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Dal Nuovo Testamento


1a CORINZI: UNA LETTERA PER I NOSTRI TEMPI
     
Sesto studio: Collaboratori di Dio.

     
     
     
Nel terzo capitolo della lettera (vv.1 a 15) Paolo affronta il problema della carnalità presente nella chiesa diCorinto con i frutti della gelosia, della rivalità, degli schieramenti e divisioni. Questo gli permette di affermare con forza che nell’opera di Dio gli uomini non sono altro che strumenti nelle sue mani, perché l’unico fondamento della chiesa è Cristo. Quindi è importante per tutti i credenti, in vista del giudizio di Dio, valutare in quale modo vivono il loro essere strumenti.
     
     
Il problema della carnalità (vv. 1-4))

     Nonostante i Corinzi avessero ricevuto lo Spirito di Dio (2:12) e, di conseguenza, avessero la mente di Cristo (2:16), paradossalmente Paolo non poteva parlare loro come a persone “spirituali”.
      Gesù insegna che conosciamo la verità sulle persone dai frutti che producono, come succede nel caso degli alberi (Mt 7:16-20). Ci sono degli alberi simili d’aspetto che producono frutti di natura molto diversa, dal dolce all’amaro, dal nutriente al velenoso. I frutti più in evidenza nella chiesa di Corinto, quando Paolo ha scritto la prima lettera ai Corinzi, erano “gelosie” e “contese” (1Co 3:3). Questi frutti tipici della natura umana si fanno vedere quando chi si ritiene dotato di un grado superiore di sapienza, cerca di imporre la sua idea sugli altri. Paolo usa il termine “carnali” per descrivere le persone che si lasciano prendere da uno spirito di gelosia e che alimentano le contese. Esso fa comprendere quali meccanismi vengono messi in moto quando è la sapienza umana a dominare e non quella di Dio.
      Prima di approfondire il significato del termine “carnalità”, sarà utile definire i meccanismi a cui ho appena accennato e riassumere il ragionamento di Paolo. Quanto ai meccanismi messi in moto dalla sapienza umana, possiamo dire che la sapienza umana stuzzica la carnalità mentre la carnalità, a sua volta, tende a dividere la chiesa. A conferma di ciò, Paolo cita per la seconda volta alcune delle frasi che si sentivano dire nell’ambito della chiesa di Corinto: “uno dice: «io sono di Paolo»; e un altro: «io sono d’Apollo»” (3:4; cfr. 1:12). Dopo questo riferimento al modo in cui i membri della chiesa di Corinto si schieravano dietro a persone ritenute rappresentative di posizioni diverse, l’apostolo rivolge loro questa domanda: “[Quando parlate così] non siete forse uomini carnali?”
      La parola chiave in questa domanda è l’aggettivo “carnali”. Bisogna comprendere bene il suo significato. In realtà, ci sono due termini leggermente diversi usati in questo brano, che vengono resi in italiano con l’aggettivo “carnale”. Il primo, usato nel v. 1 è sarkinos, una parola composta dal sostantivo sarx (“carne”) seguita dalla desinenza (inos) che denota la sostanza di una cosa. In altre parole, Paolo si dice costretto a parlare ai Corinzi come a persone fatte di carne. Il secondo termine, usato nei vv. 3 e 4, è sarkikos. Sebbene simile in forma a sarkinos, la diversa desinenza (ikos) conferisce a sarkikos un senso più vicino a “sapienza carnale”, ovvero sapienza basata sul punto di vista dell’“uomo naturale” (psychicos, 2:14; cfr. sophia sarkikê, “sapienza carnale” in 2Co 1:12).
      La conclusione ineluttabile è che Paolo considera la carnalità un prodotto della sapienza umana con un duplice risultato. Sul livello strettamente personale, essa porta a ignorare la voce dello Spirito Santo che parla attraverso lo spirito dell’uomo, facendo sì che quest’ultimo viva come se fosse fatto di soltanto carne (corpo e psiche). Proprio perché la sapienza umana è opinabile, essa crea dei gruppi di sostenitori di diverse opinioni o scuole di pensiero. Di conseguenza, la presenza della carnalità nella chiesa tende a dividerla.
      Intanto, più i Corinzi si lasciavano condizionare dalla sapienza umana, meno erano capaci di digerire il “cibo solido” (v. 2), ovvero le parole spirituali, rivelate dallo Spirito, che Paolo era incaricato di insegnare. Così continuavano a essere in grado di digerire soltanto “latte”. Sebbene questa condizione non comportasse il pericolo di morte spirituale, essa costringeva Paolo a parlar loro “come a bambini in Cristo” (vv. 1-2). In altre parole, la sapienza umana non solo tende a dividere la chiesa intorno a delle questioni opinabili, ma le impedisce anche di crescere nella vera sapienza.
     
     
Servitori di Dio (vv. 5-8)
     

      In questi versetti Paolo si serve di un’immagine presa dal mondo dell’agricoltura per aiutare i Corinzi a capire che stavano commettendo un errore di fondo innalzando questo o quell’altro uomo nell’ambito della chiesa. Alle sue domande: “Che cos’è dunque Apollo?” (v. 5a) alcuni dei Corinzi avrebbero risposto in tutta sincerità: “Egli è un grande oratore che dà un ottimo esempio del valore della sapienza umana”. Alla domanda: “E che cos’è Paolo?” altri avrebbero risposto: “Egli è un famoso apostolo, sapessi quante chiese ha visto nascere, fra cui anche la nostra!”. Per dimostrare quanto fosse fuorviante questo modo di ragionare, Paolo rievoca brevemente la storia della chiesa di Corinto, includendovi un riferimento molto importante a Dio, considerato l’unica vera causa di questa storia: “Io ho piantato, Apollo ha annaffiato, ma Dio ha fatto crescere; quindi colui che pianta e colui che annaffia non sono nulla: Dio fa crescere!” (vv: 6-7).
      Quindi la risposta giusta alla duplice domanda: “Che cos’è dunque Apollo? E che cos’è Paolo?” (v. 5a), è: “Sono servitori [gr. diaconoi] per mezzo dei quali voi avete creduto; e lo sono nel modo che il Signore ha dato a ciascuno di loro” (v. 5b). Chi a Corinto avrebbe sentito parlare di Paolo il fariseo se Dio non gli avesse rivelato il suo Figlio sulla via di Damasco e non l’avesse “chiamato a essere apostolo” (At 9:1-30; Ga 1:15-16; 1Co 1:1)? Allo stesso modo, i Corinzi non avrebbero potuto beneficiare del ministero dell’ebreo Apollo, se egli non si fosse avvicinato alla “via del Signore” nella sua nativa Alessandria e se, a Efeso, Priscilla e Aquila non l’avessero preso e gli avessero esposto “con più esattezza la via di Dio” (At 18:24-28). La chiesa non era né di Paolo né di Apollo ma di Dio, che si era servito liberamente tanto di Paolo quanto di Apollo per la sua edificazione. Dio si era servito di entrambi questi servitori, secondo i doni che “ha dato a ciascuno di loro”, ossia secondo le particolari operazioni della grazia nella vita di ciascuno.
      Viste così le cose, non è assolutamente il caso di gloriarsi di Apollo o di Paolo. Piuttosto bisogna ringraziare Dio, riconoscendo che è lui che fa crescere, servendosi liberamente di strumenti umani. Quanto a “colui che pianta” (Paolo), e “colui che annaffia” (Apollo), “sono una medesima cosa”, ossia dei semplici servitori. Però, a questo punto Paolo introduce un distinguo, non come modo di valutare l’operato proprio e quello di Apollo (cfr. 4:6), bensì per introdurre il concetto che svilupperà nel brano che segue: “ma ciascuno riceverà il proprio premio secondo la propria fatica” (v. 8b).
     
     
Nessun altro fondamento (vv. 9-11)
     

      Il concetto base intorno al quale ruota l’insegnamento contenuto in questi versetti è quello introdotto all’inizio del v. 9: “collaboratori di Dio”. Un collaboratore non detta legge: collabora semplicemente con la persona che ha già stabilito i termini della collaborazione. Il rapporto di subordinazione dei collaboratori è particolarmente accentuato nel caso in questione, in quanto Colui con cui Paolo e Apollo collaborano è Dio, da cui tutto dipende.
     
Il primo tipo di collaborazione menzionato è quello privilegiato di Paolo e, limitatamente, di Apollo: quello di porre il fondamento. Dopo aver definito sé stesso e Apollo “collaboratori di Dio” (v. 9a) Paolo conclude l’analogia che aveva elaborato nei versetti precedenti, con questa dichiarazione: “voi [membri della chiesa di Corinto] siete il campo di Dio” dove Paolo stesso aveva “seminato” e che Apollo aveva “annaffiato”. Poi introduce subito un’altra immagine della chiesa con le parole: “[voi siete] l’edificio di Dio” (v. 9b). Nel resto del brano l’apostolo analizza la chiesa in termini di un fondamento e ciò che viene costruito sul fondamento. Come spesso fa in questa lettera (cfr. 1:8; 15:58), anche qui Paolo incoraggia i suoi lettori a pensare al presente nella prospettiva del “giorno di Cristo” (v. 13).
      Finché si tratta della chiesa che Gesù sta edificando, servendosi liberamente dei suoi servitori, ognuno deve limitarsi a fare quanto è chiamato a fare. Un esperto architetto assicura che venga messo il giusto fondamento a un edificio, se no, tutto il resto sicuramente crollerà. Paolo ha posto, come fondamento, Cristo crocifisso e risorto, quale rivelazione della sapienza di Dio. Ora Paolo mette in guardia chi vuole porre un fondamento diverso, che basa sulla sapienza umana. Paolo è perentorio: nessuno può fare questo. Le parole “nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù” (v. 11), non significano semplicemente: “nessuno è libero di fare questo”; significano che non è possibile farlo. Come Gesù aveva detto ai suoi discepoli, a proposito dei prìncipi delle nazioni che sottomettono i loro sudditi al loro dominio, “non è così tra di voi” (Mr 10:43), così Paolo afferma qui che, nella vera chiesa, non può esistere un altro fondamento che non sia Cristo (nei termini in cui è stato presentato nei primi due capitoli della lettera). Chi pone un altro fondamento si pone fuori della “chiesa di Dio”.
     
     
Attenzione a non fare un fuoco di paglia! (vv. 12-15)
     

      Accettare Cristo come il vero e unico fondamento è il passo decisivo per la vita di ogni persona. Infatti, una volta postisi veramente su questo fondamento, si è al sicuro. Però c’è anche un’altra verità di primaria importanza. “Nel giorno di Cristo” saremo valutati per come abbiamo costruito sull’unico fondamento. Questo “giorno” corrisponde al giorno in cui Cristo tornerà e l’epoca a cui si riferisce il grande mandato avrà termine (1:8; 4:5; 1 T 1:9-10; Mt 28:20).
      Per aiutare i suoi lettori a dare la dovuta importanza a quest’appuntamento, Paolo fa un uso molto efficace di simboli: due elenchi di materiali che stanno a indicare i vari modi in cui è possibile costruire sull’unico fondamento, e il fuoco come simbolo del vaglio divino. Il punto del discorso è come i vari tipi di costruzioni reagiranno al fuoco.
      Il fuoco viene usato più volte nella Scrittura come simbolo con riferimento al giudizio di Dio (Ma 3:2; Mt 3:10; 25:41). Come non c’è scampo per chi si trova intrappolato in un incendio, allo stesso modo non c’è modo di evitare che Dio abbia l’ultima parola nella nostra vita. Per chi non si trova sul fondamento che è Cristo, questo fuoco agirà come giudizio per i peccati commessi e che rimangono sul conto del peccatore (Gv 3:36). Per la persona, invece, che è stata perdonata dalla grazia di Dio, il fuoco vaglierà tutto ciò che è stato fatto in seguito alla sua rigenerazione (cfr. Ef 2:8-10). Non si tratta di un fuoco purificatore, come potrebbe essere quello ipotizzato per il fantomatico “purgatorio”, frutto dell’immaginario di Dante e del catechismo della chiesa cattolica. Piuttosto è un fuoco discriminatorio e ha a che fare con “l’opera di ciascuno” (v. 13). Per farci comprendere in che modo è discriminatorio, Paolo presenta due categorie di materiali, quelli che rimangono dopo il passaggio del fuoco — “oro, argento, pietre di valore” — e quelli che vengono interamente consumati dal fuoco — “legno, fieno, paglia” (v. 12).
      Il modo in cui Paolo presenta il “giorno di Cristo” in questo brano appare, a prima vista, terrificante. Tale giorno “renderà visibile [l’opera di ognuno]”. Ma, a meglio guardare, la prospettiva è più solenne che terrificante, in quanto ci sprona a costruire con materiali che sono consoni con l’unico fondamento che è Cristo. Notiamo tre cose che Paolo sottolinea in questi versetti:
      1. A Dio interessa più la qualità che la quantità di ciò che facciamo. Dove leggiamo: “e il fuoco proverà quale sia l’opera di ciascuno” (v. 13), nel testo greco la parola “opera” è seguita dal pronome correlativo hopoion, che significa “di quale genere o qualità”. Mentre sta a Dio stabilire quali doni mi vengono conferiti, quali ministeri mi vengono affidati e in quali operazioni io mi troverò coinvolto (12:4-7), sta a me pensare alla qualità del mio contributo. Per assicurare che essa sia durevole, devo permettere che Dio, che è luce, illumini il mio cammino, attraverso la sua Parola e la guida dello Spirito; se no, rischio davvero di fare un fuoco di paglia.
      2. Dio promette una ricompensa, alla seguente condizione: “Se l’opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa” (v. 14). Altrove apprendiamo che un aspetto della fede che Dio gradisce è la fiducia che egli “ricompensa tutti quelli che lo cercano” (Eb 11:6). Una corretta concezione del Dio vivente e vero comprende anche la sua generosità che lo porta a premiare chi gli è stato fedele. Da parte nostra è giusto che facciamo tutto ciò che facciamo come espressione di gratitudine per la grazia ricevuta, anche perché sappiamo che in fondo non meritiamo nulla. Ma Dio sceglie liberamente di ricompensare coloro che costruiscono sul fondamento “già posto, cioè Cristo Gesù”. A proposito dei destinatari della Lettera agli Ebrei, leggiamo: “Dio infatti non è ingiusto da dimenticare l’opera vostra e l’amore che avete dimostrato per il suo nome con i servizi che avete resi e che rendete tuttora ai santi” (Eb 6:10).
      3. La certezza della salvezza prescinde dalla ricompensa (v. 15). La prospettiva della “prova di fuoco” non rassomiglia a una “spada di Damocle” sopra la testa di coloro che sono “in Cristo Gesù”. Chi non ha costruito nulla di durevole — ovvero ciò che ha in vista la sola gloria di Dio — vedrà arso tutto ciò che ha creduto di aver costruito e, quindi subirà un grave danno. “Ma egli stesso sarà salvo” e ciò proprio perché la salvezza è per grazia e non per opere. Questa precisazione avrebbe permesso ai Corinzi di considerare con calma ciò che stavano costruendo con la loro vita e, soprattutto, la sua qualità e la sua compatibilità con il fondamento sostanziale e dottrinale già posto da Dio. D’altra parte, il rischio di vedere tutto arso costituisce un solenne avvertimento per ognuno di badare a come vi costruisce sopra.
     
     
Per la riflessione personale e lo studio di gruppo
     

      1. Che cos’è la carnalità di cui Paolo parla in questo capitolo? Come si potrebbe descrivere un credente carnale oggi?
     
2. Come possiamo fare per essere certi di costruire qualcosa sull’unico fondamento che supererà la prova di fuoco nel giorno di Cristo?
     
3. Perché è impossibile basare la credenza cattolico romana nel purgatorio su questo brano?
     

(6. continua)
     
      Rinaldo Diprose