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ESDRA e NEEMIA: due uomini usati da Dio


UN VERO RISVEGLIO
Capitolo 6°: Neemia
    
    
Un nuovo personaggio s’inserisce nelle vicende legate al ritorno del popolo di Dio a Gerusalemme, dopo i settant’anni di esilio babilonese. Si tratta di Neemia, un uomo che a Babilonia ha avuto successo nonostante la sua condizione di esule, ma soprattutto un uomo che avrà successo nel progetto che Dio gli ha affidato: un successo basato sulla preghiera, sull’attesa della risposta di Dio e sulla piena fiducia in Lui e nelle sue promesse.

    
     “Voi vedete in che misera condizione ci troviamo; Gerusalemme è distrutta e le sue porte sono consumate dal fuoco; venite, ricostruiamo le mura di Gerusalemme, e non saremo più nella vergogna!”(Ne 2:17).
    
    
Neemia
    
    
Si suggerisce di leggere i primi due capitoli del libro di Neemia.
     Con questo articolo cominciamo la seconda parte del nostro studio sulla comunità postesilica.
     Lasciamo quindi Esdra (anche se lo ritroveremo ancora negli episodi cruciali legati alla lettura della legge), per seguire i passi di Neemia, un altro uomo di Dio da cui abbiamo tanto da imparare.
     I primi due capitoli del libro di Neemia ci introducono alla conoscenza di questo personaggio. Leggendo il brano velocemente, potrebbe sfuggire quale interesse potrebbe avere questo brano storico per il lettore occidentale odierno.
     Ma, se rallentiamo la nostra lettura, scorgeremo una miniera di applicazioni per la nostra vita!
     L’autore del libro è Neemia stesso che, infatti, scrive in prima persona singolare.
    
    
Un uomo che ama il suo popolo
    

    
Neemia era coppiere del re, una persona che si era distinta per la sua integrità e che si era conquistata persino la fiducia del re. Era, perciò, un uomo di fiducia con una buona posizione, oserei dire invidiabile, per un esule in Babilonia.
     Ma, nonostante ciò, Neemia era soprattutto un ebreo che amava il Signore e il suo popolo. Non era egoista: egli aveva a cuore il suo popolo, si preoccupava, si interessava dei suoi fratelli, cercava il loro bene. Ecco perché, all’arrivo di alcuni uomini da Giuda, Neemia si informa circa la situazione del suo paese e dei superstiti della deportazione.
    
     Ecco una prima lezione per noi: il Signore suscita persone che si interessano del bene del proprio popolo e non solo di sé stessi. Neemia manifesta una delle caratteristiche principali di una buona guida. Gli uomini che hanno guidato il popolo di Dio nel modo migliore si sono sempre distinti per aver speso la propria vita cercando il bene del popolo.
     Vi ricordate di Mosè?
     Avrebbe potuto salvare la sua vita lasciando che Dio distruggesse il resto del popolo (Es 32:9-14), ma il suo amore per il Signore si manifestava proprio nel suo amore per il popolo.
    
    
Un uomo che riconosce il peccato
    

    
La risposta che riceve Neemia da alcuni uomini provenienti da Giuda è sconfortante, il quadro descritto è molto triste. Erano passati poco meno di quindici anni (dal 458 a.C. settimo anno del re Artaserse al 444 a.C. ventesimo anno dello stesso regno) dal ritorno di Esdra a Gerusalemme, ma le mura non erano state costruite.
     Il popolo di Dio non aveva completato il lavoro e viveva in miseria. A quei tempi le mura erano molto importanti per la città, perché una città senza mura era facilmente attaccabile. Gerusalemme era, dunque, una città debole, facilmente soggiogabile, esposta all’influenza dei suoi nemici che sapevano approfittarne.
     Qual’è la reazione di Neemia a questa notizia?
     La sua reazione ci ricorda quella di Esdra. Neemia era nato dopo la deportazione e non era direttamente responsabile di ciò che i sui padri avevano fatto, ciò nonostante, nella sua preghiera, egli confessa il peccato del popolo, si rende conto del fatto che la miseria in cui si trovava il popolo di Dio era dovuto al proprio peccato.
     L’uomo di Dio riconosce il peccato e lo confessa. Proprio come aveva fatto Esdra.
    
     Quanto abbiamo bisogno di qualche Neemia e qualche Esdra che piangano anche per il popolo di Dio oggi, uomini che sappiano riconoscere il peccato, umiliarsi davanti al Signore per cercare la riconciliazione con Lui. Troppo spesso, il peccato rallenta il nostro cammino comunitario.
     Ricordiamoci che l’umiliazione precede la gloria. Non può esserci opera di Dio che porti frutto se il peccato rimane come una barriera tra noi e Dio. La confessione di peccato è una condizione necessaria per ottenere il perdono.
     Siamo disposti nelle nostre comunità a chiedere perdono al Signore per i peccati di orgoglio, arroganza che spesso ci caratterizzano?
    
    
Un uomo che conosce le promesse di Dio
    

     Conoscere la fedeltà di Dio è importante per poter lavorare per il Signore.
     Neemia sa che Dio è fedele e manterrà le promesse fatte.
     Vi sembra banale? Io non credo.
    
     Se ci pensiamo bene, molti dei nostri insuccessi sono dovuti al fatto che non siamo convinti del fatto che Dio sia in grado di mantenere le proprie promesse. Dio è fedele , diciamo con la bocca, ma dentro di noi continuiamo a dubitare e a cercare soluzioni improbabili a problemi che Dio ha già risolto per noi.
    
     Neemia non si rivolge al Signore presentando le sue idee innovative che avrebbero risollevato le sorti del popolo! Non si basa neppure su ciò che ha sentito. Le mura sono in rovina, ma egli conosce le promesse di Dio e a queste si affida.
     Neemia sa che Dio ha promesso benedizioni per il popolo se fosse tornato a Lui (v. 9) e avesse osservato i suoi comandamenti.
     Neemia chiede successo, ma non per sé. Egli chiede al Signore il successo per compiere la sua opera; egli vuole essere utilizzato efficacemente da Dio per aiutare il suo popolo. Come vedremo, il Signore gli darà tale successo.
     Questo non è un invito alla passività, ma piuttosto un invito a conoscere la volontà di Dio per metterla in pratica, sapendo che, quando facciamo la sua volontà, Lui è fedele e mantiene le promesse. A dispetto di ciò che vediamo, della situazione in cui ci troviamo, possiamo essere certi che Dio manterrà le promesse fatte.
    
    
Un uomo che prega
    

    
Quanto tempo è passato dalla preghiera di Neemia alla risposta di Dio?
     Quattro mesi.
     Neemia ha pregato poi ha atteso. Non è facile attendere per quattro mesi.
     Egli non ha forzato i tempi, ma ha aspettato che il Signore gli desse l’occasione giusta per agire.
     Egli ha continuato a pregare continuamente per quattro mesi, quattro mesi che lo hanno preparato al momento in cui il Signore avrebbe dato il via all’operazione “Mura di Gerusalemme”!
     Così, quando l’occasione arrivò, Neemia non se la lasciò sfuggire.
     Neemia non ha potuto nascondere la sua tristezza ma, davanti al re, ha avuto paura perché questo stato d’animo poteva essere interpretato come un’insoddisfazione per il proprio servizio presso il re. Inoltre, quel re (Artaserse, Esdra 4:11-23) era quello che aveva già interrotto una volta la costruzione delle mura in un probabile tentativo precedente.
     Neemia ha paura ma prega. Ha fatto una preghiera? Sì, una preghiera istantanea. Probabilmente la preghiera di Neemia è stata di questo tipo: “Signore, è questa l’occasione che aspettavo?”. Neemia pregava da quattro mesi per questa occasione; c’era dunque un rapporto intimo tra lui e il Signore, al punto che gli bastò una preghiera molto veloce per avere la conferma nel suo cuore che quello era il momento di farsi avanti.
    
     Spesso pensiamo di dover utilizzare molte parole, oppure che le preghiere più significative siano quelle di circostanza (ad esempio quelle tipiche della domenica mattina). Non è così. Sono le preghiere che facciamo giorno dopo giorno. È il nostro rapporto intimo con il Signore che ci permette al momento opportuno di capire la risposta del Signore.
     Neemia sapeva pregare.
     E noi?Siamo uomini che pregano e che sanno discernere le risposte del Signore?
    
    
Un uomo che si prepara nell’attesa
    

    
Veniamo ad un punto dolente.
     Cosa fare mentre si attende la risposta di Dio?
     Dalla risposta che Neemia diede alla domanda del re apprendiamo che egli aveva le idee piuttosto chiare su come procedere. Neemia aveva fissato dei tempi, chiesto delle lettere di presentazione, delle lettere per ricevere legname.
     Come fece ad essere così dettagliato nelle sue richieste? Egli ha pregato, ha atteso, ma si è anche preparato per essere pronto nel momento in cui il Signore gli avesse dato l’occasione.
     C’è una preparazione nell’attesa.
     Neemia è pronto e fa delle richieste precise perché ha riflettuto a lungo su ciò che doveva fare.
    
     Spesso la nostra azione non è accompagnata da una giusta preparazione. Non possiamo fare affermazioni del tipo: “Studierò la Bibbia quando dovrò predicare”!
     Il tempo di preparazione deve precedere il momento in cui Dio ci chiamerà all’azione.
    
Pensate a Giovanni Battista, ripieno di Spirito Santo, ma usato dal Signore per pochi mesi. Che spreco, vero? No, non è uno spreco, perché quegli anni nel deserto sono serviti a Giovanni Battista per essere pronto, così come i quattro mesi di preghiera e attesa sono serviti a Neemia.
     Se vi trovate in un momento della vostra vita in cui non vi è chiaro ciò che il Signore vi chiamerà a fare, o state attendendo che i vostri doni vengano riconosciuti nella vostra assemblea, usate bene questo tempo.
     Pregate, attendete, preparatevi!
    
Quando Dio chiama, non c’è più tempo di prepararsi. L’unica cosa che a volte facciamo in tempo a preparare sono le valigie.
    
    
Un uomo che agisce con saggezza
    
    
Neemia si recò quindi a Gerusalemme.
     Quale fu la prima cosa che fece quando arrivò? Neemia non aveva parlato con nessuno di quello che Dio gli aveva messo in cuore di fare per Gerusalemme (v. 12) ma andò a vedere di persona le condizioni delle mura, per rendersi conto personalmente del lavoro che era necessario fare per ricostruirle.
     Neemia è saggio perché fa i conti prima di agire. Prima di parlare con gli altri, vuole essere sicuro della realizzabilità del suo progetto.
     A volte, la nostra bocca si muove troppo velocemente e non siamo poi in grado di mantenere fede a ciò che diciamo. Rischiamo quindi di fare progetti irrealizzabili. Gesù stesso insegnò che prima di cominciare un’impresa bisogna fare i conti (Lu 14:28-32).
     Neemia è una buona guida che sa fare progetti realizzabili. È realistico. Egli sa incoraggiare il popolo perché, essendosi accertato di persona, è sicuro del fatto che il lavoro sia realizzabile. Questa sicurezza si basa sulla fiducia che egli ha nel Signore. Neemia trasmette dunque questa sicurezza e questa fiducia nel Signore al popolo.
     Quando una buona guida del popolo si affida al Signore e ha le idee chiare su ciò che occorre fare, riesce a infondere coraggio anche agli altri. Di tali guide ha bisogno anche la Chiesa del ventunesimo secolo. Spesso, i fallimenti sono dovuti al fatto che non si è realistici. Si pensa che basti fare delle attività, porsi degli obiettivi. Poi, ci si accorge che gli obiettivi non sono realizzabili perché non vengono fatti dei piani seri, non viene usata la saggezza che il Signore può donare.
    
    
Un uomo che sa affrontare l’opposizione
    

    
Naturalmente, il messaggio di Neemia sortisce un effetto negativo sui nemici.
     I nemici reagiscono duramente come ai tempi di Zorobabele. Ma questa volta i lavori non si fermarono. Neemia non si fa intimorire come accadde ai suoi predecessori Joshua e Zorobabele.
     Neemia dà una risposta sicura che si basa sulla fiducia nel Signore:
     “Sarà il Dio stesso del cielo a darci buon successo. Noi suoi servi, ci metteremo a costruire, ma per voi non ci sarà né parte né diritto in Gerusalemme” (Ne 2:20.
     Neemia non si scoraggierà neppure quando sarà minacciato di morte. Egli sapeva che Dio avrebbe dato il successo, perché era convinto di quale fosse la volontà di Dio.
    
    
Conclusione
    
    
Cosa impariamo dall’esempio di Neemia?
     Anche oggi, la Chiesa ha bisogno di guide che preghino, che abbiano comunione con il Signore, che confessino il peccato, che non mettano una pietra sopra il passato, ma che siano pronti a confessare il proprio fallimento, per poi ripartire con rinnovato vigore e cominciare a ricostruire.
     La Chiesa ha bisogno di uomini che si attaccano alle promesse di Dio, che riconoscano di non essere nulla e di poter ottenere successo basandosi su ciò che disse Gesù: “Io edificherò la mia chiesa” (Mt 16:18).
     Questa è la promessa alla quale dobbiamo attaccarsi quando ci sono dei problemi, quando siamo scoraggiati.
     Le promesse del Signore non verranno mai meno.
     I problemi della Chiesa sono tanti, ma si può costruire ancora. C’è desolazione? Vediamo solo macerie? Le cose non sono destinate a rimanere cosí per sempre.
    
     Il Signore può risolvere ogni cosa e donarci la gioia di vedere la sua Chiesa edificata.

(6. continua)
    
    
Omar Stroppiana