tagliare dirittamente»...«Tagliare dirittamente» è in contrapposizione a quanto pensano o fanno i falsi dottori, coloro che sono tortuosamente alla ricerca dell’approvazione degli uomini, di ciò che piace a loro e che fa comodo alla difesa dei loro punti di vista. «Tagliare» ha lo stesso significato che ha l’azione compiuta da un operaio edile che taglia la pietra ed i mattoni, allo scopo di poterli porre insieme gli uni sugli altri, come elementi di una costruzione perfetta, senza discontinuità o sovrapposizioni. Ecco, la Scrittura è un insieme di verità, tutte perfettamente compatibili fra loro, tutte in armonia fra loro, tutte concorrenti, in un mirabile mosaico, a formare la completa rivelazione del Signore per l’uomo, «tutto il consiglio di Dio» (Atti 20:27). «Tagliare dirittamente»: questo dividere la Parola della Verità significa investigare fino in fondo tutte le verità che essa ci presenta, che esse piacciano o no, tutte le verità che si incontrano in questo investigare, e ad esse sottomettersi. La Parola della Verità è l’Evangelo: Efesini 1:13; Colossesi 1:5...”
    
     In queste parole troviamo una fede profonda nell’ispirazione totale e letterale della Bibbia, ed un monito ad avvicinarsi ad essa onestamente con il desiderio di sottomettersi ai suoi insegnamenti, qualunque essi siano e nella fiducia che il Padre “ha nascoste le sue cose ai sapienti ed agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli”.
    

    
Fermenti d’Oltremanica
    

    
Non diverso era il modo di rapportarsi alle Scritture centocinquant’anni prima, in Inghilterra ed Irlanda. Proprio sul fondamento di questa piena fiducia nel testo sacro, difatti, si svilupparono in principio le comunità cristiane libere a Plymouth, Bristol, Dublino e Londra; comunità evangeliche che rifiutavano l’appartenenza alla chiesa romana, a quella anglicana, o a qualsiasi altra denominazione, e predicavano piuttosto l’appartenenza a Cristo e la sottomissione alla sua rivelazione. Il gruppo di Plymouth sorse nel decennio fra il 1830 ed il 1840, attorno a J. N. Darby3 e N. W. Newton4. Il primo, pastore anglicano ne1 1826, nel 1828 entrò in contatto con l’ambiente calvinista di Oxford e quindi con il Newton. Di qui, la sua decisione di scrollarsi di dosso il suo retaggio anglicano, e fondare con questi una nuova chiesa dai caratteri propri e distinti rispetto a qualsiasi altra denominazione protestante. Praticamente in contemporanea nasceva a Bristol un’altra comunità libera, guidata da George Mueller e Henry Craik. Il Mueller, pastore tedesco formatosi a Halle, giunse in Inghilterra ne1 1828 e proprio qui maturò la sua fede. La sua amicizia con Henry Craik fu subito intensa e portò frutti che andarono ben al di là di quelli derivanti da un semplice sodalizio: essi costituirono un gruppo a Bristol che si incontrava per leggere la Bibbia e rompere il pane. Da questo gruppo si sviluppò poi una possente opera di evangelizzazione, che culminò nella creazione di orfanotrofi accoglienti migliaia di bambini, e le cui straordinarie vicende rimangono ancor oggi nell’immaginario di molti cristiani evangelici. Nonostante i primi “esperimenti” di assemblee evangeliche libere fossero sorti a Dublino con Edward Cronin5, Anthony Norris Groves6 e John Parnell7, furono proprio i gruppi di Plymouth e Bristol ad affermarsi come centri di riferimento, rappresentativi del risveglio evangelico dei primi fratelli. Il gruppo di Plymouth e quello di Bristol dovevano presto venire in contatto, e, altrettanto in breve tempo, si sarebbe rivelata l’incompatibilità di due visioni bibliche profondamente differenti.
    
La prima lacerazione nacque già in seno alla chiesa di Plymouth, tra il Newton ed il Darby, e poi si estese, venendosi a creare una separazione netta fra questa assemblea e quella di Bristol. Mentre il Darby teorizzava una linea esclusivista, che, muovendo da istanze ultra-calvinistiche, poneva ogni dottrina in una prospettiva escatologica di fine imminente ed apostasia di qualsiasi forma di chiesa cristiana, il Mueller ed il Craik s’attenevano ad una lettura letterale delle Scritture, ricercandone l’armonia delle parti, e ponendo a summa del loro messaggio e come base sufficiente per la comunione cristiana Cristo e la sua grazia. La Chiesa del Signore era la comunione invisibile di tutti i redenti di ogni luogo e di qualsiasi età, e si manifestava in gruppi visibili di persone che s’incontravano per celebrare il ricordo della morte di Gesù con la Cena, pregare, leggere la Bibbia e condividere la comunione fraterna nell’amore di Cristo.
    
    
Fermenti in Italia
    

    
Mentre il fenomeno darbista fu relativamente circoscritto, influenzando con una qualche forza solo il mondo anglosassone e della Svizzera francese, dove il Darby stesso aveva operato, il ramo dei Fratelli di Bristol vide una grande fioritura nei successivi decenni in molte altre parti del mondo, ed in modo particolare in Italia, dove il movimento dei Fratelli sorse in uno spirito pienamente conforme a quello che animava i fratelli d’oltremanica, uno spirito di libertà, che aveva colto tutta la grandezza del perdono divino e non voleva esser razionalizzato ed incanalato in categorie umane, in una denominazione, né tantomeno reso schiavo della speculazione teologica. Lungi dall’essere sprovveduti o ingenui (molti avevano piuttosto un elevato grado d’istruzione), questi cristiani “investigavano” però la Bibbia con piena sottomissione ad ogni suo dettame. Il messaggio dei fratelli giunse in Italia nella seconda metà del 1800. Prima d’allora l’unica espressione del Risveglio evangelico nel nostro paese era quella valdese in Piemonte e riformata in Toscana. Legata da principio a quest’ultima, prendeva forma, sempre in Toscana, un’altra testimonianza “risvegliata” sotto la guida del conte Piero Guicciardini, testimonianza però ben presto stroncata dalla repressione ingiunta da un concordato tra Granducato di Toscana e Chiesa cattolica del 1851. Il Guicciardini venne esiliato nello stesso anno e scelse come asilo l’Inghilterra, dove entrò subito in contatto con i brethren, ma, soprattutto, dove incontrò Teodorico Pietrocola Rossetti, un altro esule italiano, legato al “Gruppo Savonaroliano” di Londra, che aveva partecipato ai moti risorgimentali ed era stato poi costretto a trovare rifugio presso il cugino Dante Gabriel nel 1852. L’influenza del Guicciardini ebbe un ruolo determinante nella conversione del Rossetti a Cristo, che avvenne in seno all’assemblea dei Fratelli di Orchard Street a Londra. Questa Chiesa si inseriva nella linea della Chiesa di Bristol, quella degli open brethren, come venivano definiti questi fratelli, dacché, dopo la spaccatura con il Darby, era andata cadendo l’usanza di riferirsi anche ad essi come Plymouth brethren. L’espansione del movimento degli open brethren in Italia ebbe il suo inizio con il Rossetti ed il suo ritorno in patria nel 1857. L’opera di evangelizzazione tra i suoi concittadini mostrò ben presto tutta la sua forza nel moltiplicarsi di nuclei evangelici; il numero dell’”Avvisatore Alessandrino” del 12 marzo 1857 informava della presenza di Assemblee evangeliche a Torino, Genova, Nizza, Casale, Savona, Novara, Roma, Napoli e Palermo. Con il crescere del numero delle Assemblee e del numero dei loro membri, crebbe anche la disponibilità di operai disposti a mettere mano alla messe, e la testimonianza dei fratelli vedeva uno sviluppo esponenziale. Il Guicciardini, intanto faceva da referente per due mondi, quello inglese e quello italiano, amministrando le offerte dei fratelli inglesi per l’opera nel nostro Paese. Bisognava provvedere infatti al sostentamento di chi si dedicava a pieno tempo al ministero dell’evangelizzazione e dell’edificazione dei credenti.
    
    
Crescere fra le difficoltà
    

    
L’importanza della posizione del Guicciardini all’interno dell’opera italiana è messa inoltre in evidenza dal fatto che il Rossetti gli sottoponesse sempre le decisioni spirituali o pratiche da prendersi. La vita del Rossetti, del Moiso, del Mensi e di tutti gli altri operai era dura, era una vita di stenti e sofferenze. Nonostante tutti gli sforzi del Guicciardini, volti a sensibilizzare i brethren alla causa del Vangelo in Italia – uno dei suoi maggiori referenti era George Mueller – era molto difficoltoso racimolare quanto fosse sufficiente, ed in maniera costante. A questo si aggiungeva il problema della discriminazione sociale contro questi cristiani e la loro fede, promossa principalmente dalla chiesa cattolica. Vittorio Emanuele II, dal canto suo, vedendo il suo consenso rafforzato tramite 1’appoggio della chiesa di Roma, favoriva l’esistenza di una religione di Stato cattolica, a scapito di altri gruppi presenti sul territorio, tacciati di filo-risorgimentalismo. Quest’accusa non valeva per i valdesi, la cui posizione reazionaria garantì loro presto una relativa libertà, mentre colpiva direttamente, e per primi, proprio i Fratelli, i quali, d’altronde, salutavano come liberatorio l’avvento del Risorgimento pur predicando sempre un altro tipo di liberazione per l’uomo: quella spirituale. Toccò loro in sorte il dover sperimentare la durezza di una realtà che bene è definita dalle parole di Roland H. Bainton:
    
     “Le libertà civili ben raramente prosperano dove le libertà religiose non sono garantite, e il contrario è ugualmente vero8.
    
     La prova più dura per i fratelli in questi anni era forse l’impossibilità di trovare un impiego, pur con rare eccezioni, ed allo stesso tempo, il testimoniare del ricorso alle forme più svariate di minaccia nei confronti di chi si avvicinasse alle loro Assemblee. Tutti questi problemi andarono infine a creare un terreno di coltura per una divisione in seno alle chiese, ovvero la nascita d’un partito che si rifaceva alle chiese libere, corrente evangelica che affiancava e, non raramente, si sovrapponeva al movimento dei Fratelli. Le chiese libere riconducevano la loro origine ad un incontro a Genova nel 1852 di diversi credenti evangelici, per lo più valdesi, in un gruppo eterogeneo, unito nel Signore. Sebbene i punti di convergenza con i Fratelli fossero molti, le tensioni sociali della seconda metà del secolo diciannovesimo portarono alla ribalta le diversità ed i motivi di divisione: di fronte alle impendenti necessità degli operai a pieno tempo ed alle difficoltà in cui versavano intere comunità evangeliche, il Lagomarsino, il Gavazzi e gli altri auspicavano la formazione di un’unione fra le chiese italiane secondo il modello presbiteriano scozzese, in modo da garantire un’organizzazione efficace nel gestire l’opera dei servitori, il loro sostentamento, nonché nel presentare un fronte forte e unito dinanzi allo stato. Seguiva a ciò la necessità di stilare dei punti dottrinali che le chiese aderenti avrebbero dovuto sottoscrivere.
    
    
Una chiara presa di posizione
    

    
Il Rossetti ed il Guicciardini s’opposero da subito ad un tale progetto, persuasi com’erano che il Signore suscitasse servitori come e dove voleva, provvedendo egli stesso ai loro bisogni, mentre chiedeva piuttosto ad essi la fede. Né mai i Fratelli avrebbero acconsentito a stilare o sottoscrivere dei punti dottrinali, amanti com’erano del principio secondo cui unica norma di fede e di vita fosse l’intera Scrittura, che del continuo poteva sancire verità e correggere errori.
     Peraltro la stessa “Dichiarazione dei Principi” a suo tempo stilata non vide il Rossetti concorde nemmeno sui singoli punti; scrisse infatti il nostro:
     “Sta scritto nella lettera (dei credenti di Milano alle chiese) «colla Dichiarazione dei principi si è avuto cura di tracciare la via della Salute da essere evangelizzata ai peccatori» Vediamo un poco se la via da essi tracciata è buona… art.I…art.IV… art.V mentre dite «la mia grazia ti basta» vi contraddite dicendo che bisogna aggiungere la confessione di fede ed il comitato... In tutta la dichiarazione dei principi non c’è una sola parola che affermi la divinità di Cristo! Ciò è grave... O questa via tracciata agli Evangelisti è una via che non mena al cielo! È doloroso vedere che una tale dichiarazione sia chiamata «Bandiera della Chiesa» dove l’avete trovata questa bandiera? Nel Nuovo Testamento dicesi che dobbiamo gloriarci nella Croce del Signore Gesù, che dobbiamo portare la Parola della vita, e non già le bandiere! Siam noi tornati al cattolicesimo, per portare bandiere e gonfaloni?”
    

     La sottomissione all’intera rivelazione piuttosto che a dottrine parziali e riconducibili a uomini, e la fiducia nel fatto che l’opera non appartenesse agli uomini, ma a Dio stesso vennero a costituire dei tratti distintivi delle Assemblee, benché in principio non trovarono piena condivisione. I Fratelli videro consistenti parti delle loro assemblee seguire la deriva delle chiese libere, che culminerà nell’assemblea generale di Milano del 1870, di cui diremo più avanti. Lungi dall’oscurarsi, in questo difficile contesto, la fede dei più risultava rafforzata, e così anche il loro attaccamento alle parole ed alle promesse di tutto il consiglio di Dio. Essi vivevano e lottavano per quel messaggio in cui avevano creduto, nella certezza di aver trovato la verità che rende l’uomo libero. E quello che avevano ricevuto, lo volevano trasmettere al mondo, in uno spirito di libertà e d’amore, che tutto si coglie nelle parole di quest’inno del Rossetti:
    
     “Innalzate il Vessil della croce!
     Libertade bandite agli schiavi!
     Di salvezza elevate la croce.
     Dell’ Italia fra il duplice mar!
     Proclamate la Buona Novella
     Della grazia a chi grazia dispera,
     Annunziate alla gente rubella
     Che il Signore è venuto a salvar!”
    

     Ognuno dei fratelli aveva riscoperto personalmente, nella Bibbia, il messaggio della grazia di Cristo. Questo messaggio era il cuore dello scritto biblico, l’Evangelo di Dio per la salvezza di chiunque crede, il fulcro della loro predicazione. Si ripresentava così, in loro, quella che era stata la preoccupazione primaria della Chiesa cristiana primitiva, nelle parole di Bruno Corsani che riprendono la terminologia di C.H. Dodd, “una preoccupazione kerygmatica: l’annuncio secondo cui in Cristo, crocifisso, ma risuscitato e vivente, era la salvezza. Se annunziano Cristo”, prosegue il Corsani, è perché egli vive, regna alla destra di Dio, è potente a salvare. Il kerygma presuppone dunque la resurrezione. Senza la resurrezione non vi sarebbe stata predicazione né opera missionaria...”9 La certezza che il loro Signore viveva aveva accompagnato i primi Cristiani e con lo stesso vigore incoraggiava i Fratelli a predicare che il Signore Gesù salva e ad attendere dal cielo il suo ritorno. E come, nella propagazione del messaggio kerygmatico, spese la sua vita il Rossetti, così egli si spense durante un culto nella chiesa di Via della Vigna Vecchia a Firenze nel 1883. La sua era stata un’opera, allo stesso tempo, umile ed imponente. Lasciava infatti la grande eredità di numerose comunità sparse per tutto il territorio italiano e, soprattutto, di una fede, che con ogni forza, aveva cercato di custodire e diffondere.
    
    
Nascita dell’assemblea di Milano
    

    
Una parte di questa eredità erano proprio le a noi care chiese lombarde, sorte, per lo più, per la testimonianza degli operai Giuseppe Mensi e Giuseppe Moiso, educati nel messaggio cristiano alla “scuola” del Rossetti. I primi sviluppi lombardi riguardarono il pavese, dove nacquero diverse comunità; prima fra tutte Voghera, ne1 1858, seguita, ne1 1860, da Pavia, con Carlo Antonio Zanini, e Pietragavina. Nel 1868, sorsero poi le assemblee di Stradella e Montù Beccaria.
    
L’anno successivo, Giuseppe Mensi, trasferitosi dalla zona di Alessandria a Voghera, costituì qui, insieme al Moiso, una società evangelica, facendo seguire a ciò la stampa di uno statuto di fede. Ma anno ben più cruciale per noi dovrà rivelarsi il 1875, quando si verificò lo spostamento del Mensi a Milano, dove raccolse una piccola testimonianza locale scossa da forti tensioni interne. Queste derivavano dal desiderio di due dei suoi conduttori, Francesco Lagomarsino e Pompeo Rossi, di far rientrare l’assemblea milanese nel progetto delle chiese libere. Proprio il primo fu uno dei principali propugnatori dell’assemblea generale che ebbe luogo in Milano nel 1870 e vide venire insieme i rappresentanti di 32 chiese libere, di cui però solo nove in comunione il movimento dei Fratelli. Queste 32 chiese aderirono alla visione di trasformazione in senso presbiteriano delle chiese, sottoscrivendo uno statuto di fede. La chiesa libera avrebbe costituito una sorta di via mediana fra il valdismo ed il plymouthismo. Da molte chiese tuttavia giunse una voce negativa: Firenze, Mantova, Voghera, Spinetta espressero ammonimenti contro la chiesa di Milano perché “cessasse di propugnare ciò che s’è prefissa che non è per nulla conforme a tutta la verità”. Era il Moiso ad annunciare prima di tutti che la sua Voghera non aveva aderito, e poi nemmeno Tortona e Novi. La chiesa di Milano era invece rimasta in balia della spinta dei suoi evangelisti, secondo cui la libertà nel ministerio era plymouthismo. Scriveva in una lettera il Rossetti nel 1868 della radunanza che aveva luogo in Milano:
    
     “Mi dispiace dirvi che l’opera a Milano è in grave decadenza. Gli 800 comunicanti nel 1863 erano ridotti a 500 nel 1865 quando fui pregato andare colà a ministrare per rilevare quell’adunanza. Molte ragioni mi impedirono di dire di si, e non andai. Una delle più potenti ragioni era questa che Lagomarsino (uno degli Evangelisti) voleva distruggere la libertà nel ministero… I fratelli protestarono e minacciarono una divisione. Il fratello Tealdo (l’altro evangelista di Milano che ora si è addormentato nel Signore) si oppose a Lagomarsino, conservò il ministerio dei fratelli e si adoperò affinché la divisione non avesse luogo. Morto Tealdo, Lagomarsino ritornò alla sua idea, e si adoperò a riguardo, ma con cautela e prudenza, sicché la cosa non apparisse al di fuori, specialmente in faccia ai fratelli forestieri. In seguito di ciò i 500 comunicanti che erano restati ora sono ridotti ad un 160 ed è molto il dire che siano 200. Giunsi a Milano quando le cose erano così. Lagomarsino ed i fratelli liberi mi pregarono di fermarmi non un poco, e di ministrare al Pesce almeno durante l’assenza di Rossi (che ora rimpiazza il Tealdo) mentre Lagomarsino continuava a ministrare al locale dei Fiori. Fui pregato di spiegare l’epistola ai Romani. Ubbidii. Se ne sparse la voce e molti di coloro che se ne erano andati e molti altri che si erano uniti ai Valdesi intervenivano. C’era da sperare un risveglio, e la gioia era di tutti. Nelle istruzioni io cercava di far parlare tutti: ciò risvegliava l’amore del ministerio, ma dispiacque a Lagomarsino e per mezzo di Rossi che era tornato volle che non si facessero più istruzioni perché la libertà del ministerio era Plymouthismo, ed essi non ne volevano. I fratelli protestarono, ma Lagomarsino e Rossi li minacciarono e il primo giunse a dire al fratello Del Moro: «Bada che io ti caccerò dalla Chiesa»”.
    
    
Nel 1861, in un suo resoconto dell’opera italiana indirizzato a uno dei suoi referenti inglesi, William Yapp, il Guicciardini scriveva circa i primi passi dell’assemblea di Milano:
    

     “Questa è la prima città che ho visitato dopo il mio ritorno in Italia. Sebbene vi sia un’adunanza, e circa 30 credenti s’incontrino per commemorare la morte del Signore il primo giorno della settimana, non si esercita ancora un ministero nell’assemblea, al di fuori di quello dei due evangelisti, che pur ministrano con la potenza dello Spirito Santo e con grande conoscenza della Parola. L’opera qui può essere pertanto considerata come ancora in una fase di evangelizzazione. Ultimamente, la frequenza agli incontri di evangelizzazione è stata notevole, al punto che è stato necessario affittare una seconda sala, capace di contenere 400 persone e tutto sembra promettere che, nel corso dell’inverno venturo, la grazia del Signore abbonderà in questa città. C’è una scuola cristiana per ragazze a Milano, che è sostenuta dai contributi ricevuti dalla signora De Sanctis, e, come già menzionato, una scuola per ragazzi e adulti è stata avviata ed è condotta dagli stessi evangelisti”.
    
     Questo documento getta luce forte sulla nascita della chiesa di Milano, che, nel 1861, si trovava ancora “in una fase di evangelizzazione”, essendo priva di ministero al suo interno, ma godendo dell’opera dei suoi “due evangelisti”. Questi, a differenza di quanto sostenuto dal Maselli, che riconosce in Pompeo Rossi il fondatore dell’assemblea di Milano, dovevano essere il Tealdo e il Lagomarsino, poiché l’altro evangelista avrebbe, nelle parole del Rossetti, “rimpiazzato Tealdo” alla sua morte. L’autorità esercitata da quest’ultimo in seno alla chiesa nel desiderio di custodire la “libertà nel ministerio” in opposizione alla spinta centrifuga del Lagomarsino e la sottomissione di questi al primo evangelista fino alla sua morte indicano probabilmente che l’opera milanese era sorta, pochi anni prima, proprio con il Tealdo. Egli era molto vicino al Guicciardini e al Rossetti. Di lui scriveva il primo nel 1868, alla morte dell’evangelista:
    
     “Mi sono grandemente rallegrato di trovarmi fra i fratelli e trascorrere due giorni con uno degli evangelisti, Tealdo (l’altro era assente, trovandosi a Varese). Questa era l’ultima volta in cui avrei visto il caro Tealdo, avendolo il Signore chiamato a sé dopo una malattia di 7 giorni. La chiesa è profondamente addolorata, e la misura della nostra perdita in lui non può ancora essere pienamente sentita. Egli ha lasciato due bambini e una giovane vedova, che non solo piange per il proprio lutto, ma altresì per il vuoto lasciato all’interno della chiesa. Ella manca di sufficienti mezzi di sostentamento e io la raccomando caldamente alla carità di coloro i cui cuori il Signore voglia aprire per alleviare le sue sofferenze. Io ero presente quando Tealdo predicò l’ultima volta: egli parlò della venuta del Signore, che egli presto avrebbe incontrato. L’intero uditorio pendeva dalle sue labbra mentre egli pronunciava parole che riempivano il cuore di gioia. Egli non era un fine oratore, ma semplice, laconico e diretto. Egli ha deposto la sua vita nella breccia, lavorando attivamente e fedelmente nell’opera del Signore. Egli ci ha preceduto di un po’. Il Signore è vicino: vegliamo”.
    
     Nel 1862, il Guicciardini dava inizio alla sua consueta corrispondenza con Cavendish street con le parole:
    
     “Contemplando l’opera in questa città, che tre anni fa [1859] era tanto chiusa alla verità, sotto il dominio austriaco, ci rammentiamo delle parole del nostro Signore: «il regno dei cieli è come una rete gettata nel mare»”.
    

     La promessa raccolta dal Guicciardini nella sua comunicazione del 1861 secondo cui “la grazia del Signore sarebbe abbondata in questa città” era stata mantenuta. Il Guicciardini aveva potuto testimoniare allora di una tale portata evangelistica dell’opera in Milano che “era stato necessario affittare una seconda sala, capace di contenere 400 persone”. Ora, egli poteva scrivere:
    
     “Prodigiose folle accorrono per udire il Vangelo. Da principio, v’era solamente una sala; ora ve ne è una seconda, che contiene 400 persone e si sta per prenderne una terza, mentre un evangelista è pronto a predicare. Vi sono state numerose conversioni e l’opera della grazia si è manifestata in modo evidente nella condotta di molti dei convertiti. Una sorella si è addormentata nel Signore di recente e le sue spoglie sono state trasportate al cimitero seguite da più di 1.000 individui. Una volta raggiunto il punto della sepoltura, ognuno dei presenti si è scoperto il capo, persino i gendarmi ed ha ascoltata con attenzione la predicazione di Cristo, che è vita per coloro che sono morti nei loro falli e nei loro peccati. Questa sepoltura ha riempito l’intera città di meraviglia e io credo che sia stata foriera di benedizioni per molte anime. Il Vangelo è amato in Milano, e crediamo che il Signore abbia molti fedeli in questa città. Ripeto che un risveglio religioso s’è manifestato in Toscana, a Bologna e a Milano…”
    
     Se tre anni prima Milano era “tanto chiusa alla verità”, ora il Guicciardini poteva affermare che “il Vangelo è amato in Milano”. Gli stessi numeri confermano il dato espresso dal Rossetti secondo cui, un anno dopo, nel 1863, la chiesa di Milano contava 800 comunicanti. Certamente, non tutti costoro erano membri effettivi della nostra assemblea, con ogni probabilità, diversi avevano fatto parte di adunanze valdesi, tuttavia, il Guicciardini poteva testimoniare di numerose conversioni e di un “risveglio religioso”.
    

    
Anni difficili dopo l’inizio promettente
    

    
Gli anni successivi, però, avrebbero segnato profondamente la vita di questa comunità. In occasione della sua visita all’assemblea nel 1868, il Rossetti dovette testimoniare che v’era chi “voleva distruggere la libertà nel ministero”. L’opera del Lagomarsino avrebbe portato con sé un grande numero di defezioni. Già nel 1865 il numero di comunicanti s’era ridotto a 500 e quindi a meno di 200 nel 1868.
     Quando il Rossetti tornò a predicare a Milano nel 1868, scrive Rossetti, “c’era da sperare in un risveglio”. Il Rossetti spiega come molte delle persone che avevano frequentato le adunanze in precedenza si fossero unite o fossero forse tornate ad adunanze valdesi, ma furono subito pronte a ritornare ad ascoltare l’Evangelo, quando lui stesso fu invitato dal Lagomarsino a predicare sull’epistola ai Romani presso la chiesa milanese.
     Le parole del Rossetti suggeriscono come il grande numero dei credenti comunicanti nel 1863 fosse legato ad una predicazione e ad una libertà nel ministero tipicamente dei fratelli, il cui ripristino doveva ricondurre queste anime alla assemblea milanese.
     La sottomissione del Lagomarsino al Tealdo e agli altri fratelli durò solamente fino a che il secondo evangelista fu in vita. In occasione della visita del Rossetti, infatti, tornò alla ribalta la volontà di riforma in senso presbiteriano del Lagomarsino, il quale, insieme al Rossi osteggiò fortemente il tentativo del Rossetti di far sì che tutti i fratelli prendessero parte attiva al culto e alla predicazione.
     Due anni dopo, nel 1870, il Lagomarsino e il Rossi sarebbero stati promotori dell’assemblea di Milano, in cui avrebbe avuto luogo la separazione della gran parte di coloro che desideravano aderire alla chiesa libera.
     Ai due si affiancava nella corrispondenza riguardante l’assemblea di Milano del 1870 il nome del Gavazzi. Anche quello milanese fu un tentativo di raggiungere un fine spirituale per mezzo di un’opera e di una strutturazione umana, come in scala nazionale avrebbe tentato di fare il Gavazzi. Più tardi le sue idee sarebbero state raccolte dalla corrente riformata presente in seno alle chiese dei fratelli.
     La successiva corrispondenza del Guicciardini, risalente al 1873, annunciava:
    
     “In questo luogo v’era prima un’opera molto vasta, ma che s’è ora grandemente ridotta. L’adunanza è una di quelle che si sono unite con altre 3 anni fa per formare la «Chiesa Libera» del Signor Gavazzi, ma alcune persone si incontrano ancora nel nome del Signore, desiderosi di preservare la loro libertà in Cristo Gesù. Sono un piccolo numero, circa 20 o 30. Essi si edificano a vicenda e vivono in pace; ma attendono con ansia che il Signore gli elargisca qualche dono spirituale superiore, affinché l’opera là possa prosperare sempre più alla gloria del suo santo nome”.
    

(1. continua)
    
    
Filippo Falcone
    
(Assemblea di Domodossola, VB)



Note
  1. George Mueller (1805-1898). Nato in Prussia, studiò per diventare pastore luterano. La sua reale conversione avvenne nel 1825. Sposò la sorella dell’amico e compagno d’opera Anthony Norris Groves.
  2. Henry Craik (1805-1866). Studiò teologia e fu precettore presso la famiglia Groves.
  3. J. N. Darby (1800-1882). Di origine irlandese, fu consacrato pastore della chiesa d’Irlanda, ma si dimise da questo incarico per diventare uno degli animatori del movimento dei Fratelli. Teologo e studioso, Darby fu uomo di enorme cultura. Tradusse la Bibbia in inglese, francese e tedesco.
  4. N. W. Newton. Nato nel 1807 da famiglia quacchera, fece parte del gruppo calvinista dell’università di Oxford, Convertitosi all’evangelismo, collaborò conDarby in seno all’assemblea dei Fratelli di Plymouth.
  5. E.Cronin (1801-1882). Nato in Irlanda, studiò medicina a Dublino. Dopo aver aderito al movimento dei Frataelli si recò in India come missionario insieme a J. Parnell.
  6. A. N. Groves (1795-1853). Lavorò come dentista prima a Plymouth, poi a Exeter. Dopo aver collaborato col Mueller, partì come missionario per Baghdad e, successivamente, si recò in India.
  7. J. Parnell (Lord Congleton dalla morte del padre, 1805-1883). Studiò ad Edinburgo, dove si convertì. Finanziò l’opera di diffusione dell’Evangelo, aderendo ai “fratelli aperti”. Missionario in India, tornò in patria alla morte del padre. Per dovere fu membro della Camera dei Lord. Fu a lungo membro dell’assemblea dei Fratelli di Orchard Street a Londra.
  8. R. H. Bainton, “La lotta per la Libertà Religiosa”, Bologna 1963, p. 266.
  9. Bruno Corsani, “Introduzione al Nuovo Teestamento I”, Torino, 1991, p.124.