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La spettacolarizzazione della violenza


     "È ineludìbile dovere del giornalismo riferire i fatti, senza censure e limitazioni che esulino dal rispetto dell'etica professionale", si sente spesso affermare a difesa della libertà di cronaca e di stampa; purtroppo questo principio, che dovrebbe giustamente garantire il diritto di informazione e di espressione dalle manipolazioni e dalle prepotenze dei "potenti", si è sovente trasformato in una sorta di licenza a mostrare e a dire qualsiasi cosa, senza pudori e senza rispetto per i sentimenti altrui. Ai nostri giorni, poi, anche in questo campo la ricerca del successo, che lo "scoop" assicura, spinge molti a superare ogni limite, come testimoniano le pagine dei giornali e i programmi della TV.
     In aggiunta a questo, viviamo purtroppo l'era della pubblicità, simbionte ottuso ma efficiente del consumismo; tutto ciò che può essere utile a alzare "l'audience" è dunque benvenuto, senza limiti e perplessità.
     Non ci dovrebbe perciò stupire lo spettacolo di poveri resti umani trascinati da festanti e orrende folle del medioevo prossimo venturo; la truculenta esibizione di malcapitati e di allucinanti carcerieri; l'insistita intervista di parenti turbati dall'angoscia; gli inconsci giovani aspiranti assassini mascherati da "martiri" di ideali d'odio; e sempre più uomini che soffrono, che si abbassano, o sono abbassati, a livelli di bestie dalla violenza e dall'ignoranza, propria o altrui. Davanti a questo, lo spettatore non si sente preso dall'orrore, ma piuttosto partecipe a uno spettacolo che coinvolge e emoziona, come se fosse lì, presente e attento, pur se tranquillamente seduto nel suo salotto, sgranocchiando popcorn e a bere, di tanto in tanto, un sorso di Coca, quasi senza rendersene conto, o forse perché attanagliato dall'ansia del come andrà a finire.
     È proprio lo stesso deplorevole coinvolgimento mediatico, il suo scaltro utilizzo che fa leva sui sentimenti dell'animo umano, che ha dato il successo a tanti spettacoli cinematografici, ultimo tra i quali l'ormai celeberrimo "La Passione di Cristo". In contrasto con l'imprimatur romano, leggo infatti, che "…è soprattutto nello spettacolo della crudeltà che Gibson cerca e trova il suo stile. Nei testi di Matteo, Marco, Luca e Giovanni alla fustigazione di Cristo sono dedicate non più di un paio di righe. In "La Passione di Cristo", invece, gran parte dell'attenzione di sceneggiatura e regia si concentra sulle fruste, sui carnefici, sul rosso del sangue. Non contento di mostrarci il trionfo di questa prospettiva sanguinolenta sulla schiena di Gesù, Gibson lo fa girare supino e lo fa frustare ancora, sadicamente. Ma prima, quasi a preparare e coltivare il risentimento dello spettatore, fa piantare i chiodi della frusta nel legno di un tavolo. E qui ci si mostra una volgarità da piazzista del cinema che ben meriterebbe la furia sacra del Cristo che scaccia i mercanti dal tempio. Ancor più che volgare, per altro, questa attenzione alla carne lacerata è maniacale, ossessiva. E insieme è profana, incapace di spiritualità. Ma è anche, e soprattutto, colma di una sua violenza cupa e fanatica..." (R. Escobar – Il Sole-24Ore)
     Come è possibile questa continua corsa al peggio? Come si può spiegare un imbarbarimento simile nel dare e nell'accettare l'informazione e lo spettacolo, in un tunnel che scende sempre di più e si fa sempre più nero?
     È dunque vero che la civiltà occidentale non solo non ha più ideali, ma non ha neppure più "fedi" che possano in qualche maniera porre dei limiti, se pure meramente formali, al dilagare dell'edonismo e dell'insensibilità!
     Purtroppo è questa la sola evoluzione di un'umanità che ha messo l'uomo al posto di Dio, incurante dell'ammonizione "Maledetto l'uomo che confida nell'uomo" (Gr 17:5); un percorso previsto dalla Parola quale inevitabile castigo per la ribellione e il peccato: Paolo afferma infatti che "Siccome non si sono curati di conoscere Dio, Dio li ha abbandonati in balia della loro mente perversa sì che facessero ciò che è sconveniente"(Ro 1:28): credo che nessuno possa negare che anche la violenza-spettacolo è una conferma di questa perversione della mente.
     Davanti a questa triste realtà, il credente sente gonfiare in sé il senso di gratitudine per la grazia che immeritatamente gli è stata fatta ("è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio": Ef 2:8) e per la sicura protezione che il Signore si compiace di assicurargli ("…colui che può preservarvi da ogni caduta e farvi comparire irreprensibili e con gioia davanti alla sua gloria": Gd 24); da questo, però, non può che scaturire il bisogno di camminare secondo lo Spirito, manifestando i suoi frutti.
     Che ciò sia vero per ogni figlio di Dio.

Giancarlo Zonta