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“non ho nessuno”




    EDITORIALE

      Lo scorso anno durante la stagione estiva, in Italia e in tutta Europa, decine e decine di persone anziane se ne andarono a causa di complicazioni provocate dal clima eccessivamente umido e caldo. Ma gran parte di queste persone avrebbero potuto essere salvate se soccorse tempestivamente, se avessero cioè avuto qualcuno accanto a loro pronto ad affidarle alle cure di un medico. In particolare fece scalpore la notizia delle decine di anziani trovati morti nelle loro abitazioni a Parigi. Alcuni milioni di abitanti, ma nessuno attento ai tanti drammi umani che si stavano consumando accanto a loro. Proviamo per un momento a pensare agli ultimi momenti di vita di queste persone: sole, disperate, senza nessuno disponibile a prestare attenzione ai loro bisogni e ad aiutarle, ma sentendo sotto le loro finestre centinaia di persone transitare ogni giorno... indifferenti.
      Giovanni racconta nel suo vangelo (5:1-9) che, durante una festa dei Giudei (probabilmente la Pasqua), mentre centinaia di pellegrini affluivano a Gerusalemme per partecipare alle solenni celebrazioni religiose, un pover’uomo. costretto da 38 anni all’immobilità. stava accanto alla vasca di Betesda, presso la Porta delle Pecore (cioè presso uno dei luoghi di accesso alla città più transitati), in attesa di ricevere il miracolo della guarigione. Ma, disse a Gesù che con compassione ed amore gli si era avvicinato, “non ho nessuno che mi metta nella vasca”, cioè: “Non ho nessuno che mi dia una mano, nessuno che sia disponibile ad aiutarmi”. Le sue parole fanno trasparire che alla sofferenza per una condizione fisica indubbiamente problematica, si aggiungeva un’altra sofferenza, certamente diversa ma forse addirittura peggiore: la sofferenza per l’indifferenza della gente, per la solitudine alla quale era stato abbandonato. E sicuramente non c’è peggior solitudine di quella vissuta stando fra la gente: essere in mezzo agli altri e nessuno che si interessi di te, che presti attenzione ai tuoi bisogni, che ti venga incontro! Il paralitico di Betesda, nonostante tutto, non si era lasciato andare, era ancora là accanto alla vasca in attesa che qualcosa succedesse. Ma quante persone invece non hanno saputo attendere ed hanno preferito andarsene oppure hanno cercato rifugio, come nel caso drammatico del ciclista Pantani, in “compagnie” artificiali che in realtà finisco con l’annientare la speranza e con il distruggere la vita!
      Gesù ci rivela di avere uno strano modo di partecipare alla festa: non è in mezzo alla folla vociante che ha gli occhi rivolti solo alla necessità di assolvere gli obblighi religiosi prescritti. Gesù deve assolvere un obbligo di Amore e i suoi occhi si rivolgono perciò verso “il gran numero di infermi, di ciechi, di zoppi, di paralitici” che affollavano i portici della piscina ed lì, in quel luogo di sofferenza, che Egli va a celebrare la festa, la sua festa!
      Noi dobbiamo imparare a guardare le persone intorno a noi con gli occhi di Gesù, perché, dal momento in cui abbiamo creduto, “noi abbiamo la mente di Cristo” (1Co 2:16). Di conseguenza dobbiamo essere disponibili ad avvicinarsi a chi non ha nessuno; dobbiamo chiedere al Signore di donarci la capacità di discernere chi, pur “vivendo” in mezzo alla gente, è in realtà solo e disperato; dobbiamo ricordare che siamo chiamati a donare speranza a chi pensa di averla perduta! Nel nostro cammino con Cristo le strade della festa non passano attraverso la folla religiosa e osannante, ma attraverso la gioia di amare e soccorrere chi “non ha nessuno”.

Paolo Moretti