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Dal Nuovo Testamento


1a CORINZI: UNA LETTERA
PER I NOSTRI TEMPI
Nono studio: Professione e santificazione
     
     
Nel quinto capitolo della lettera l’apostolo affronta il drammatico problema della tolleranza del peccato all’interno della chiesa locale, provocata dall’indolenza ma anche da un’errata comprensione della “spiritualità” nella vita cristiana. Il richiamo alla vocazione a santità che ogni credente ha ricevuto da Cristo è di conseguenza forte e chiaro.
     
     
Introduzione

Con questo capitolo ha inizio una nuova sezione della lettera, in cui Paolo considera alcuni casi di disordine nella chiesa di Corinto. Prima di rispondere a una serie di domande poste dai corinzi (7:1), Paolo considera alcuni comportamenti assolutamente incompatibili con il Vangelo della grazia (5:1; 6:1).
      L’interpretazione di questi capitoli è resa ardua dalla scarsità di dettagli. L’autore di una lettera approfondisce un discorso già avviato, dando per scontata la conoscenza delle situazioni o delle questioni che chi scrive e chi legge possiedono in comune. 1Corinzi non fa eccezione. Ciò nonostante, le informazioni fornite sono sufficienti per permettere di trarre dall’istruzione di Paolo dei principi validi per la Chiesa di ogni tempo e luogo.
      C’è un nesso logico fra la tematica sviluppata nella prima sezione della lettera e il caso di incesto (cap. 5) e quello dei processi pubblici in cui sia l’accusatore sia l’accusato sono membri della chiesa (cap. 6). Infatti, il quarto capitolo si chiude con un forte ammonimento. Possiamo riassumerlo come segue:
      “Sono importanti i fatti, non le parole! Vedete dove porta il vostro orgoglio! Il regno di Dio consiste in potenza, non in discorsi di presunta sapienza umana, quindi si manifesta in vite trasformate dal Vangelo, specialmente sul piano etico” (4:17, 20).
      I due problemi specifici affrontati nei capitoli 5 e 6 offrono a Paolo l’occasione di insistere sulle implicazioni etiche del regno di Dio in generale (5:10-12; 6:19-20). Ne consegue che le valutazioni dell’apostolo costituiscono dei modelli con cui confrontarci quando siamo chiamati a definire le conseguenze etiche del Vangelo.
     
     
La natura e lo scopo della scomunica (vv. 1-5)
     

      Dai vv. 1 e 2 si comprende che il problema affrontato nel capitolo 5 non è tanto l’incesto in sé quanto il fatto che la chiesa di Corinto accettava, o peggio considerava normale, che alcuni dei suoi membri praticassero la fornicazione (cfr. 6:12-20) al punto di potersi vantare che un membro viveva un rapporto incestuoso. Nella sua risposta Paolo mette subito in chiaro che è già da considerare gravissimo che un sedicente seguace di Gesù pratichi una delle forme peggiori d’immoralità, che non è contemplata neanche nella società pagana! Però era molto più grave l’approvazione di questo stato di cose da parte della chiesa.
      Si ha l’impressione, leggendo questi capitoli, che l’orgoglio dei Corinzi (5:2) si basasse su una distorsione della grazia secondo cui una volta salvati per grazia si abbia la libertà di vivere come pare e piace. Una distorsione così radicale del Vangelo doveva avere origine in un modo di pensare già consolidato, ossia nel dualismo filosofico greco, che riteneva il mondo materiale di scarso valore ed escluso dalle prospettive future della persona illuminata.
      Invece, la dottrina biblica della rigenerazione implica una vocazione alla santità in tutte le dimensioni della vita, così come il giorno segue la notte. Chi disconosce questo fatto per qualunque motivo, fosse anche in buona fede, va corretto, in quanto il tentativo di scindere fra la fede e la vita pratica del sedicente credente contraddice l’essenza stessa del Vangelo.
      Paolo scrive che Gesù Cristo “ha dato sé stesso per i nostri peccati, per sottrarci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre” (Ga 1:4).
      Secondo Pietro, Gesù Cristo “ci ha chiamati con la propria gloria e virtù… perché… [diventassimo] partecipi della natura divina dopo essere sfuggiti alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza” (2P 1:3-4).
      Quindi approvare il peccato significa sovvertire il Vangelo. Occorre, afferma Paolo, muoversi subito con una sanzione disciplinare nei confronti di chi vive un rapporto incestuoso con la matrigna. L’azione che l’apostolo prevede è duplice: cordoglio da parte della chiesa e la scomunica per “colui che ha commesso quell’azione” (v. 2). Evidentemente la donna in questione non era un membro della chiesa, in quanto altrimenti sarebbe stata richiesta una sanzione disciplinare anche nei suoi confronti.
      Nelle parole dei vv. 3 a 5 Paolo, padre spirituale dei Corinzi (4:15), si contrappone con forza ai fautori della compiacenza verso il peccato. Esemplificando la sua intenzione di venire a loro “con una verga” se le cose non fossero cambiate (4:21), prende posizione come se fosse già presente. Sa di avere “l’autorità del Signore nostro Gesù” in quello che ha deciso: cioè di consegnare il colpevole “a Satana, per la rovina della carne, affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù”.
      Il riferimento all’“autorità del Signore nostro Gesù” sembra essere un’allusione all’insegnamento di Gesù riguardo al perdono e al bisogno di amministrare sanzioni disciplinari nei confronti di coloro che non si lasciano correggere (Paolo aveva già scritto loro una lettera al riguardo, vv. 9-11; cfr. Mt 18:15-20). Paolo sa che Cristo è il Capo della Chiesa e che non ammette comportamenti nella sua Chiesa che sono contrari al messaggio che promette liberazione dal peccato e dalla morte.
      L’espressione consegnare a Satana per la rovina della carne (cfr. 1Ti 5:20) è un sinonimo di “scomunica”. Le parole “la rovina della carne” non implicano necessariamente la morte fisica, ma piuttosto che la persona soffrirà inevitabilmente in quanto consegnato nel territorio in cui Satana (detto pure “il dio di questo mondo” 2Co 4:4), è libero di agire. Il danno subito sarà in gran parte la conseguenza di essere privati della protezione e dell’aiuto fornito dai doni che Cristo elargisce per l’edificazione della Chiesa (1Co 12:7.11). 1Corinzi 7 ci aiuta a comprendere quanto sia estesa l’influenza di Satana. Infatti chi sente l’esigenza di una vita sessuale attiva e non segue la strada prevista dal Creatore - il matrimonio - rischia di essere tentato da Satana “a motivo della vostra incontinenza” (7:5). Quindi l’essere consegnati a Satana, significa soprattutto essere privi del sostegno della Chiesa.
      Lo scopo della scomunica, ovvero la rimozione dalla sfera di comunione con i figli di Dio, non è la distruzione della persona, bensì il suo recupero.
      Paolo lo descrive in questi termini: “affinché lo spirito sia salvo nel giorno del Signore Gesù” (v. 5). Le parole usate suggeriscono che Paolo nutra qualche dubbio riguardo alla fondatezza della professione di fede dell’uomo per cui comanda la scomunica. In ogni modo spera che il suo allontanamento dalla sfera della comunione fraterna favorisca una presa di coscienza della gravità del suo agire e quindi conduca ad un sincero ravvedimento.
     
     
L’analogia dalla Pasqua e della festa dei pani azzimi (vv. 6-8)
     

      Per rafforzare il suo insegnamento sull’inopportunità di vantarsi della “libertà” di accomodare un rapporto incestuoso nella comunione della chiesa, e quindi del bisogno di scomunicare l’uomo che vive questo rapporto peccaminoso, Paolo fa ricorso a un’analogia biblica che ha dei forti punti di contatto con l’esperienza dei Corinzi. Infatti la Pasqua era la festa più significativa istituita da Dio per il popolo d’Israele, a motivo delle sue associazioni con l’Esodo. Il punto che Paolo sottolinea qui è che tale celebrazione richiedeva che gli Israeliti togliessero ogni traccia di lievito dalle loro case e che, dopo la Pasqua, mangiassero pane azzimo per sette giorni (Es 12:15). Gesù è l’Agnello pasquale del nuovo patto, avendo sparso il suo sangue, una volta per sempre, per liberare l’uomo dal peccato (cfr. Lu 22:14-16, 20; Mt 26:27-28). Come nel caso della Pasqua ebraica, così per chi ha beneficiato, per fede, del sacrificio di Cristo, deve far seguito al sacrificio della Pasqua una vita senza “lievito”. Il lievito viene usato qui come simbolo di peccato, quindi del bisogno di vivere una vita di santità. Al tempo stesso, il simbolo del lievito mette in guardia i Corinzi dalle conseguenze di una decisione di tollerare comportamenti peccaminosi, come quello incestuoso. Come il lievito permea tutta la pasta, così il peccato guasta “il tempio di Dio”, ossia la chiesa (v. 6; cfr. 3:16-17). Ecco perché è necessario togliere di mezzo “il malvagio” (vv. 5, 13).
      Il v. 8 merita un’attenzione particolare, in quanto descrive ciò che Paolo propone: “Celebriamo dunque la festa, non con vecchio lievito, né con lievito di malizia e di malvagità, ma con gli azzimi della sincerità e della verità”. Facendo un uso analogico della festa dei pani, Paolo descrive come bisogna vivere la vita cristiana, che trova la sua origine in Cristo, “la nostra pasqua”.
      La volontà di Dio per il popolo del nuovo patto non comprende nulla di peccaminoso. Questo viene ribadito nel capitolo 11 dove apprendiamo che alcune persone che avevano partecipato alla Cena del Signore con leggerezza, erano, a motivo di ciò, morte (11:27-31). Per indicare il contrasto fra la malizia e la malvagità (categorie che comprendono ogni tipo di peccato volontario), Paolo usa un forte avversativo (it. “ma”, gr. alla).
      Al posto di praticare e di approvare comportamenti peccaminosi, bisogna ispirarsi alla verità del Vangelo e vivere una vita sincera, interamente condizionata dalla volontà e dai valori che caratterizzano la vita di Cristo, “la nostra pasqua”. Per inciso val la pena di ricordare che probabilmente Paolo ha scritto questa lettera nel periodo della Pasqua, la cui celebrazione del resto non è obbligatoria per coloro che fanno parte del nuovo patto. Lo si capisce dal fatto che più avanti nella lettera egli afferma che sarebbe rimasto ad Efeso fino alla Pentecoste (16:8; cfr. Ro 14:5-6).
     
     
Correggendo un malinteso (vv. 9-13)
     

      Il modo di intendere una cosa è fortemente influenzato dai fattori che determinano come reagiamo a ciò che vediamo o sentiamo. Per esempio, visitando Atene, Paolo aveva visto l’idolatria ma un qualsiasi altro visitatore, che non avesse avuto conoscenza dell’insegnamento dell’Antico Testamento contro l’idolatria, avrebbe visto la bellezza dell’architettura senza soffermarsi sull’aspetto idolatra (At 17:22-23). In modo analogo, chi è convinto di essere un buon “cristiano”, se sente predicare il Vangelo potrebbe non prenderlo a cuore. Paolo aveva già scritto una lettera ai Corinzi in cui aveva parlato del bisogno di separarsi dai fornicatori, avari, ladri e idolatri. Senonché i Corinzi erano condizionati da un modo dualistico di considerare la realtà. Secondo questo modo di pensare, per chi diventa “spirituale” gli aspetti materiali della vita non hanno più molta importanza. Quindi, leggendo la lettera di Paolo, si può capire che i Corinzi avevano pensato subito sì ai fornicatori, agli avari, ai ladri e agli idolatri, ma a quelli che vivevano ancora nel mondo e che non avevano ancora sperimentato l’opera rigeneratrice dello Spirito Santo! ICorinzi pensavano che chi ha superato la dimensione fisica dell’esistenza, diventando “spirituale”, non era più da classificare come “fornicatore” anche se, di fatto, viveva come tale!
      L’apostolo chiarisce in questi versetti ciò che aveva inteso comunicare nella sua lettera precedente. Nel farlo fornisce un principio molto importante per il mantenimento della disciplina nella Chiesa. Le parole chiave del suo chiarimento sono: “chiamandosi fratello”. Quest’aggiunta toglie ogni equivoco riguardo ai destinatari dell’ammonimento: “quel che vi ho scritto è di non mischiarvi con chi, chiamandosi fratello, sia un fornicatore, un avaro, un idolatra, un oltraggiatore, un ubriacone o un rapace”.
     
La norma di comportamento etico richiesto a chi professa di essere appartato a Dio, per mezzo della fede in Cristo, si distingue nettamente da quello del mondo. Non possiamo pretenderla dal mondo che non conosce Dio e che non ha sperimentato la trasformazione che lo Spirito Santo opera in modo progressivo nella vita dei “santificati”.
      Le parole usate da Paolo al v. 13: “Togliete il malvagio di mezzo a voi stessi” rievoca un’espressione usata più volte nel libro di Deuteronomio che indicava il bisogno di togliere di mezzo del popolo d’Israele un falso profeta e gli adulteri (De 13:5; 22:22; cfr. 23:17-18). Ecco la logica di questi provvedimenti: “Dio cammina in mezzo al tuo accampamento per proteggerti e sconfiggere i tuoi nemici davanti a te; perciò il tuo accampamento dovrà essere santo, affinché egli non veda in mezzo a te nulla d’indecente e non si ritiri da te…poiché sono [cose] abominevoli per il Signore tuo Dio” (23:14,18).
      Nel caso di uno che professa di essere giustificato e santificato in Cristo ma che trascura il cammino della santificazione, egli va ripreso. Se non confessa il suo peccato e non l’abbandona, bisogna che venga “consegnato in man di Satana” affinché impari a non contraddire con i fatti lo scopo della salvezza che Cristo ha compiuto sulla croce.
     
     
Per la riflessione personale e lo studio di gruppo
     

      1. Perché una parte della Cristianità oggi mostra compiacenza nei confronti di comportamenti peccaminosi, come l’avarizia e l’adulterio?
      2. Che cosa implica la professione di essere un fratello o una sorella “in Cristo” in termini di santificazione?
      3. In che modo la chiesa deve comportarsi verso chi, pur avendo fatto una professione di fede, continua a comportarsi in modo peccaminoso?

(9. continua)
     
      Rinaldo Diprose