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Esempi incoraggianti


PERSONE ANZIANE NEI VANGELI:
La donna adultera e
la suocera di Pietro
     

Fra le persone che avevano trascinato la donna adultera davanti a Gesù c’erano anche degli anziani che, con il loro esempio negativo, ci mostrano come l’esperienza maturata nel corso della vita possa essere vanificata da un attaccamento rigido alle tradizioni. Vi è poi la lezione che possiamo raccogliere dalla guarigione della suocera di Pietro e di un vecchio ambiente familiare nel quale lo zelo “rivoluzionario” viene guarito e trasformato da Gesù.


      LA DONNA ADULTERA
      (Giovanni 7:53-8:11)

      Questo episodio non appartiene, secondo il parere di molti studiosi, alla redazione originaria del Vangelo di Giovanni. Alcuni manoscritti lo pongono alla fine del Vangelo e pochi altri dopo Luca 21:38.
      Comunque sia, non ci sono dubbi sulla sua autenticità e l’episodio è entrato a far parte della forma canonica del Vangelo e ne costituisce una delle pagine più rivelatrici e suggestive. La scena è di straordinaria potenza e rivela la misericordia di Gesù, che non ignora il peccato ma lo affida al perdono divino.
     
     
Nel cuore del perdono
     

     
La trama del racconto è ben nota: gli scribi e i Farisei conducono da Gesù una donna sorpresa in flagrante adulterio e lo mettono alla prova chiedendogli un parere sulle misure da adottare nei suoi confronti (la legislazione richiede infatti la lapidazione, Le 20:10). Ma Gesù rivolge il ben noto invito a chi si ritiene senza peccato perché scagli per primo la prima. La folla vociante a quel punto si disperde: i giovani se ne vanno per ultimi (v. 9), non perché abbiano capito il valore della parola di Gesù, ma perché hanno visto la schiera dei loro compagni assottigliarsi progressivamente: hanno le spalle scoperte, non sono in grado di affrontare personalmente la loro responsabilità.
      Il gruppo era la loro forza; una volta che il gruppo si è sciolto non rimane alcuna prospettiva. Ma, se sapranno far tesoro di questa ferita e di questa parola, anche per loro si aprirà una stagione di sapienza che può nascere solo dalla verità e dalla misericordia.
      Con il ritiro degli accusatori, la storia raggiunge il culmine. Non è necessario discutere su ciò che Gesù scrisse col dito per terra; non lo sapremo mai e le nostre supposizioni rimarranno sempre vane. La sua presenza bastava per mettere in imbarazzo i suoi accusatori, che ad uno ad uno, dal più vecchio al più giovane, si ritirarono confessando così davanti a Gesù, davanti alla donna, davanti alla folla, di essere impuri e ipocriti.
      Riporto per pura curiosità il pensiero di alcuni studiosi, che vedono nel suggestivo gesto dello scrivere per terra di Gesù un’allusione a Geremia 17:13:
      “Speranza di Israele, o Signore, tutti quelli che ti abbandonano saranno confusi; quelli che s’allontanano da te saranno iscritti sulla polvere, perché hanno abbandonato il Signore, la sorgente delle acque vive”.
     
     

L’anziano maestro di vita
     

     
L’anziano è ricco di esperienza ma non è infallibile. E’ un testimone autentico del comportamento umano; la vecchiaia dunque non è una disgrazia, ma una grazia, una ricchezza e non una povertà. Pur nei suoi limiti e con i tutti i suoi acciacchi, è un dono di Dio (che molti non ricevono!), l’occasione di maturità umana e spirituale, di una testimonianza di fede da offrire ai più giovani.
      L’apostolo, sul finire della sua missione, si dichiara vecchio (Filemone 1:9) eppure afferma che con Cristo tutto è rinnovato, tutto è nuovo: “Se dunque uno è in Cristo, egli è una nuova creatura; le cose vecchie son passate: ecco, son diventate nuove” (2 Corinzi 5:17).
      Ed è proprio su questo sguardo di fede aperto verso l’orizzonte del cielo che l’ultima stagione della vita acquista il suo pieno e definitivo valore: bisogna prepararsi a diventare giovani.
     
     
Gli anziani del popolo (Mt 21:23)
     

      Dalla meditazione delle molte figure di anziani che ruotano attorno a Gesù nella narrazione evangelica abbiamo attinto immagini spesso positive e a volte idilliache di questa stagione della vita umana.
      Non tutto però è così bello e positivo: il Vangelo fotografa tutta la realtà umana con il suo susseguirsi di gioie e dolori, di verità e menzogne. La stessa figura dell’anziano ricorre alcune volte con una sfumatura negativa.
      Non è automatico che una persona invecchiando sappia far tesoro della propria esperienza, cresca in sensibilità e dolcezza, approfondisca il suo amore per la verità e conservi una giovinezza di spirito perenne.
     
     
Gli anziani del popolo
     

     
È il caso dei cosiddetti “anziani del popolo” e della loro caratterizzazione secondo i Vangeli. Come nella quasi totalità delle civiltà antiche, gli anziani godevano di grande prestigio e autorità, soprattutto in relazione all’esperienza. La conoscenza della realtà, la riflessione, l’abilità nel compiere bene il proprio lavoro, ciò che la letteratura biblica chiama “sapienza” facevano dei più avanzati in età un punto di riferimento per le giovani generazioni. Se all’ambiente culturale e all’influsso dei popoli vicini aggiungiamo il retaggio delle antiche consuetudini tribali degli antenati di Israele, comprendiamo come molte delle caratteristiche della società di stampo patriarcale siano rimaste quasi immutate per secoli e secoli.
      L’esperienza e il senno degli anziani, stando ai dati della Bibbia ebraica, assunsero così il valore di una forma istituzionalizzata; soprattutto al ritorno dall'esilio babilonese, il popolo ebraico conobbe l’autorità e il prestigio di questa autorevole porzione del popolo di Dio.
      A Gerusalemme in particolare la loro presenza e il loro giudizio furono determinanti in parecchie occasioni, gettando le basi di quello che sarebbe diventato il Sinedrio legato al tempio, formato da una rappresentanza sacerdotale e da questo gruppo locale.
     

L’immagine evangelica
     

     
Nel Vangelo di Matteo, gli anziani del popolo riflettono un’immagine negativa, manifestando soprattutto il fatto che il passare degli anni non aumenta necessariamente l’esperienza e la saggezza se non si accompagna alla sincerità.
      Tipico è il loro incontro con il Salvatore, pervaso di superbia e di presunzione: “e quando fu venuto nel tempio i capi sacerdoti e gli anziani del popolo si accostarono a lui (a Gesù) mentre egli insegnava e gli dissero: «Con quale autorità fai tu queste cose?»” (Mt 21:23).
      La continuazione del dialogo dimostra che, di fronte all’astuzia di Gesù, questi anziani si rifiutano di scegliere, preferendo ripiombare nel loro nascondimento piuttosto che affrontare serenamente le esigenze della verità nella disponibilità alla conversione del cuore.
      La loro presenza, sempre secondo il primo Vangelo, diviene ancor più pressante e decisiva man mano che gli eventi si ritorcono contro Gesù, nella scelta della violenza fisica, approvata dalle autorità religiose, per porre fine alla sua testimonianza della verità.
      “Allora i capi sacerdoti e gli anziani del popolo si radunarono nella corte del sommo sacerdote, detto Caifa, e deliberarono nel loro consigli di liberare Gesù con inganno e farlo morire.” (Mt 26:3, 47; 27:1).
     
      L’immagine degli anziani del popolo incarna allora l’altro lato della vecchiaia: non necessariamente progresso e cammino di purificazione alla ricerca di ciò che nella vita è essenziale
      Piuttosto troviamo qui l’incarnazione di quel cuore ostinato e indurito, condannato già dai profeti dell’Antico Testamento:la vecchiaia - è purtroppo l’esperienza umana ad insegnarcelo - può diventare talvolta ripiegamento su sé stessi, fiducia cieca e incrollabile nelle proprie convinzioni, attaccamento al proprio modo di essere e di fare, rigidità assoluta e chiusura a ogni forma di novità.
     


Le tradizioni degli anziani
     

     
Anche contro questo aspetto, si scaglia Gesù nella discussione con scribi e Farisei a proposito delle norme di purità (Mr 7:1-13).
      I suoi interlocutori lo interpellano a proposito del comportamento dei discepoli: “Perché i tuoi discepoli non seguono essi la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?” (v. 5).
      E Gesù, rispondendo, svela tutta la loro malizia e ipocrisia: “Voi, lasciato il comandamento di Dio siete attaccati alle tradizioni degli uomini. E diceva loro ancora: Come ben sapete (come siete abili ad) annullare il comandamento di Dio per osservare la tradizione vostra.” (vv. 8, 9)
      La reazione di Gesù è di stampo profetico, si appella proprio a un passo del profeta Isaia (29:13):
      “Questo popolo si avvicina a me con la bocca e mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lungi da me e il timore che ha di me non è altro che un comandamento imparato dagli uomini”, a sottolineare il primato del cuore e della vita rispetto al rito e all’esteriorità.
     
      La ricchezza umana e spirituale dell’esperienza dell’anziano
- così sembra suggerire il Vangelo - è feconda e vivificante quando va d’accordo con l’umiltà del cuore, la semplicità, la disponibilità a rimettersi continuamente in discussione, ad accettare la novità di quel Dio che non si può identificare in modo assoluto con alcuna tradizione, forma o rito, per quanto queste espressioni possano sembrare sante e degne di rispetto.
      Il rischio di questa chiusura del cuore è quello di vanificare tutta l’opera divina: il ripiegamento su sé stessi rischia addirittura, nelle parole del Salvatore, di “annullare la parola di Dio” (Mr 7:13) con le tradizioni umane.
      Quando l’avanzare dell’età coincide con compiti di educazione, di insegnamento, di testimonianza o anche semplicemente di presenza, l’età diviene un talento da far fruttare e una responsabilità immensa.
      Chi comprende che è semplicemente un servo inutile e che un’altra, non la propria, è la Parola da far risuonare, accoglie, vive e testimonia quella sapienza che da sempre è considerata patrimonio tipico degli anziani.
     

LA SUOCERADIPIETRO
      (Marco 1:29-31)

      L’ultima figura di persona anziana che ci accompagna nelle meditazioni è l’anonima suocera di Simone, che nell’incontro con Gesù ottiene la guarigione.
      Nella giornata iniziale del ministero pubblico di Gesù, secondo il vangelo di Marco (la cosidetta “giornata di Capernaum”) troviamo un quadretto familiare ambientato nella casa di Simone e di Andrea, dipinto dall’evangelista con poche pennellate efficaci:
      “Or la suocera di Simone era a letto con la febbre; ed essi subito gliene parlarono; egli avvicinatosi la prese per la mano e la fece alzare; la febbre la lasciò ed ella si mise a servirci”(Mr 1:30-31).
     
     
La suocera di Simone
     

     
Con la sua presenza nell’intimità della casa, Gesù sembra voler benedire questi rapporti umani. Entra nello spazio familiare dopo aver percorso le strade di Capernaum e dopo aver predicato nella sinagoga: dalle grandi folle al piccolo nucleo familiare, dove una società di stampo patriarcale conosce ancora il calore dei rapporti autentici fra generazioni diverse. C’è un’eco in questi rapporti armoniosi da entrambe le parti: sia nella premurosa preoccupazione di Simone e degli altri discepoli per la donna malata, sia nella pronta disponibilità con cui l’anziana protagonista comincia a servirli. La presenza del Salvatore in quest’ambiente benedice dunque un situazione di fatto, superando anzi gli ostacoli che al momento la rendono impossibile. La guarigione è il fondamento che rende possibile la crescita e la maturazione di questo ambiente fraterno e accogliente.
      È curioso che, al di là di facili luoghi comuni (i maligni e i buontemponi potrebbero facilmente ritrovare, nella guarigione della suocera, la motivazione remota del rinnegamento di Pietro), una delle poche presenze di suocere nella narrazione evangelica sia vista in chiave positiva, senza attriti, contrasti o difficoltà (vedi passi paralleli di Matteo 8:18 e Luca 4:38)
      Anzi l’opposizione fra suocera e nuora è presentata da Gesù come una delle possibili situazioni anomale di conflitto, determinate dal suo essere segno di contraddizione così come potrebbe essere il conflitto fra genitori e figli (Mt 10:35;Lu 12:53)
     
     
Il fuoco della febbre
     

     
Nella narrazione di Marco, dovendo presentare la malattia della donna, si parla ripetutamente del suo stato febbricitante. Nel testo greco l’evangelista ricorre ben due volte alla radice “puros” che significa fuoco. Alcuni commentatori ritengono di vedere in questi accenni una simbologia che va al di là della materialità della febbre. Accostando la simpatia di Simone (e probabilmente della sua famiglia) per il movimento zelota e dunque per le aspirazioni sociali e politiche di liberazione dall’occupazione romana, sarebbe rintracciabile nel nostro testo l’allusione a un fuoco simbolico che ben poco ha a che vedere con la mitezza, la pace e la logica del perdono di Gesù.
      Il fuoco da cui è affetta la suocera di Simone sarebbe invece più simile allo zelo integralista e fanatico dei discepoli, che, respinti durante una missione e per questo feriti nel più profondo dell’orgoglio pretendono di imitare il profeta Elia chiedendo al Maestro: “Signore, vuoi tu che diciamo che scenda fuoco dal cielo e li consumi?” (Lu 9:54).
      L’orgoglio nascosto nel cuore umano, la sete di vendetta, il rancore portato alle estreme conseguenze mietono un maggior numero di vittime delle malattie fisiche. Gesù lo sa bene. E la sua presenza non è un puro elemento coreografico. Il suo gesto potente non può limitarsi a ridare le forze fisiche.
      Con la sua stessa presenza e con i suoi stessi gesti (non dice neppure una parola), ha un insegnamento fondamentale da trasmettere.
     
     
La vera guarigione
     

     
Si comprende allora il modo con cui Marco presenta ai lettori l’avvenuta guarigione: “La febbre la lasciò ed ella si mise a servirli.” (v. 31).
      Quando il fuoco di questo falso zelo la lascia sedotta e convertita dalla logica di Gesù, la donna è libera di mettersi a servire. Dall’orgoglio all’umiltà. Dall’azione rivoluzionaria al servizio. Ecco l’autentica guarigione che l’incontro con Gesù ha prodotto.
      Il testo greco esprime l’avvenuta trasformazione con una semplicità estrema:kaì diakònei autoìs.
      Il verbo all’imperfetto indica l’inizio dell’azione: (si mise, incominciò a servirli), ma anche la continuità e il prolungamento dell’azione stessa (serviva, continuava a servire). Testimonianza di un contatto che ha raggiunto il suo scopo e ha prodotto il suo effetto.
      Questa donna anziana (almeno secondo lo standard dell’epoca) ha incontrato in Gesù la luce e la forza per cambiare il proprio modo di pensare (non è mai troppo tardi!) e soprattutto ha ritrovato le energie per rendersi utile e offrire attivamente il proprio servizio.
      Non c’è uomo o donna che incontri l’umanità del Salvatore senza rimanerne trasformato nell’intimo, nonostante tutte le barriere, gli ostacoli, le difficoltà.

Ezio Coscia
     
(Assemblea di Sestri Levante, GE)