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ESDRA e NEEMIA: due uomini usati da Dio


UN VERO RISVEGLIO
Capitolo 8°: Relazioni fraterne
    
    
Neemia mostra, con il suo esempio concreto e perfettamente coerente, quale valore abbiano per l’edificazione del popolo di Dio e per la testimonianza della Parola relazioni interpersonali vissute sempre avendo di mira l’interesse ed il bene degli altri e non il nostro proprio interesse. A volte ciò impone il sacrificio e la conseguente rinuncia a noi stessi, ma è così che si pratica l’amore e si costruiscono relazioni stabili.
    
    
     “Dissi ancora: Quello che voi fate non è ben fatto. Non dovreste piuttosto camminare nel timore del nostro Dio per non essere oltraggiati dai pagani nostri nemici?” (Ne 5:9; ma si raccomanda di leggere tutto il capitolo)
    

     Il capitolo 5 occupa una posizione piuttosto strana, al centro tra i capitoli 4 e 6 dove abbiamo visto che, nonostante l’opposizione esterna, sia fisica che verbale, i lavori di costruzione non furono interrotti ma portati a compimento. L’episodio narrato in questo capitolo sembrerebbe essere fuori luogo.
     Perché Neemia riporta questo episodio collocandolo tra il capitolo 4 e il 6 che hanno un tema affine? Che cosa ha a che vedere questo brano con la costruzione delle mura?
     Scopriamolo insieme.
    
    
Il segreto del successo
    

    
Chiunque abbia avuto problemi in casa con le tubature idriche potrà confermare che, quando si rompe un tubo dell’acqua, quest’ultima comincia ad uscire e ad allagare la casa. Buttare fuori l’acqua senza impedire che altra acqua continui ad uscire dal tubo, chiudendo il rubinetto generale dell’edificio, sarebbe una impresa senza speranza; da una parte buttereste l’acqua fuori mentre dall’altra parte l’acqua continuerebbe ad allagare.
     Così non aveva senso costruire delle mura contro i nemici quando i nemici, in un certo senso, erano dentro le mura...
     Neemia colloca questo episodio nel mezzo della narrazione della costruzione delle mura perché, evidentemente, lo considera molto importante al fine di fare comprendere ai lettori il segreto che stava dietro il successo nel fronteggiare l’opposizione e portare a compimento la costruzione delle mura. È piuttosto usuale, nei componimenti ebraici, mettere al centro l’episodio su cui si vuole attrarre l’attenzione, l’episodio che costituisce l’apice del racconto.
     A mio avviso è proprio ciò che accade qui.
     I capitoli 4 e 6 potrebbero essere consecutivi visto l’argomento trattato, ma il capitolo 5 ci presenta il principio fondamentale sul quale è stata costruita una opposizione di successo nei confronti dei nemici: il ristabilimento della giustizia e delle giuste relazioni tra i figli di Israele.
     Riflettiamo brevemente su questi brani e vedremo che il segreto del successo era proprio lì dove nessuno avrebbe guardato.
    
    
Ingiustizia sociale
    

    
Erano presenti dei problemi in mezzo al popolo. L’ingiustizia e lo sfruttamento regnavano tra i figli di Israele. Come si poteva pensare di portare a compimento l’opera di costruzione partendo da un fondamento simile?
     Io, al posto di Neemia, non ne avrei parlato. Insomma, se ci pensiamo bene, si tratta di episodi che gettano cattiva luce sul suo popolo. Però, ancora una volta, vediamo che la Bibbia è un libro vero in cui Dio non vuole nascondere anche i lati negativi. D’altra parte, se così non fosse, non ci riconosceremmo negli uomini descritti in questo libro. Invece, dobbiamo ammettere che anche noi siamo come loro.
     Cerchiamo di capire come si sono svolti i fatti.
     I costruttori impegnarono tutte le loro forze e tutto il loro tempo per costruire le mura, rischiando anche la loro vita.
     Per dedicarsi completamente ai lavori di ricostruzione, dovettero abbandonare i lavori nei campi con la conseguenza di un mancato raccolto che aveva provocato una carestia.
     Era necessario, quindi, acquistare, da terzi, del grano per il proprio sostentamento. Ma il denaro mancava, anche perché il tributo al re doveva, comunque, essere pagato (Ne 5:4). Così, ipotecarono i loro campi, le loro vigne, le loro case; furono costretti a chiedere dei prestiti ai loro fratelli Giudei, i quali imponevano, per giunta, interessi molto elevati.
     Non potendo pagare i propri creditori, furono costretti a vendere i loro figli come schiavi (Ne 5:5). Era uno strozzinaggio vero e proprio (Ne 5:7).
     Possiamo immaginare queste persone che stavano lavorando sodo per costruire le mura nonostante le pressioni dei nemici, stremati fisicamente e psicologicamente, con il morale a terra anche a causa dei loro fratelli. Come vi sentireste voi? Avreste ancora tanta voglia di lavorare? Non vi verrebbe voglia di lasciar perdere tutto e pensare che, forse, quelle mura che state costruendo per difendervi dai nemici non cambierebbero la vostra vita dal momento che i veri nemici sembrano essere dentro le mura?
     Rifletteteci un attimo e sarete d’accordo con me sul fatto che questa questione era di assoluta importanza.
     Tutto ciò era vergognoso perché Dio stesso aveva loro vietato sia di chiedere interessi per i prestiti fatti a quelli del proprio popolo (Le 25:35-37), sia di avere come schiavi fratelli Giudei (Le 25:38-43). Questa era, quindi, una disubbidienza alla Torah, alla legge di Dio. Da una parte ci si proteggeva dai nemici della legge di Dio tramite delle mura e dall’altra parte si disubbidiva la medesima legge dentro le mura...
     La costruzione delle mura era quindi minacciata.
     Occorreva intervenire e un uomo come Neemia non poteva non saperlo.
    
    
Ristabilimento della giustizia
    

    
Neemia si trovò ad affrontare una situazione molto delicata.
    
Altri, al suo posto, avrebbero minimizzato, invitando semplicemente i lavoratori a tenere duro: “Lo so che avete questi problemi, ma la costruzione delle mura è più importante. Forza, non vi arrendete. Vi prometto che dopo la costruzione delle mura risolveremo anche questi problemi.”
     Avete mai sentito in mezzo al popolo di Dio questo modo di ragionare?
     Ma ciò non sarebbe stato sufficiente perché, in questa situazione, sarebbe stato difficile portare a compimento il lavoro di ricostruzione delle mura.
     Come potevano lavorare con entusiasmo oppressi com’erano da parte dei loro fratelli?
     Egli comprende che il problema andava risolto con urgenza per non compromettere il lavoro.
     Neemia era indignato dal comportamento dei suoi fratelli (Ne 5:6). Si prende del tempo per riflettere (v. 7, cosa che ogni uomo di Dio dovrebbe sempre fare) e poi passa all’azione.
     Così, egli rimprovera arditamente notabili e magistrati, le persone più in vista tra il popolo, maggiori responsabili dello sfruttamento, li esorta a camminare nel timore del Signore, ad attenersi ai suoi comandamenti:
     “Io aggiunsi: Ciò che state facendo non è buono. Non dovreste invece camminare nel timore del nostro Dio per evitare l’oltraggio delle nazioni nostre nemiche?” (Ne 5:9).
     Neemia ha centrato il punto della questione. Se nel popolo di Dio regna l’ingiustizia, se non c’è alcun timore del Signore, se non c’è ubbidienza, ciò sarà causa di oltraggio da parte dei nemici, il popolo di Dio avrà fallito nella sua missione di essere una luce per le nazioni.
     Perché separarsi attraverso delle mura, quando all’interno le cose non sono molto diverse?
     Perché Neemia sarebbe stato così fermo nel non farsi aiutare dai popoli circostanti nella costruzione delle mura?
     L’incoerenza era evidente.
    
    
Un esempio concreto
    

    
Le parole di Neemia portano ad una presa di posizione immediata anche perché egli può porsi come esempio.
     I versetti 10-11 mettono in luce il fatto che Neemia aveva già cominciato a fare qualcosa di concreto per aiutare i suoi fratelli più bisognosi dando loro denaro e grano senza chiedere interesse. Ecco una vera guida che non esige dagli altri ciò che, per primo, egli non avesse già messo in pratica nella propria vita.
     Il versetto 11 ci informa sul fatto che Neemia invita il popolo a restituire oggi stesso le proprietà dei fratelli in difficoltà. Voglio sottolineare il fatto che, quando si capisce che qualcosa è sbagliato, non è sufficiente ammetterlo ma occorre intervenire subito, senza rinviare al giorno successivo. Oh, quanto abbiamo da imparare da Neemia...
     Inoltre, egli, pur essendo governatore, non si era avvalso dei propri diritti per amore del popolo (Ne 5:14-19). Occorre saper rinunciare ai propri diritti, benché legittimi, se ciò ci impedisce di fare del bene ai nostri fratelli. Ciò è molto difficile, perché abbiamo già enormi difficoltà a rinunciare al peccato e alle cose che Dio condanna.
     Se, poi, parliamo di rinunciare anche alle cose che sono legittime, pochi sarebbero in grado di seguire l’esempio di Neemia. C’è solo una ragione che può spingerci a rinunciare a qualcosa di legittimo a favore di altri: la convinzione che esistano cose più importanti delle cose materiali.
     Neemia (5:5) spiega cosa lo ha spinto a rinunciare ai suoi diritti, distinguendosi dai governatori che lo avevano preceduto.
    
     “Invece i passati governatori che mi avevano preceduto avevano gravato il popolo prendendo da esso pane e vino, oltre a quaranta sicli d’argento. Perfino i loro servi spadroneggiavano sul popolo; ma io non ho fatto così, perché ho avuto timore di Dio”
(Ne 5:15).
    
     Le cose materiali acquistano un valore differente per chi ha il timore di Dio.

     Ciò era vero per Neemia in un tempo in cui pochi altri avrebbero agito in quel modo e in un tempo in cui l’esempio supremo di Gesù non era stato rivelato. Ciò è ancora più vero per noi. Come è possibile che i seguaci di Gesù, oggi, abbiano così tante difficoltà ad applicare il principio della rinuncia a sé stessi, ai propri diritti e piaceri a favore della giustizia e del prossimo?
    
    
È sempre la stessa storia
    

    
Ancora oggi, quando si lavora per il Signore, se si riscontrano delle ingiustizie all’interno dello stesso popolo di Dio, se sorgono dei problemi inerenti le relazioni tra i credenti, il pericolo è lo scoraggiamento e con questo stato d’animo diventa difficile lavorare.
     Le relazioni cattive tra i credenti sono un grosso problema: il lavoro può essere rallentato.
     La mia breve esperienza mi ha mostrato come sia molto raro avere discussioni inerenti la dottrina nelle assemblee locali. La maggior parte delle discussioni che si hanno all’interno delle assemblee sono conseguenza del comportamento non conforme alla Parola di Dio che i credenti hanno gli uni verso gli altri.
     Queste cose minano la vita dell’assemblea e ci impediscono di essere quel sale che dovrebbe dare sapore al mondo. Se noi stessi siamo insipidi, con cosa si darà sapore?
     L’amore per sé stessi è la radice di ogni problema. In 1Tessalonicesi 4:1-2 l’apostolo Paolo afferma che le guerre e le contese tra fratelli trovano la loro radice dalle passioni, dai desideri, dall’invidia gli uni verso gli altri.
     Se ognuno cerca il proprio interesse e cerca di soddisfare le proprie voglie il risultato sarà una chiesa immobile, in cui i credenti si divorano gli uni con gli altri. Gesù insegnava che per seguirlo occorreva rinunciare alla cosa che abbiamo di più caro: noi stessi. I Giudei del tempo di Neemia avevano difficoltà proprio ad applicare questo principio. Non volevano perdere neanche una possibilità di guadagnare qualche soldo in più per poter vivere nell’agio, magari a scapito di qualcun’altro.
     Sto parlando di problemi che non avete mai vissuto? Bene, lo spero per voi.
     Ma, se questi problemi si annidano tra di voi e minano le vostre relazioni con i fratelli, ricordatevi che Neemia ci ha lasciato un esempio da seguire per uscirne fuori. Egli ha sempre affrontato i problemi con la saggezza che il Signore gli aveva dato.
     Per risolvere i problemi tra fratelli dobbiamo imparare a sottometterci alla Parola di Dio, proprio come avvenne in quei tempi remoti.
     Non dovremmo lamentarci tra di noi; non dovremmo dare ad altri fratelli l’occasione di lamentarsi di noi. Ma se ciò dovesse avvenire, se state vivendo nella vostra assemblea problemi di questo tipo, rivolgetevi ai responsabili dell’assemblea affinché possano aiutarvi.
     Chi ha sbagliato sarà sottoposto a disciplina allo scopo di recuperare offesi e offensori.
    
     Se vogliamo lavorare per il nostro Signore, dobbiamo affrontare e risolvere i problemi di relazione con i fratelli.
Chi è deluso, non lavora bene e non costruisce le mura, ma è molto tentato di fermarsi.
     Se non camminiamo nel timore del Signore, se non siamo coerenti e non viviamo le cose che andiamo ad insegnare agli increduli, saremo occasione di caduta, di scandalo, di disprezzo da parte di chi non crede.
     Essi avranno tutto il diritto di affermare che, se non siamo in grado di affrontare i nostri problemi, non possiamo neppure pretendere di aiutarli a risolvere i loro. Si tratta della famosa “cattiva testimonianza”, termine che esprime una verità molto semplice: se il cristiano non è coerente, se non vive le verità del Vangelo, le sue parole non saranno sufficienti a difendere la fede, ma contribuiranno a danneggiarla ancora di più.

(7. continua)
    
    
Omar Stroppiana