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corpo o cuore?




    EDITORIALE

     

Se ci guardiamo intorno, ci rendiamo conto che lo stile di vita della maggior parte delle persone è fortemente condizionato dalla cura del proprio corpo. Sono spuntati ovunque come funghi saloni di bellezza, palestre superattrezzate, negozi specializzati in prodotti cosmetici, cliniche private per la risistemazione chirurgica di parti del corpo che evidentemente non sono gradite così come sono (labbra, naso, seno e glutei sono in cima a questa lista nera delle parti da ritoccare o da rifare). Una pubblicità sempre più martellante suggestiona la gente a tal punto che ormai una buona parte dello stipendio mensile viene investito nella cura del corpo. Nel mondo occidentale, a dispetto del terzo mondo sempre più povero e affamato, milioni di euro vengono spesi ogni anno per curare l’apparenza Addirittura sono stati coniati anche nuovi vocaboli un tempo sconosciuti, come “palestrato” o “siliconato” e sono diventati ormai di uso comune anche nella nostra lingua termini come “lifting”, per indicare l’operazione con cui la pelle viene “stirata” in modo da far scomparire le rughe, e “body building” per suscitare l’illusione che “il corpo” possa essere “costruito” sulla base di programmi personalizzati. Sano, forte, bello, perfetto, efficiente: così dev’essere il nostro corpo. Le malattie, le imperfezioni fisiche, la vecchiaia e, in genere, tutto ciò che rende brutti e inefficienti sono rifiutate così come coloro che ne vengono colpiti. Infatti i malati, i disabili e i vecchi, pur se oggetto di pietistiche manifestazioni di commiserazione, sono in realtà spesso esclusi o emarginati, perché considerati inefficienti e improduttivi, ma soprattutto perché con la loro presenza ci mettono a disagio e indeboliscono il miraggio dell’uomo perfetto e immortale. Anche questo è uno dei tanti segni che ci aiutano a capire a quali bassi livelli sia scesa la spiritualità dell’uomo: tutto l’interesse è rivolto al corpo, a ciò che è esteriore, a ciò che appare, a ciò che “colpisce lo sguardo”. Eppure (incredibile contraddizione in questo quadro di cura del corpo!) è di questi ultimi decenni la scoperta che molte malattie hanno un’origine psicosomatica, cioè che molte volte il corpo si ammala perché è ammalato “il cuore”. Ma chi si preoccupa mai di curare “il cuore”, cioè la parte interiore della nostra persona, la parte che non appare, che non può colpire gli sguardi? Certamente, è vero che la psicologia, la scienza che studia ciò che di noi non appare esteriormente, si sta diffondendo sempre più, sia nei suoi aspetti teoretici che in quelli terapeutici (cioè sia nella ricerca che nella cura), ma è altrettanto vero che, nella quasi totalità dei casi, essa prescinde dalla conoscenza che ci viene da Colui che “prova” e che “pesa” i cuori, da Colui che li “esamina“ e li “conosce”, da Colui che applica una terapia capace di renderli “puri”, “forti”, “saldi”, “irreprensibili”, “ricchi di consolazione”.Soprattutto: da Colui che ci ricorda che è del nostro cuore, “insanabilmente maligno” e dal quale “escono cattivi pensieri” e ogni sorta di mali, che dovremmo prima di tutto preoccuparci. “Il Signore – infatti – non bada a ciò che colpisce lo sguardo dell’uomo: l’uomo guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore” (1Sa 16:7). E noi a cosa guardiamo? Di che cosa ci stiamo preoccupando? A quale parte della nostra persona sono rivolte le nostre attenzioni e le nostre cure? Vogliamo guardare in una direzione diversa da quella verso la quale guarda il Signore o vogliamo guardare nella sua stessa direzione? Il nostro presente e il nostro futuro dipenderanno dalla risposta che avremo dato a queste domande!

Paolo Moretti