civile o religioso?
EDITORIALE
Qualche settimana fa alcuni giornali hanno dato risalto ad una statistica relativa alla celebrazione dei matrimoni in Italia: negli ultimi anni si è verificata una marcata inversione di tendenza: ad un sensibile aumento dei matrimoni civili ha corrisposto infatti un altrettanto sensibile calo dei matrimoni religiosi. Ci si sposa cioè sempre più in Comune davanti al Sindaco (o a persona da lui delegata) e sempre meno in chiesa davanti al prete. Non ho certo voglia di partecipare al dibattito che questi dati statistici hanno sollevato relativamente a questioni che in fin dei conti riguardano altri. Desidero piuttosto affrontare una questione che riguarda noi e che chiama direttamente in causa la nostra testimonianza su cosa è per noi il matrimonio. Non nascondo infatti il disagio che provo nellassistere anche fra le nostre Assemblee ad uninversione di tendenza di segno però, potremmo dire, contrario: infatti ci si sposa sempre di meno davanti al Sindaco mentre sono in aumento gli sposi che cercano un ministro di culto(sulla illegittimità biblica di questa figura mi riservo di tornare in un prossimo futuro), testimoniando così di considerare il matrimonio come un fatto religioso che riguarda soprattutto la vita della Chiesa. Ma le cose stanno davvero così? È davanti alla Chiesa che dobbiamo sposarci? Il matrimonio è soprattutto o prima di tutto un fatto religioso? Qual è il pensiero che il Signore esprime nella sua Parola in merito?
Nella Bibbia sono frequenti i richiami ad aspetti fondamentali del matrimonio: come deve essere vissuto, quali devono esserne gli scopi, quali ruoli devono ricoprire il marito e la moglie, in quale modo devono vivere le loro relazioni interpersonali... Davanti ad una considerevole abbondanza di insegnamenti ed esortazioni non è perciò privo di significato il fatto che nulla ci venga mai detto intorno alla sua celebrazione. Non si tratta, si badi bene, di un silenzio non motivato davanti al quale ciascuno potrebbe di conseguenza sentirsi libero di fare le proprie scelte. Anzi il silenzio è motivato: una motivazione che ci viene dal progetto originario di Dio. Il matrimonio è infatti un progetto legato non alla redenzione delluomo, ma piuttosto alla sua creazione (Ge 2:18-25). La venuta di Cristo, la sua opera sulla croce e la conseguente nascita della Chiesa non modificano in nulla questo progetto creazionale; in questo progetto perciò il matrimonio di due figli di Dio non ha un valore diverso da quello di due atei o pagani. Certamente due sposi cristiani sono chiamati a dare un contenuto diverso al loro matrimonio, di quella diversità che nasce dallascolto e dallubbidienza alla Parola di Dio. Ma a rendere cristiano il loro matrimonio non sarà il modo in cui esso è stato celebrato quanto piuttosto (e soltanto!) la qualità della loro vita. Come confermano anche le parole di Gesù (Mt 19:4-6), lopera di redenzione e la nascita della Chiesa non hanno modificato lo statuto originario del matrimonio, perciò la pubblicità del matrimonio non riguarda la società ecclesiale, ma soprattutto e prima di tutto la società civile. Due sposi cristiani devono cercare la guida di Dio nel loro conoscersi ed amarsi, ma devono sottoporsi alla legge degli uomini per unirsi in matrimonio (Ro 7:2). Quindi non la Chiesa, ma solo lo Stato è chiamato a sancire, ratificare e certificare la loro unione. La Chiesa deve limitarsi a festeggiare un matrimonio che è già avvenuto davanti al Sindaco, a meno che non ci si voglia incamminare sulla strada cattolica e riformata della trasformazione della Chiesa da organismo vivente e spirituale ad istituzione umana.
Paolo Moretti
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