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“Velo” in classe e altri “segni”


     Leggo su un quotidiano che “il progetto di legge che proibirà, in Francia, di portare il velo in classe o di «ostentare» segni di appartenenza religiosa nelle scuole pubbliche è stato approvato in prima lettura dai deputati, a larghissima maggioranza. Si avvicina quindi il passaggio definitivo di una legge (nota come legge del velo) che, dopo aver scatenato forti polemiche nel Paese, rischia di acuire, secondo taluni, le spinte di radicalizzazione e di discriminazione che si sono manifestate negli ultimi tempi”.
    
Contemporaneamente rammento che in Italia, solo pochi mesi fa, si è scatenata un’autentica bagarre (nel senso ciclistico e per… mantenere il paragone con la nostra vicina d’oltralpe!!) a causa di un pretore che ha disposto la rimozione da un’aula scolastica di uno di tali segni religiosi (incautamente, temo di dover dire); in quella occasione quasi ogni uomo politico nostrano non ha mancato di esternare le sue sofferte rimostranze, con richiami alla particolare importanza delle “radici” che quel segno attesterebbe.
     Questi due fatti così contrastanti evidenziano un’estrema differenza di pensiero su quale debba essere il rapporto tra la laicità dello Stato e la religiosità dei cittadini, e non deve sorprendere che proprio la “cristianissima” Italia sia stata incapace di applicare l’insegnamento di Gesù “rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio”, ove, oltre a ribadire i doveri ineludibili del credente verso lo Stato, in quanto cittadino, si stabilisce una netta separazione tra ciò che è spirituale (e preminente) e ciò che non lo è.
     Preciso subito come non sia mia intenzione risollevare qui l’annoso dibattito sulla così detta libertà religiosa (religione di Stato-culti ammessi), né contestare le discutibili soluzioni politiche che sono state attuate. Ancor meno voglio (sarebbe troppo facile) perdermi in giudizi su chi impone, anche con la violenza, il segno di una diversità religiosa, vissuta, talvolta in orgogliosa ignoranza, sovente con intolleranza aberrante e delittuosa; o su chi pretende di attestare la propria “cristianità” con l’esibire simboli e partecipare a cerimonie, mentre la realtà di una vita egoisticamente priva di scrupoli e libertina sta a dimostrare l’opposto.
     Voglio approfittare invece di questi episodi affinché chiunque si professa rigenerato in Cristo esamini davanti al Signore la sua responsabilità personale di testimone di Dio nella società che lo ospita, testimonianza che non consiste nell’esibire una religiosità formale, ma in una vera vita di fede, radicalmente trasformata da Alto; ricordo perciò, a me e a voi, che dobbiamo innanzi tutto guardare noi stessi, e mettere in pratica le parole del nostro Salvatore che ci dice “togli prima dal tuo occhio la trave”: ognuno di noi sa quanto grande talvolta essa sia, purtroppo!
     Le occasioni per manifestare una posizione chiara e decisa non ci mancano, infatti, come non mancano le insidie ad accettare per buoni distinguo che poco hanno a che fare con una sottomissione vera alla Parola di Dio; citerò alcuni esempi perché tutti possiamo renderci conto di come sia facile, e ad un tempo difficile e impegnativo, testimoniare veramente della nostra fede.
     • L’ora di religione a scuola: già dalle elementari i genitori cristiani devono esprimere il loro dissenso a tale imposizione, ma se si limitano a questo, fanno ben poco per i loro figli. Ogni genitore ha il dovere di guidare personalmente le creature, che Dio gli ha donato, sulla via della conoscenza delle Scritture, con un insegnamento adeguato alla loro età e costantemente progressivo. Rinunciare alla lezione di religione senza essere gli insegnanti dei propri figli è poco diverso dal mandarli a scuola col velo, per distinguerli con sussiego dagli altri.
     • Pubbliche occasioni di testimonianza: ribadito che la vera opportunità di missione è la nostra vita quotidiana, accade talvolta, in occasioni speciali, di sentire il desiderio di apparire un gran popolo, e di mostrarci al passo coi tempi presentando argomenti più attraenti o “sapienti” di Gesù Cristo e Lui crocifisso; in questi casi avremo forse un successo mondano, ma la nostra testimonianza non brillerà né per incisività né per mancanza di compromessi.
     • Amore e comunione fraterna: il Signore afferma che siamo amministratori dei beni che Egli, nella sua bontà, ci dona e che dobbiamo farne parte con gli altri, specie se più poveri di noi; la corretta sottomissione a questo ordine dipende però dalla santa armonia tra la responsabilità ponderata e saggia di chi chiede e l’attenta disponibilità di chi dà, consapevole quest’ultimo che il suo atto non lo libera dal suo impegno personale di servizio.
    
     Che Dio ci aiuti, dunque, a essere quei testimoni non finti che Egli vuole, anche col ricordarci che, se è vero che Satana ha chiesto di vagliarci come il grano, il Signore prega per noi.

Giancarlo Zonta