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Come nacque la prima assemblea di Milano?


DA ORCHARD STREET
A VIA FERRANTE APORTI (II)
    

Sono stati diversi, nel corso degli anni, gli uomini usati da Dio per la diffusione dell'Evangelo a Milano e in Lombardia e per il consolidamento e la crescita della chiesa. Ricordare il loro servizio equivale a ricordare i segni della grazia di Dio, che ha acceso il candelabro e che continua ancora oggi a mantenere viva la sua fiamma.
    
    
Il servizio a Milano di Giuseppe Mensi
    
    
Dopo il 1870 il corpo principale della chiesa seguì il Lagomarsino ed il Rossi ed il gruppo riassunse le dimensioni dei suoi primi anni di vita, finché, nel 1875, non fu raccolto dal Mensi.
     Convertitosi ad Alessandria nel 1858, Giuseppe Mensi fu prolifico articolista per “Il Cristiano”, di cui curò l'edizione nel correre dell'anno 1894. Egli si sarebbe dedicato alla testimonianza milanese per l'ultimo quarto del secolo, per poi consegnarla, a sua volta, ad operai fedeli.
     Con la sua opera il Mensi non riuscì a riportare quel risveglio che aveva caratterizzato il primo decennio di vita dell'assemblea, tuttavia diede un chiaro indirizzo ad essa, ponendo le vere e solide fondamenta bibliche e dottrinali su cui si fonderà la testimonianza del secolo XX.
    
Nonostante nel 1877 il Guicciardini dovesse lamentare persino la mancanza di un locale di riunioni per l'assemblea ora condotta dal Mensi, che sovente non poteva servirsi di altro che “una stanza molto piccola e povera”, in una comunicazione dell'anno precedente, egli poteva però rendere testimonianza a J.L. Maclean e H. Dyer di Bath di un progresso nell'opera:
     “La chiesa continua a camminare fedelmente, ma in mezzo a tante sofferenze. Là, come a Firenze, Roma ecc., vi sono molte sette, e per questa ragione l'opera è portata avanti con molta difficoltà. I Cattolici romani ci disprezzano perché non c'è unità fra di noi. Cosa bisogna fare? Tuttavia, giunge ancora qualche consolazione a rallegrare i cuori di quei credenti. Un operaio tornato di recente dall'America ha conosciuto il Signore fra quei credenti di Milano e fu aggiunto alla chiesa e un altro ancora poco tempo fa. Mentre mi trovavo là, abbiamo cominciato a parlare della fedele testimonianza che ci sta a cuore di rendere e allora un fratello mi ha raccontato di come avesse sovente avuto l'opportunità di parlare del Signore a un operaio, che ascoltava attentamente, ma mai replicava, né mai aveva la possibilità di venire alle riunioni, lavorando per l'impresa del gas. Qualche tempo fa, si ammalò gravemente e fu portato all'ospedale. Egli chiamò quel fratello per udire da lui la parola della grazia e fu da lui consolato. Quando fu prossimo alla morte e aveva perduto la capacità di esprimersi, un sacerdote gli si avvicinò con un crocifisso di ottone, che egli pose sulle sue labbra affinché potesse baciarlo. L'uomo morente, incapace di proferir parola, gentilmente spinse via il crocifisso con la mano e indicò col dito in alto, come per dire, il vero Salvatore è in cielo; egli poi guardò in alto e spirò” (“Per me vivere è Cristo” di D.D. Ronco, Fondi 1986; pag. 112).
     L'anno successivo, il 1878, il Mensi, nella “Tredicesima lettera annuale riguardo all'opera del Signore in Italia” poteva annunciare ai fratelli di Bath nuove conversioni. Una donna convertitasi a Cristo aveva poi condotto alla fede altre tre persone, tre donne cattoliche di cui una era uscita da un seminario per suore e un'altra aveva testimoniato, a sua volta, alla madre, portando anch'ella alla fede.
     Nel 1883, nella “Diciottesima lettera annuale sull'opera in Italia”, compariva un nuovo resoconto del Mensi, in cui egli poteva annunciare altre due nuove conversioni, una donna tedesca che “sebbene protestante di nascita, era certamente un infedele”, ma che “ora dice di essere una sorella nel Signore ed è pronta a renderne pubblica testimonianza”, e un sacerdote cattolico, “educato, franco e sincero, ma un razionalista” il quale aveva “chiesto di essere accolto in comunione”.
    
Era nuovamente nella miseria e nella debolezza che si riproponeva il paradosso evangelico:
     “La mia forza è resa perfetta nella debolezza”.
    
    
Lo sviluppo dell'opera in altre zone della Lombardia

    
Nel frattempo le chiese nel pavese si moltiplicavano maggiormente: sorsero le comunità di Broni ne1 1871, Barbianello, Piave, Canneto e Rovescola nel 1874, Scozzolino nel 1875, Bressana Bottarone ne1 1878, e in quello stesso anno anche Fontanasanta e Cardazzo.
     Nel resto della Lombardia, uomini e donne si incontravano per “rompere il pane” a Milano, Lodi, Mantova, Monza, Corno e Brescia. Sono dati che sorprendono, sebbene sia pur necessario considerare che alcuni di questi gruppi avrebbero avuto un breve corso.
     Le testimonianze lombarde più forti in questi anni erano sicuramente quelle di Stradella, Voghera e Milano, curate rispettivamente dal Sartirana, dal Moiso e dal Mensi. Con la loro opera essi posero fondamenta che non sarebbero state scosse dal tempo.
     Erano questi tra i pionieri del nord Italia, che con il Rossetti e il Guicciardini, si votarono alla pacifica conquista dei cuori a Cristo, nella piena convinzione che solamente per la fede sincera nel Figlio di Dio, l'uomo poteva scampare all'ira dell'Eterno degli eserciti. L'unica arma in possesso di questi evangelisti era la loro Diodati. Essa era arma di difesa contro le false dottrine, ma anche arma di offesa, capace di penetrare fino alle giunture dell'anima di ogni uomo, del non credente come del credente: di questo, per rafforzare la sua comunione con Dio, di quello a salvezza. Ne rendeva testimonianza il Guicciardini nella sua corrispondenza con Bath del 1867, parlando della fede di alcuni credenti di Milano i quali:
     “Recentemente servirono sotto Garibaldi. Giunta la domenica, gli fu ordinato di unirsi agli altri soldati nel prendere parte alla messa. Essi rifiutarono dichiarando di non essere cattolici. Il colonnello disse: «Se mi mostrate dei documenti per provare questo, io vi esenterò». Essi produssero i loro Nuovi Testamenti quale unico documento relativo alla loro fede che essi potessero presentare; ma il colonnello disse che non bastava. Molti Nuovi Testamenti furono distribuiti gratis dalla Società Biblica, ma parve al colonnello come uno stratagemma per evitare di partecipare alla messa. Comunque, essi scrissero ai loro anziani a Milano, che gli mandarono dei certificati firmati ed essi ottennero il permesso di adorare Dio secondo la propria coscienza. Essi si ritirarono su di un colle vicino, si scoprirono il capo, si unirono in preghiera, cantarono un inno, lessero un capitolo, ruppero il pane nel loro semplice modo e ringraziarono Dio. Il colonnello e il cappellano andarono ad assistere al loro semplice culto e rimasero rispettosamente in piedi col capo scoperto l'intero tempo. Non è motivo di allegrezza udire di questi poveri giovani che adorano Dio fra le Alpi, lontani dalle loro adunanze e senza alcun conduttore al di fuori dello Spirito Santo?” (Supplemento a “Per me vivere è Cristo” di D.D. Ronco,Fondi 1986; pag. 77).


Il servizio in Italia di John Shaw Anderson
    
    
Negli anni che vanno dal 1886 al 1920 circa, John Shaw Anderson1 ricoprì il ruolo che era stato prima del Rossetti, quello cioè di punto di riferimento per le chiese e per i servitori in Italia. Egli si convertì in Scozia, tramite il noto evangelista americano Dwight L. Moody nel 1873, e condusse poi un'opera di grande valore nel nostro paese. Fu proprio l'Anderson a fondare “Il Cristiano” nel 1888, un mensile di informazione dalle chiese e di edificazione spirituale, che acquisterà sempre più importanza nel tempo, entrando nella maggior parte delle case dei fratelli, e contribuirà fortemente a tracciare i confini dell'appartenenza alle chiese.
    
    
Un principio irrinunciabile
    
    
Quando l'Anderson iniziò il suo ministero, il principio secondo cui la nuova nascita era base sufficiente per la comunione tra cristiani, era ormai sancito, e si esprimeva nella libertà di rompere il pane con qualsiasi membro della chiesa di Cristo invisibile. Tuttavia, le diversità contingenti tra i fratelli ed altre denominazioni avevano già creato, come abbiamo in parte già visto, una breccia nei rapporti reali tra le diverse chiese, che si sarebbe allargata negli anni. Alcune parole dell'evangelista Gian Nunzio Artini ben esprimono tale realtà, e come essa veniva vissuta:
     “Inutile che io dica come mi sia sempre caro l'incontrare un «nato di nuovo», chiunque sia, e salutarlo e baciarlo come un'anima preziosa che m'è sorella o fratello in Cristo. È la benedetta realtà che proviene dalla Croce.. Fermo restando il valore di una comunione di tutti i veri figliuoli di Dio, rimangono, purtroppo, delle difficoltà che impediscono d'attuare, nella pienezza visibile, l'unità che esiste davanti al Signore. E questo non solo ad altezza di denominazioni cristiane, ma sul piano individuale” (a cura di P. Moretti, “Sulle ginocchia del cuore”, Fondi 1985; pag. 187).
     Già all'epoca dell'Anderson, dunque, si andava palesando la completa fisionomia delle chiese dei fratelli italiane ed era pienamente sviluppato quel sentimento, di cui parlano le righe sopraccitate. Risulta fondamentale separare il piano della salvezza da quello della comunione con Dio e gli uomini. Se da una parte, infatti, i valdesi erano considerati come coeredi e consorti della grazia e dell'eredità celeste, dall'altro la comunione terrena era frenata da alcune posizioni dottrinali antitetiche, prima fra tutte quella ecclesiologica. L'organizzazione delle chiese valdesi, centralizzata nella “Tavola Valdese”, che nominava i pastori per ogni comunità, mal si confaceva allo spirito dei fratelli, che osteggiavano qualsiasi forma gerarchica e di istituzionalizzazione della Chiesa di Cristo, mentre invocavano la guida divina nel libero e autonomo prendere forma di ogni assemblea locale. I ruoli all'interno della chiesa erano determinati in seno ad essa, in piena “sovranità” rispetto alle altre comunità dei fratelli ed in ubbidienza ad una precisa teologia:
     “Per i Fratelli il sacerdozio è di tutti i credenti, e i doni spirituali dati sovranamente dallo Spirito Santo a chi Egli vuole; e non (sussiste) la restrizione ai soli pastori consacrati” (“I fratelli ieri, oggi e la Bibbia”, di A. Biginelli, Fondi 1991; pag. 85).
    
L'unità tra le chiese e l'idea d'appartenenza ad una precisa realtà spirituale non erano dunque frutto di un ordine stabilito dall'alto, bensì di una visione comune a diverse chiese locali, rafforzata praticamente dal lavoro degli stessi operai in più comunità, dal contatto e dalla collaborazione frequente fra questi e fra le intere comunità, e per mezzo delle più svariate pubblicazioni delle chiese. Queste contribuivano, in particolare, a creare una certa uniformità sul piano dottrinale. Il punto di incontro principale per credenti di diverse chiese era diventata, negli anni, l'agape di Spinetta Marengo, presso la casa dove per molti anni era risieduto il Rossetti. Nella seconda metà del XX secolo un ruolo analogo sarebbe stato svolto anche dai Campi di studi biblici di Poggio Ubertini, una villa-fattoria donata all'assemblea di Firenze via della Vigna Vecchia, con testamento del 1924, dalla contessa Giulia Baldelli.
    
    
Un nutrita schiera di missionari inglesi
    
    
Negli anni a cavallo del secolo, sempre più forte si fece sentire l'influenza straniera, con i molti servitori che, soprattutto dall'Inghilterra, raggiungevano la penisola per rispondere ad una divina chiamata. Abbiamo già accennato all'Anderson. Questi aveva risposto ad un preciso invito della sorella Isabella Cole2, vedova del Rossetti, a coadiuvare un'opera tanto bisognosa come quella italiana. Al suo fianco, a Firenze, e nei vari viaggi missionari per l'Italia, lavorò Gaspero Pult3, seppur non fu mai servitore a tempo pieno. Anch'egli era straniero, natìo della Svizzera. Anch'egli contribuì alla graduale apertura della chiesa italiana al mondo ed ai bisogni di realtà aliene, fin ad allora, alle preoccupazioni dei credenti italiani. La chiesa italiana veniva presa per mano da uomini che, con l'apostolo Pietro, potevano esortare i servitori italiani, dicendo:
     “Resistetegli, stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze affliggono i vostri fratelli sparsi per il mondo”.
     La presenza di questi servitori sul territorio fu assai significativa. Tra loro ricordiamo W. A. Honeywell4 che, stabilitosi in Italia nel 1897, trascorse qualche tempo a Napoli, per poi dedicarsi alla cura della chiesa di Spinetta Marengo fino al 1906. Negli stessi anni Aronne Buttrum5 era ad Alessandria, mentre qualche anno più tardi operavano nell'ltalia centrale Thomas B. Harding6, William Hoste e A. W. Higgs7, rispettivamente a Pesaro, Roma e Firenze. Carl Pinkham8 era nel sud. La testimonianza di questi e di molti altri fratelli stranieri complementava, in quegli anni, quella dei pur numerosi servitori italiani, come gli stimati Timoteo Corlando9, Maurizio Demaria10, colui che, di fatto, avvicendò l'Anderson nel ruolo guida delle assemblee italiane, e Daniele Bianco11.
     Quest'ultimo ed il Demaria, peraltro, pur essendo italiani di origine, provenivano anch'essi dall'estero, a conferma della forte influenza, in questi anni in Italia, di un evangelismo dei fratelli di stampo europeo, ed in particolare anglo-francese.
    
    
Il servizio in Lombardia di Daniele Bianco
    
    
Il Bianco rivendica, altresì, una posizione particolare nella nostra trattazione. Egli fu, infatti, infaticabile evangelista e colonna della testimonianza dei fratelli in Lombardia. Servì il suo Dio in vari luoghi e, da ultimo, nella chiesa di Voghera, dove raccolse la preziosa eredità a lui lasciata dal Moiso.
     Il suo ministero a Voghera fu, senz'altro, tra i più incisivi nel nord Italia: egli fece quivi della chiesa un centro di incontri mensili dei giovani e mobilitò diversi predicatori svizzeri per ravvivare le assemblee lombarde. Dal 1929, inoltre, assunse, proprio a Voghera, l'amministrazione de “Il Cristiano”, che era diretto dal Demaria, condividendo con questi il fardello dell'opera italiana fino ad Abele Biginelli.
     Con un affetto profondo e fraterno l'anziano di Milano Ismaele Giuni, in un numero de “Il Cristiano”, rammentava l'opera di colui che fu suo mentore:
    
     “Chi raccoglierà il mantello spirituale di questo infaticabile servitore del Signore? Iddio gli aveva dato il grande dono di evangelista, ed egli, in ogni occasione e luogo, non mancò di far fruttificare questo prezioso talento per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Scriba ben ammaestrato, egli sapeva trarre fuori dal Suo tesoro «cose vecchie e nuove», per cui, dovunque egli andava, i suoi messaggi portavano sempre benedizione.
     Nato ad Alba (Piemonte) il 23 Marzo 1881, da genitori credenti desiderosi di vedere il proprio figlio al servizio del Signore, fu chiamato Daniele Samuele Onesimo, volendo significare che era stato chiesto a Dio come Samuele per essere utile come Onesimo. All' età di 12 anni, costretto a guadagnarsi la vita, lasciò la scuola per il lavoro, lavoro che compì in Italia e nel mezzogiorno della Francia. Già durante la sua giovane età il Signore cominciò a lavorare il suo cuore, per prepararlo ad una vita di consacrazione a Lui. Aveva appena 21 anni quando fece la sua prima predica sulla piazza di S. Stefano Belbo. Erano palesi in lui il desiderio e lo zelo del futuro servitore di Dio. Queste qualità, questo dono nascente, furono notati dal fratello Honeywell, il quale lo presentò a dei fratelli svizzeri. Questo avveniva verso l'anno 1899. Nel 1908 lo troviamo a Rivalta, al servizio del Signore, in compagnia del caro fratello Harding.
     Nel 1910 si unì in matrimonio con la sorella Elisabetta Freymond di Vevey (Svizzera), fedele ed operosa compagna nell'opera di Dio. Insieme si stabilirono in un primo tempo ad Alessandria ove tennero il deposito biblico. Più tardi il Signore li chiamò ad Alba e, in seguito, a Voghera. Instancabile e zelante, pieno d'amore per le anime, fu sempre pronto a correre dove Dio lo chiamava, in quanto il suo motto era diventato: «Guai a me se non evangelizzo». Fu così per due volte a Tunisi strumento benedetto
nelle mani del Signore, e una volta a Tripoli. Il suo ministero si svolgeva a Voghera e dintorni. Chi non ricorda le preziose riunioni ed agapi? Chi non ricorda le visite dei numerosi fratelli che passavano da Voghera, in quella casa ospitale? Sono anni che ricordo con commozione e riconoscenza perché sono di quella epoca le profonde, buone esperienze vissute che mi hanno inculcato 1'amore per 1'opera del Signore. Quante volte, in compagnia del fratello Bianco, visitai assemblee, nelle quali potei, nella libertà dello Spirito, fare i primi passi nel servizio del Signore...”.
    
    
Lo sviluppo della testimonianza a Milano con la terza generazione di pionieri
    
    
Con le parole: “Chi raccoglierà il mantello spirituale?”, principiava il dire di Ismaele Giuni. Proprio questi ed il suo compagno d'opera Daniele Valente, se ne sarebbero cinti.
     In qualche modo, tutta la storia dei fratelli in Lombardia, dall'opera del Rossetti e del Guicciardini all'opera del Mensi, del Moiso e del di lui erede Daniele Bianco, si ritroverà rappresentata in questi due uomini di fede. Essi erano la terza generazione di una testimonianza che vede in loro l'anello di congiunzione fra la chiesa di Milano oggi ed i primi cristiani evangelici in Lombardia.
     Il debito individuale più grande nei confronti dei due discepoli del Rossetti Giuseppe Mensi e Giuseppe Moiso e di Daniele Bianco doveva certamente essere quello del Giuni, cresciuto com'era a Voghera, in quel fertile terreno di coltura della fede evangelica, e poi trasferitosi a Milano, dove il padre aveva condiviso col Mensi, nella chiesa, gli ultimi anni di vita terrena di quello. Ma se da una parte Ismaele Giuni era legato spiritualmente in maniera speciale alla prima generazione di evangelisti in Lombardia, dal canto suo Daniele Valente poteva vantare un legame altrettanto solido con la tradizione spirituale dei primi pionieri evangelici italiani. Il padre Pasquale, colonna della testimonianza dei fratelli nella prima metà del 1900 aveva infatti condotto la propria famiglia in uno dei centri principali della fede evangelica risvegliata quando s'era trasferito a Firenze verso la fine del XIX secolo, per condividere con l'Anderson ed il Pult il servizio nella chiesa.
     Ismaele Giuni riportava ne “Il Cristiano” dell'agosto-settembre del 1960 che il suo “caro papà”, Ernesto Giuni, era, nei primi anni del 1900, attivo nella Chiesa di Milano, dove amava “discorrere sulle cose del Signore”, insieme a Romeo Brigliadori (ex sacerdote cattolico di cui Giuseppe Mensi aveva dato notizia nella “Diciottesima corrispondenza annuale con l'Inghilterra”, il 27 febbraio del 1883), Angelo Rigamonti, futuro suocero del Valente, e Giuseppe Mensi.
    
Il Mensi, guida infaticabile di questa assemblea, lasciava, alla sua morte, un grande vuoto nella chiesa. Pasquale Sartirana avrebbe cercato di colmarlo, allargando il suo già ampio raggio d'azione nella cura pastorale, che arrivava da Stradella, Broni e Cardazzo, fino a Ripaldina e Pinarolo Po, e alla nostra chiesa a Milano. La stessa veniva anche visitata da Timoteo Corlando da Vercelli e Luigi Mora da Novara, e solo nel 1919 essa riuscì ad avere nuovamente un conduttore residente in città, in Emilio Carcano. Questi, non un servitore a tempo pieno (era impiegato alle poste), sarebbe stato poi affiancato dal Corlando, fino al 1936, e dal nostro Daniele Valente.
     Verso la fine degli anni 30 si verificò in seno alla chiesa di Milano l'importante cambio generazionale, che, con la morte di Timoteo Corlando, nel 1936, ed il graduale passaggio di consegne da parte di Emilio Carcano ai nostri, dava inizio ad un periodo tutto nuovo. La grande crescita della chiesa nel periodo in cui Daniele Valente s'era affiancato al Corlando ed al Carcano nella sua conduzione aveva fatto sì che il gruppo cambiasse per ben tre volte il locale di culto, per poi trovare una sistemazione più durevole in via Capre 15.
    
A testimonianza di ciò, una nota della prefettura del 1935 indicava come un gruppo di circa venti famiglie si riunisse in tal luogo. Questo cambiamento contingente fu un ulteriore elemento che contribuì a marcare i confini di un rinnovamento all'interno della chiesa.
     Nel 1957, apparve su “Il Cristiano” un comunicato che annunciava quello che sarebbe stato il definitivo trasloco della comunità, dal momento che il vecchio locale di culto avrebbe dovuto essere demolito per effetto del piano regolatore. Si invitavano, in quel comunicato i fratelli italiani ad unirsi alle offerte dei credenti di Milano, per un nuovo locale. Occorrevano sette milioni di lire12.
     La risposta della fratellanza sparsa per l'Italia fu pronta, e nel giugno del 1959, si poté inaugurare la sala di via Ferrante Aporti 54: un'ampia sala al piano terra d'un grosso palazzo, proprio di fianco alla stazione centrale.
     Erano presenti molti stimati fratelli, tra cui Mario Brandoli13, Giulio Morozzi14 e Timoteo Valente15; subito i fratelli organizzarono quattro serate di evangelizzazione, in cui la predicazione fu portata dal missionario inglese John Murray16, allora residente a Milano.
     L'eredità dei fratelli a Milano sarebbe stata ora trasmessa dai ricettori del suo spirito più puro.
    
    
Conclusione
    
    
Il movimento delle chiese dei fratelli scaturì in tutta la sua vitalità dalla riscoperta verace della libertà senza catene dell'evangelo della grazia di Cristo che sperimentarono in tutta la sua pienezza. Con l'avvicendarsi delle generazioni si è presentato il pericolo, sempre più forte, che la libertà stessa venisse custodita per forma e tradizione e non fosse più figlia di quello che la Scrittura chiama “il primo amore”.
     Laddove il lievito della grazia svanisce subentrala tradizione, il bisogno di strutture, di categorizzazioni sterili e filosofiche, un attaccamento a forme un tempo originate da una vera rigenerazione, ma diventate dettami esteriori. Quando lo sguardo si sposta dal contemplare il Signore e la sua Parola nella sua bellezza ad una prospettiva tipicamente umanistica, c'è il pericolo di vedere la semplice fede in Cristo mutare in una religione, in cui le azioni umane non rispondono più alla grazia di cui sono ripiene, ma a regole esteriori, quel documento che Cristo ha inchiodato alla croce. L'epistola ai Galati ammonisce i credenti contro tali pericoli.
     Il Bruce nel suo commentario alla stessa epistola ha scritto:
    
     “La mente religiosa è troppo incline ad assoggettare se stessa alle norme, il vangelo liberatorio della grazia sovrana è troppo “pericoloso” per permettere che abbia libero corso. Nel momento in cui Paolo divenne una figura meno controversa, quando la sua memoria cominciò ad essere venerata ed i suoi scritti furono canonizzati, il suo insegnamento fu velato d'un nuovo legalismo. Quando, di tanto in tanto, si presentò qualcuno che capiva e proclamava il genuino messaggio di Galati, rischiò sempre d'essere tacciato come personaggio sovversivo - cosa, fra l'altro, che avvenne a Paolo a suo tempo. Ma la lettera ai Galati, con il suo richiamo squillante alla libertà cristiana, ha ogni volta liberato nuovamente il vero evangelo dai lacci in cui persone ben intenzionate, ma ingannate l'avevano confinato così che potesse esercitare una volta di più la sua potenza emancipante nella vita del genere umano, potenziando coloro che l'hanno ricevuta di modo che rimanessero saldi nella libertà con la quale Cristo li ha liberati”.
    
    
E ancora, dicendo che i veri frutti di Dio possono solo scaturire da un cuore ripieno della grazia e libero dalle pastoie d'uno spirito legalista:
     “La legge può prescrivere certe forme di condotta e proibirne altre, ma l'amore, la gioia, la pace ed il resto non possono essere imposti legalmente. Una vigna non produce uva per Atto di Parlamento; essa è il frutto della vita propria della vigna; allo stesso modo la condotta che si conforma allo standard del Regno non è prodotta da alcuna coercizione, nemmeno divina, ma è il frutto di quella natura divina che Dio dona come risultato di ciò che egli ha fatto in e per mezzo di Cristo'.
    
    
La chiesa di Milano nacque come chiesa libera per la grazia di Cristo e sotto quella stessa grazia ha ricercato la sua santificazione. Attraverso le benedizioni come attraverso le molte sofferenze, il Signore ha voluto mantenere acceso il suo candelabro che ancora oggi risplende.
    

(2. fine)
    
    
Filippo Falcone
    
(Assemblea di Domodossola, VB)
    



Note

1. John Shaw Anderson.
Nato nel 1857 a Glasgow, fu a Firenze, dove aprì un locale di culto in via Nazionale, abbandonando insieme allo Zanini la chiesa di via della Vigna Vecchia dopo che questa si era costituita in Ente Morale. Uomo di grande cultura (aveva studiato presso la facoltà di teologia dell'università di Glasgow e, successivamente, presso un college battista), viaggiò molto e pubblicò, nel 1900, “Introduzione al Nuovo Testamento”, edito dalla Claudiana.

2. Isabella Cole.
Alla nascita Isobel Steele, ella era cresciuta in seno alla chiesa di Scozia. Vedova di un tal Iannetti, fu accolta come governante dal De Sanctis e poi presa in sposa dal Rossetti. Ella assunse alla morte del marito un ruolo fondamentale nell'opera italiana. Risposatasi con il baronetto inglese Lionel Cole, svolgerà, nelle parole dello storico Maselli, un importante lavoro di “coordinamento tra i gruppi e con gli amici inglesi che era stato proprio del Rossetti”.

3. Gaspero Pult.
Gaspero Pult. Cittadino svizzero, fu a lungo a Firenze, dove condusse la chiesa di via Nazionale dal 1900 al 1915. Dopo la riconciliazione con l'assemblea di via della Vigna Vecchia ne divenne anziano. Per diversi anni fu amministratore de “Il Cristiano”.

4. W.G. Honeywell.
Missionario proveniente da Singapore, stabilitosi nel 1897 a Napoli, si trasferì poi a Spinetta Marengo. Si spense nel 1906.

5. Aronne Buttrum.
Missionario inglese in Italia dal 1906 al 1932, fu residente a Spinetta Marengo dal 1906. Fu nella zona di Alessandria fino al 1928. Con Gaspero Pult e Pasquale Valente fece parte dell'amministrazione dell'opera dei fratelli fino al 1924. Si spense nel 1932.

6. Thomas B. Harding (1884-1976).
Missionario inglese giunto in Italia nel 1908, tra il 1915 e il 1922 fondò diverse assemblee nel pesarese. Nel 1939, anno di un suo non definitivo ritorno in Inghilterra, si lasciava alle spalle le comunità di Senigallia, Carpegna, Fano, Cattolica e Pesaro. Dopo la seconda guerra mondiale fece ritorno a Pesaro per raccogliere nuovamente l'opera fino al 1963. Ci è particolarmente caro il suo ricordo, poiché anche la famiglia di chi scrive è sua eredità spirituale.

7. W. Hoste e A.W. Higgs.
Lavorarono nel centro Italia, il secondo principalmente a Firenze. Furono collaboratori de “Il Cristiano”. Hoste, probabilmente di origini darbiste, fu il teorico della polemica contro i pentecostali. Higgs fece parte del comitato di amministrazione delle offerte per l'opera in Italia.

8. Carl Pinkham.
Missionario inglese originario della Malesia, fu in Italia a partire dal 1914 e giunse a Corleto perticara nel 1921, dove raccolse la testimonianza portata avanti da V. O Lella. Nel 1936 lo troviamo ospite dello Harding, accusato di attività antigovernativa per aver parlato contro la campagna d'Etiopia. E, finita la guerra, diresse insieme alla moglie un centro missionario nella città in provincia di Matera.

9. Timoteo Corlando (1860-1936).
Negli anni '80 del 1800 giunse a Vercelli ed ebbe a cuore in particolare la testimonianza a Piverone. Ritiratosi a Milano negli ultimi anni della sua vita, favorì insieme a Emilio Carcano lo sviluppo dell'assemblea. Amico di G. Luzzi e C. Zanini, lasciò numerosi carteggi, in modo particolare quelli con Maurizio Demaria. Collaborò con “Il Cristiano” e “Fede e Vita” di Ugo Janni.

10. Maurizio Demaria.
Figlio di italiani immigrati dalla Costa Azzurra, il Demaria arrivò ad Alessandria nel 1912 da Cannes. Diresse “Il Cristiano” dal 1921 fino alla sua morte.

11. Daniele Bianco.
Come il Demaria, membro di una famiglia di immigrati nel sud della Francia, si trasferì presto a Bienne, presso la comunità italiana. Prima del Demaria, mandò avanti il deposito biblico e piccola casa editrice di Alessandria. Curò più d'ogni altro l'opera lombarda nella prima metà del 1900. Collaborò con “Semailles et Moissons”, mensile delle assemblee svizzere.

12. Fino a quel momento l'assemblea di Milano aveva traslocato un numero considerevole di volte: nel 1870 si trovava in via del Pesce, nel 1872 in via Luino, l'anno successivo in corso di Porta Ticinese, quindi (ma si fermano i riferimenti temporali) in viale Venezia, via P. Sottocorno ang. Cellini, via Valpetrosa, via Olmetto, via Unione, via delle Asole 6 nel 1895, via Melzi d'Eril nel 1928 e nel dicembre dello stesso anno via Aprile 9, quindi via Capre e via Ferrante Aporti.

13. Mario Brandoli.
Di Firenze, figlio di Cesare Brandoli, manteneva un contatto costante con la nostra assemblea. Aveva approfondito gli studi profetici. Dovette avere una profonda influenza sui nostri. Dal 1930, divenne collaboratore fisso de “Il Cristiano”.

14. Giulio Morozzi.
Licenziato dalle ferrovie perché di principi socialisti, fu anziano della chiesa di Firenze via della Vigna Vecchia e membro dell'Ente Morale.

15. Timoteo Valente.
Fratello di Daniele Valente e anziano della chiesa di via Virle a Torino insieme al padre Pasquale.

16. John Murray.
Missionario inglese, fu instancabile collaboratore degli anziani di Milano nel dopoguerra.