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Nulla è cambiato nella storia degli uomini


TEMPO DI GUERRA, TEMPO DI PACE
     

     
Da sempre la storia dell’uomo si dibatte nell’alternanza fra la guerra e la pace, spesso addirittura i due momenti si sovrappongono, quando chi ricerca la pace continua, nello stesso tempo, a combattere per acquisire posizioni di maggior peso nel negoziato. Mentre la guerra è sempre stata guerra vera, la pace non lo è mai stata, perché ricercata solo per paura o per convenienza, ma comunque senza ravvedimento.
     
     
• “C’è un tempo per la guerra e un tempo per la pace” (Ec 3:8).
“Nel tempo in cui i re cominciano la guerra...” (1Cr 20:1).
“Quando sentirete parlare di guerre e di sommosse, non siate spaventati, perché bisogna che queste cose avvengano” (Lu 21:9).
     
     
Illudersi e ingannarsi da soli
     

      Leggendo e meditando il passo di Ecclesiaste 3:1-9 si rimane impressionati dal concetto di alternanza riguardante la vita degli uomini, singolarmente e collettivamente, espresso con una sintesi stringente e puntuale che lì per lì lascia allibiti per la veridicità delle affermazioni, verificabile per ogni età e per ogni epoca come per ogni singolo individuo; ma è altrettanto stupefacente il tono di disincanto, quasi di ovvietà con il quale il Sapiente si esprime: la sua disamina sembra una fotografia dello stato dell’umanità e dell’animo dell’uomo fatta con la macchina dell’esperienza e della sapienza racchiusa nella sua mente, una fotografia che lascia senza fiato;guardandola e riguardandola non si può dire altre che:“È proprio così... è proprio vero!”. Il lettore superficiale può incorrere nel rischio di interpretare le affermazioni dell’Ecclesiaste con la chiave dell’ovvietà e del fatalismo; giungendo così a conclusioni di normale banalità che si possono sintetizzare nell’apparente pensosa e sapienziale affermazione: “Se oggi va male domani andrà bene” che rimuove la realtà, ma può avvenire il contrario.
      Il positivismo fatalista è un’autoillusione, un placebo contro gli spaventi dell’anima, in buona sostanza un autoinganno!
     
     
Fra speranze e inquietudini
     

      Una lettura più attenta produce due sentimenti contrapposti:
      • da un lato una certa serenità, l’inevitabilità e l’ineluttabilità delle situazioni fa parte della condizione umana; ci se ne deve fare una ragione per convivere con le situazioni positive come negative dei tempi della vita;
      • dall’altro lato suscita una certa inquietudine l’ineluttabilità della indeterminatezza e instabilità della nostra vita, della salute, dei rapporti umani, della convivenza nella famiglia, nella società, fra i popoli e le nazioni.
      La precarietà e l’ansietà costituiscono lo status psicologico mentale dell’umanità che rifugge l’alternanza anelando alla stabilità nella pace. A questo proposito desidero proporre alcune osservazioni.
      L’Ecclesiaste afferma: “...c’è un tempo per la guerra e un tempo per la pace”, immediatamente se ne deduce che la pace è lo sbocco naturale della guerra; ma bisogna subito osservare che la guerra non è stata concepita e teorizzata durante la guerra, ma durante la pace che l’ha preceduta.
      È come dire che la guerra non è soltanto l’espressione della violenza fisica e delle armi, ma una necessità di conflitto imprescindibile connaturata nella mente (la Parola dice. “nella carne”) degli uomini, dei popoli e soprattutto di chi li governa.
     
     
Costruire la guerra in tempo di pace
     

      Infatti la Scrittura afferma: “... nel tempo in cui i re cominciano la guerra” (1Cr 20:1); questa affermazione, a noi uomini del terzo millennio, può sembrare paradossale quasi ironica, può persino farci sorridere: sarebbe come dire che a quei tempi (torniamo indietro di qualche millennio) “i re” programmavano il calendario scegliendo il periodo più adatto, secondo i loro parametri, per aggredire altri popoli, per annientarli e saccheggiarli. Sarebbe interessante conoscere e approfondire questo “tempo per la guerra” probabilmente legato non solo a necessità contingenti di sopravvivenza e di potere, ma anche a fattori esterni come il clima, le stagioni ecc...
      In ogni caso balza evidente che la pianificazione veniva fatta dai governanti in tempo di pace. Non è necessaria molta fantasia e neppure cattiveria o ironia per capire che da quei re hanno preso le mosse, poi, tutti i governanti di ogni epoca e tempo, compreso il nostro.
      Non credo sia il caso di dire, come afferma qualcuno, che in questo modo si verifica la “biblicità” dei governanti, traendone come conseguenza la legittimità delle loro decisioni; non è in questa maniera che si deve produrre l’attualizzazione della Bibbia nell’Antico Testamento.
      Si deve piuttosto osservare che la Bibbia fotografa e trasmette fedelmente delle situazioni e dei disegni degli uomini, dandone poi un giudizio di merito che va ricercato e trovato nelle parole dei profeti e deiSalmi.
     
     
Dalla guerra alla “guerra infinita”
     

      Per quanto ci riguarda, quindi, “nulla di nuovo sotto il sole”; anche ai tempi nostri come allora ad un certo momento si apre la stagione per rimpinguare le casse statali, presidenziali, padronali ecc... I poveretti... a farsi ammazzare!
      Non possiamo neppure affermare con leggerezza che “il tempo andato era migliore”, se consideriamo gli sfracelli avvenuti nel XX secolo che ci ha lasciato come eredità due guerre mondiali con milioni di morti e quell’infame genocidio del popolo ebraico culminato nell’Olocausto perpetrato da Hitler nel silenzio colpevole di molti potentati.
      Constatiamo piuttosto che l’ansia per la pace è purtroppo accompagnata da un forte desiderio di rimozione che tende a rileggere la storia minimizzandone la drammaticità, giungendo a negarne la veridicità. In questo modo si pongono le premesse, in “tempo di pace”, per guerre e guerriglie, non solo ideologiche, per il futuro.
      Ma poiché, come recita un vecchio adagio, “non c’è limite al peggio”, oggi si parla di “Guerra infinita”, vale a dire di uno stato permanente di conflitto e purtroppo non se ne parla soltanto, è sotto i nostri occhi: il terrorismo soprattutto islamico, ma non solo quello, offre l'occasione per far sì che il ”tempo della guerra” sia indefinito. Si profila un futuro radioso e ricco di benessere per l’industria delle armi! L’arricchimento sulla sofferenza e la morte del prossimo!
     
     
Combattere in nome di Dio? Sì, del dio Mammona!
     

      Il terrorismo offre altre opportunità ed è ormai accertato e consolidato che gli ideologi del terrorismo non mirano all’ottenimento della pace, ma alla distruzione dell’avversario, ovviamente in nome di principi di giustizia ed anche in nome di Dio. “Allah è grande!” gridano i kamikaze, poi si fanno scoppiare con lo scopo di uccidere il maggior numero possibile di persone.
      L’assassinio in nome di Dio non è una novità, anche il cristianesimo medievale lo ha praticato fra i cristiani dissenzienti verso l’autorità ecclesiastica romana; non lo ha fatto con i kamikaze ma utilizzando il cosidetto “braccio secolare”.
      Oggi il mondo islamico ripercorre lo stesso cammino di ricerca egemonica e non bada a spese: ha cominciato e persevera, utilizzando strumentalmente i Palestinesi, con la guerra contro Israele nel tentativo di annientarlo brutalmente: ha continuato con gli attentanti contro il Satana Occidentale soprattutto americano (Torri gemelle ecc...) ed ora culmina nel crudele sterminio fratricida tra sunniti e sciiti in Iraq che rivela e mette in chiaro le sua finalità vere: potere ed egemonia sul mondo intero, ma soprattutto potere teocratico intollerante ed omicida.
     
Le nazioni “cristiane” più evolute democraticamente e gelose dei traguardi, dei successi e del benessere raggiunti (però a quali costi!), per difendere il loro status considerato un diritto indiscutibile (mentre invece lo è), cadono anch’esse nella tentazione di utilizzare Dio a copertura di azioni guerriere che inevitabilmente seminano lutti e distruzione.
      Peraltro la ricostruzione è un “business” e così via: guerra e pace, pace e guerra all’infinito! È tutto un affare dove Dio non è quello di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e di Gesù Cristo, ma piuttosto Mammona: il denaro e il potere, “il principe di questo mondo”. Si realizzano le parole profetiche di Gesù: “...uccideranno cedendo di compiere un servizio per Dio. Faranno questo perché non hanno conosciuto né il Padre né me...” (Gv 16:2-3).
      Il messaggio è chiaro: chiunque uccide in nome di Dio strumentalizza ciò che non conosce; di fatto si sostituisce a Dio come giudice, ignorando volontariamente che Dio, nella Legge data agli uomini, ha detto chiaramente. “Non uccidere!”.
     
     
Un pacifismo dannoso al concetto di “pace”
     

      In contrapposizione a tutto ciò nasce “l’ideologia del pacifismo” che, guarda caso, fa “guerra” politicamente ai governanti guerrafondai. Ciò costituisce conferma che lo spirito guerriero domina l’uomo non solo in tempo di guerra ma anche in tempo di “pace”.
      Il pacifismo miete proseliti un po’ ovunque, le bandiere arcobaleno della pace sventolano sui balconi, una sorta di autocompiacimento perbenista di evidenzia perfino nei tratti somatici dei pacifisti convinti; i fervorini papali alimentano queste ansie che, purtroppo, quando sono frustrate, si trasformano in rabbia perniciosa e, francamente, poco pacifica.
      Il papato è diventato l’alfiere internazionale del “pacifismo”. L’attuale papa, e la curia vaticana con lui, si offrono e si profondono in uno sforzo di mediazione continua.
      Alle spalle della curia e del papa non c’è più un esercito armato, come avveniva ai tempi del Regno Pontificio, ma una massa enorme di consenso alla figura “carismatica” di Carol Wojtyla unito ad un enorme potere economico disseminato in tutto il globo. Tutto questo ha un peso, ma non sufficiente per convincere i potenti e i fanatici a smetterla di scannarsi a vicenda.
      In buona sostanza il papa cerca di parlare in nome di Dio, pretendendo di esserne il migliore interprete ed il messaggero autentico, ma la realtà del papato e del potere vaticano collusi con il potere mondano anche del denaro, finisce con lo svilire il messaggio di pace; infatti i potenti dietro le ossequiose e garbate reverenze se ne infischiano allegramente!
      Il richiamo al ravvedimento e alla fede dev’essere proposto da posizioni di servizio autentico e non da posizioni di potere coercitivo sulle coscienze e di straripanti pacchetti azionari!
     
Anche questo è un inganno che produce disillusione, amarezza e, sovente, perdita di quel minimo di fede e di speranza accesa nell’animo di molti.
      Anche questo è un modo per parlare di pace senza conoscere e far conoscere l’autenticità della pace diCristo che il mondo (politico e religioso) non può dare (Gv 14:27)! Una pace che è frutto del ravvedimento della fede e della sequela di Gesù!
     
E nient’altro!
     
     
L’uomo: incapace di costruire la pace!
     

      Gli sforzi prodotti dai “potenti” per la pace si moltiplicano ovunque attraverso la stipula di trattati che, in certi casi, durano l’arco di una notte; si veda il caso di Israele ormai costretto ad innalzare un muro per difendersi dal terrorismo suicida ed omicida.
      In ultima analisi non possiamo sfuggire la Parola di Gesù trasmessaci da Luca: udremo anche noi, ancora per il nostro futuro, parlare di guerre e di sommosse.
      Siamo stati avvisati! Perché, dunque, stupirci o peggio spaventarci?
      Bisogna prendere atto che queste cose avvengono. L’indicazione implicita di Gesù è duplice:
      • la prima consiste nella necessità di prendere atto che senza Dio l’uomo non è capace di governarsi e tantomeno creare rapporti stabili e armoniosi col suo prossimo;
      • la seconda per farci capire che la stagione delle guerre è il risultato naturale di qualsiasi sforzo umano.
     
      Questo costituisce il percorso che anticipa il suo ritorno. L’unico percorso in grado di condurre gli uomini a vivere fra di loro come fratelli e non come nemici.
      In questi tempi di guerra e di pace, sia la nostra fiducia posta solo nel Signore e la nostra preghiera sia sempre: “Vieni, Signore Gesù!”.

Gianpirro Venturini