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il nostro canto




    EDITORIALE

     

     "In quella assemblea c’è poca spiritualità: si canta molto e si prega poco!": più volte mi è capitato di sentire commenti poco benevoli di questo tenore, quasi che esistesse da qualche parte una sorta di "spiritualometro", in grado di misurare l’intensità spirituale di un incontro o di una chiesa. Come ci fanno capire numerosi testi della Scrittura, soprattutto quelli profetici relativi a note incoerenze del popolo d’Israele, il problema non sta nel "poco" o nel "molto", ma piuttosto nel "perché" e nel "come". Ed è un problema, questo, che investe ogni momento del nostro culto e della nostra vita: prima che della quantità, è della qualità che dobbiamo preoccuparci. Si può, ad esempio, pregare molto, ma con motivazioni e modi non guidati dallo Spirito del Signore.
     Tornando al canto, è bene precisare subito che non ci troviamo davanti ad un accessorio o ad un optional, ad un’espressione cioè alla quale ricorrere soltanto per riempire il tempo o per creare un’atmosfera particolarmente suggestiva o attraente o per rendere più vivi i nostri culti. Il canto dev’essere anzi parte essenziale della nostra vita e del nostro culto: un figlio di Dio che non canta o canta poco oppure una chiesa che non esprime con il canto la propria lode, la propria riconoscenza e il proprio bisogno di Dio non vivono certo un problema di quantità nel loro rapporto con il Signore, ma ben più tristemente un problema di qualità. Nella straordinaria metafora poetica riportata nel libro di Giobbe (33:19-30) e relativa all’uomo peccatore riscattato dalla grazia di Dio troviamo la più bella motivazione del canto del credente, dopo che Dio gli ha assicurato il suo perdono: "Allora... Dio gli è propizio; gli dà di contemplare il suo volto con gioia e lo considera di nuovo come giusto. Ed egli canterà tra la gente: "Avevo peccato, pervertito la giustizia, e non sono stato punito come meritavo. Dio ha riscattato l’anima mia dalla fossa e la mia vita si schiude alla luce!"". Il canto esprime la gioia del perdono, della salvezza, la gioia per l’amore di Dio e per la sua grazia che ha operato nella nostra vita, la gioia per l’ascolto e la luce della sua Parola. Con le giuste motivazioni si può e si deve cantare e cantare molto. Ho notato che in tutta la Scrittura c’è un solo versetto nel quale la stessa esortazione viene ripetuta per ben quattro volte e questa esortazione è "Cantate!": "Cantate a Dio, cantate; cantate al nostro re, cantate!" (Sl 47:6).
     Ma non è importante solo riscoprire perché cantiamo; altrettanto importante è ricordarci come cantiamo. Quelli che adorano Dio "bisogna che l’adorino in spirito e verità" (Gv 4:24). Il canto è parte essenziale della nostra adorazione e, se nello "spirito" ricordiamo perché dobbiamo adorare, nella "verità" scopriamo come dobbiamo adorare. I nostri canti devono essere coerenti, nei loro testi, con la Parola di Dio: devono esprimerne la ricchezza di contenuti e di insegnamenti. Guardiamoci perciò dal rendere la "verità" trita e banale: che i nostri canti siano "canti", non canzoncine o, peggio ancora, filastrocche! Cantare nella "verità" significa anche cantare "col cuore" (Ef 5:19) o "di cuore sotto l’impulso della grazia" (Cl 3:16): significa cioè far salire alle labbra (ma anche all’espressione dei nostri volti, spesso, ahimé, tristi e depressi) la gioia che realizziamo nel nostro intimo come peccatori perdonati, significa testimoniare che è "la grazia" di Dio, viva e operante in noi, che ci spinge a lodarLo, a ringraziarLo, ad invocarLo. Nella prospettiva indicataci da Dio, quindi, non è mai abbastanza il tempo dedicato al canto.

Paolo Moretti