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rughe da mostrare




    EDITORIALE

      Nei giorni spensierati della mia infanzia, nei brevi periodi che trascorrevo fuori casa durante l’estate venivo spesso ospitato in campagna, a pochi chilometri da casa, da una cara amica della mamma. Suo marito era guardiacaccia di una vasta tenuta i cui nobili proprietari trascorrevano anche loro lì parte delle loro vacanze, nella loro villa, per sfuggire alla calura della città. Fu in una di queste estati che conobbi la “contessa”: un’intensa quanto fugace amicizia col suo figlio maggiore (oggi affermato giornalista) mi portò a frequentare la villa e ad incontrarla spesso. L’ho rivista qualche anno fa, quando l’amica della mamma è morta. Il suo volto, che ricordavo giovane e piuttosto piacente, era, in modo quasi impressionante, solcato di rughe. Ho fatto fatica a riconoscerla, ma poi l’ho salutata con la gioia dei ricordi infantili ed anche lei mi ha salutato con affetto. Ho ripensato spesso a lei come all’esempio (oggi raro!) di una persona che mostrava di saper convivere con le sue rughe, di saper accettare la sua vecchiaia: certamente non le mancavano le risorse economiche per farsi “stirare” il volto, per fare quello che persone anche meno agiate di lei fanno perché incapaci di accettare serenamente il normale logoramento del loro corpo e perché vittime della moda che dà maggior valore all’apparire a discapito dell’essere.
     La contraddizione, in prospettiva più grave e preoccupante oggi presente nella società occidentale, è proprio questa: le persone vecchie saranno percentualmente sempre più numerose, ma saranno in gran parte persone preoccupate soprattutto di mascherare la loro vecchiaia e di apparire il meno vecchie possibili per il timore di essere isolate, emarginate, dimenticate, escluse. In questo modo quella che potenzialmente potrebbe essere una grande ricchezza rischia di trasformarsi nella più grave delle perdite. Infatti “la saggezza” che “si trova nei vecchi” e “l’intelligenza” che viene data dalla “lunghezza di giorni” (Gb 12:12) andranno inesorabilmente perdute: sia per colpa dei vecchi stessi che, rifiutando la realtà della vecchiaia, mostreranno di essere assai poco “saggi” ed “intelligenti” sia per colpa dei giovani che, nella loro presunzione talvolta arrogante, non riterranno utile ricorrere alla loro “saggezza” ed alla loro “intelligenza”, anzi considereranno la loro presenza fastidiosa e ingombrante. Come popolo di Dio sarà bene ricordarci che il nostro timore di Dio e il nostro riconoscimento della sua signoria sulla nostra vita passano anche attraverso il nostro corretto rapporto con le persone anziane: “Alzati davanti al capo canuto, onora la persona del vecchio e temi il tuo Dio. Io sono il Signore” (Le 19:32). Ma il rispetto e l’onore non sono semplicemente e soltanto degli atti dovuti così come indicato in questo importante comandamento della Legge, ma devono essere anche atti provocati. Infatti quando i padri, con il loro insegnamento e con il loro comportamento, avranno davvero trasmesso valori autentici e duraturi alle generazioni future non venendo meno al loro compito di formatori e di educatori, da vecchi saranno spontaneamente rispettati ed onorati. La loro voce sarà ricercata ed ascoltata e le loro esperienze, compresi i loro errori e le loro cadute, costituiranno un bagaglio prezioso da immagazzinare e di cui far tesoro. In questo contesto un capo canuto e un volto pieno di rughe non saranno più segni di debolezza, di cui aver vergogna e da nascondere, ma saranno segni da mostrare con dignità... segni della “saggezza” e della “intelligenza” di cui i figli e i nipoti hanno bisogno.

Paolo Moretti