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La necessità di arginare il relativismo dilagante


“NON VI METTETE CON GLI INFEDELI” (III)


Un commento a 2Corinzi 6:14


I comandamenti del Signore ci sono sempre rivolti per consentirci di godere le benedizioni del nuovo cammino vissuto sotto la sua guida. Il disattenderli ci espone, di conseguenza, a gravi rischi ed a conseguenze negative.
     

Il rischio dei fidanzamenti e dei matrimoni misti
     
      “Non mettetevi con gli infedeli!”, tuona l’apostolo Paolo in 2Corinzi 6:14. Oltre al sincretismo religioso e alle società di lavoro, un campo d’applicazione di questo versetto viene spesso individuato nell’illiceità, davanti a Dio, dei fidanzamenti e dei matrimoni fra credenti nati di nuovo e persone che non appartengono a Cristo.
      Nella società occidentale moderna si tende a far sfumare ogni differenza religiosa ed a limare ogni spigolo morale. In nome della tolleranza si è pronti ad accogliere qualsiasi sètta religiosa, e per far trionfare il pluralismo si è capaci di giustificare qualunque realtà etica che in passato sarebbe risultata illecita o almeno scomoda. Se pullulano senza problemi i circoli magici o esoterici, se l’omosessualità è ormai vista come una normale alternativa morale, se il satanismo attira sempre più adepti, è ancora possibile parlare, oggi, di santità nel matrimonio e di necessità che il cristiano scelga il suo coniuge fra coloro che condividono appieno la sua fede in Dio?
      Anche se tutto il mondo dicesse il contrario, anche se corressimo davvero il rischio di essere derisi o perseguitati, non potremmo far altro che proclamare la Verità della Parola di Dio (cfr. At 5:29), tenendo alta l’unica fiaccola in grado di illuminare questo mondo di tenebre, fino al ritorno di Cristo (cfr. Fl 2:15-16).
      Convinti che il passo di 2Corinzi 6:14 si applichi anche al fidanzamento e al matrimonio, siamo altresì persuasi che debbano essere sottolineate alcune importanti e radicali differenze fra questi due istituti della vita sociale, allo scopo di applicare in modo saggio ciò che è prescritto da questo versetto della Parola di Dio.
      Il vocabolario della lingua italiana definisce il fidanzamento una “promessa reciproca di matrimonio”, ovvero “la condizione che ne consegue e che dura fino al matrimonio” (Devoto-Oli p. 441). Nella nostra società è sempre più raro trovare coppie che si assumono delle reali responsabilità, e così pure è piuttosto raro trovare coppie che decidono di “fidanzarsi”, cioè di prendere un impegno reciproco, magari davanti a Dio e agli uomini, di intraprendere un cammino che li porterà a quell’impegno duraturo e stabile che è il matrimonio. Ancora più raro è trovare coppie di fidanzati che s’impegnano anche ad arrivare al matrimonio senza aver “consumato” rapporti sessuali, come invece prescrive la Parola di Dio.
      Davanti a questa realtà di fatto, riteniamo più giusto applicare 2Corinzi 6:14 non solo ai “fidanzamenti” in senso classico ma a tutte le situazioni di legame affettivo, fra un ragazzo e una ragazza, che vadano oltre l’emozione di una sera e si protraggano in qualcosa di almeno leggermente più serio. Fermo restando il chiaro divieto di Dio per i rapporti pre-matrimoniali, che rientrano nella categoria biblica della “fornicazione”, riteniamo che il divieto di accoppiarsi con gli infedeli non si limiti a quei giovani credenti che si “fidanzano” nel senso che abbiamo esposto poc’anzi. Il brano di 2Corinzi 6:14, a nostro parere, oggi si può e si deve estendere a coloro che “si mettono insieme”, purtroppo anche fra giovani credenti evangelici, senza nessun chiaro impegno davanti a Dio e agli uomini. Limitare l’applicazione del testo biblico ai soli ”fidanzamenti” classici significherebbe eluderne la precettività ed applicarla solo ad una parte assai marginale dei legami affettivi odierni.
      Ogni giovane cristiano ha il dovere di ricercare la cosiddetta “anima gemella” soltanto fra gli altri credenti, pregando e ben ponderando perché trovi davvero la persona giusta sotto i vari profili. Solo così il Signore benedirà la vita del giovane credente: questa prova della fede porterà sicuramente sofferenze e travagli, ma il premio di Dio ricompenserà abbondantemente chi avrà sopportato e superato la prova.
      Il fidanzamento, davanti al Signore, ha qualcosa in più rispetto al matrimonio, qualcosa che lo distingue radicalmente da quest’ultimo: il fidanzamento si può sempre sciogliere, il matrimonio no, salvo nei casi eccezionali previsti dalla Scrittura (Ro 7:2; Mt 19:9; 1Co 7:15). Da questo punto di vista, pertanto, se il giovane credente deve prestare la massima attenzione alla scelta del fidanzato o della fidanzata, il periodo di preparazione al matrimonio dev’essere anche utilizzato al meglio per conoscersi sotto vari aspetti, tranne quello fisico, ben sapendo che davanti a Dio non può esistere legittimo scioglimento del vincolo coniugale se non nei casi eccezionali da Lui stesso contemplati.
      Non si può nascondere che anche la rottura di un fidanzamento provochi sofferenze e lacerazioni, specie se esso si protrae per anni e se aveva magari già coinvolto anche le famiglie dei fidanzati.Ma ciò non toglie che la Bibbia non parla mai di indissolubilità del fidanzamento, al contrario di quanto proclama con fermezza per il matrimonio.
      La scelta del partner con cui dividere il resto della propria esistenza terrena è di fondamentale importanza per tutti gli uomini e le donne, ma ancor più per un cristiano che conosce il pensiero di Dio circa l’indissolubilità del matrimonio. Anche qui, il divieto di 2Corinzi 6:14 è posto dal Signore non come un capriccio col quale creare problemi e sofferenze, ma come un’ulteriore dimostrazione che l’Eterno conosce bene i dolori che si possono vivere in un matrimonio con un incredulo, e pertanto vieta ogni legame coniugale con persone che non siano nate di nuovo.
      In una società dove la “convivenza” è sempre più diffusa, anche se contraria alla volontà di Dio, riteniamo che sia necessario estendere il divieto di 2Corinzi 6:14 oltre i confini dei vincoli matrimoniali classici. I credenti non dovrebbero mai farsi risucchiare dall’andazzo di questo mondo, ma conoscendo la debolezza della carne crediamo di essere realisti nell’affermare che esistano legami “ufficiosi” che coinvolgono anche i credenti, legami che sostituiscono sia il fidanzamento che il matrimonio.
      Un’altra differenza va posta fra questi due istituti, stavolta in modo trasversale. Una differenza che riguarda sia il fidanzamento che il matrimonio, anche se con sfumature diverse. Riteniamo che non possano essere messi sullo stesso piano due situazioni ben diverse fra loro: un credente che si fidanza o si sposa con un incredulo, ed una persona già fidanzata o sposata che si converte a Cristo.
      Del primo caso abbiamo già parlato in precedenza. È nostra convinzione che 2Corinzi 6:14 si applichi interamente a questo genere di situazioni e che, pertanto, vi sia un esplicito e categorico divieto di fidanzarsi o sposarsi con persone che non condividono la nostra stessa fede in Cristo. Possono esservi casi in cui occorre avere grande discernimento dal Signore, ma anche in queste ipotesi è bene sottolineare che, nel dubbio, è sempre meglio ubbidire che rischiare di disubbidire al Signore. È troppo rischioso legarsi ad una persona che forse è un credente. Non è forse meglio fidanzarsi e sposarsi con chi è sicuramente un figlio di Dio?
     
Ben diverso, a nostro parere, è il caso di chi, già fidanzato o sposato, si converte a Cristo e si trova nel dilemma di cosa fare del rapporto già esistente col suo partner. In questo caso, bisogna distinguere l’ipotesi del matrimonio da quella del fidanzamento. Per il matrimonio vale la disposizione contenuta in 1Corinzi 7:12-16, dove sta scritto di non mandare via il coniuge incredulo (vv. 12-13), e di reputarsi libero o libera soltanto laddove è il partner a separarsi e ad allontanarsi per sempre.
      Per i fidanzati, invece, il discorso è più delicato e non ci sembra opportuno creare rigide disposizioni al riguardo, in assenza di chiare determinazioni bibliche. A nostro parere, una grande distinzione va fatta a seconda che il fidanzato incredulo mostri o meno qualche interesse per il Signore. In caso negativo, siamo persuasi che il giovane cristiano non abbia scelte davanti al Signore: se vuole ubbidire a 2Corinzi 6:14 dovrà lasciare il suo fidanzato o la sua fidanzata, anche se questo comporterà senz’altro delle sofferenze, forse anche notevoli. Anche qui, possiamo essere sicuri che le benedizioni che Dio riverserà sul Suo figlio ubbidiente non saranno da paragonare alle afflizioni che occorrerà subìre.
      Diverso è il caso in cui il fidanzato o la fidanzata increduli manifestano interesse per la Parola di Dio, magari anche con qualche titubanza iniziale. La preghiera, in questi casi, è quella di avere discernimento da Dio se tale interesse sia reale e personale ovvero sia dovuto all’aver compreso il rischio di poter perdere, in caso contrario, il proprio fidanzato. Ma se la ricerca è sincera, siamo convinti che in questi casi tutta la chiesa dovrà pregare incessantemente per la conversione di questa persona, creando le situazioni più disparate affinché tale conversione possa realizzarsi.
      Allo stesso tempo, sarà necessario chiarire con il fidanzato credente che il futuro del loro rapporto è legato soltanto alla reale conversione di entrambi. In caso contrario, il giovane convertito deve sapere con tutta chiarezza che dovrà lasciare la sua fidanzata se vuole ubbidire al Signore. L’amore, in questi casi, deve assolutamente andare a braccetto con la fermezza, e mai solo l’uno o solo l’altra dovranno contraddistinguere i credenti di quella chiesa locale, specialmente per il bene del giovane credente appena convertito.
     
     
“CON GLI INFEDELI…”
     

      Il secondo elemento di fondamentale importanza nell’ambito del comandamento di 2Corinzi 6:14 è quello relativo ai soggetti rispetto ai quali Dio ordina ai Suoi figli di non accoppiarsi. I cristiani non devono mettersi insieme, non devono diventare una cosa sola con una specifica categoria di persone: “gli infedeli”.
     
     
Che cosa significa “infedeli”?
     

      Secondo la lingua italiana, si chiama “infedele” chi “professa una religione diversa dalla propria”, e ciò può valere sia “per coloro che non seguono la religione cristiana” sia, all’interno dell’islam, “per chi non crede in Allah” (Devoto-Oli, p. 565).
      Il sostantivo “infedele” può rievocare panorami spettrali di crociate cattoliche o di genocidi musulmani, per cui questo termine non è molto gradito nell’odierno mondo occidentale. Eppure la Scrittura lo adopera, anche in 2Corinzi 6:14, per cui dobbiamo sforzarci di capire ciò che il Signore vuole dirci nella Sua Parola e, se necessario, dobbiamo modificare le nostre convinzioni o i nostri pregiudizi in materia.
      Ci sembra doveroso, innanzitutto, esaminare il termine greco usato nella lingua koinè in cui fu scritto il Nuovo Testamento. Nei manoscritti originali, in 2Corinzi 6:14 troviamo il sostantivo maschile àpistos, nella sua forma apistòis, che è dativo plurale. Questo termine è presente 23 volte nel Nuovo Testamento, soprattutto nella 1Corinzi (6:6; 7:12, 13, 14, 15; 10:27; 14:22, 23, 24), ed altre due volte nella 2Corinzi: in 4:4, dove si afferma che il Vangelo “è velato per gli increduli, e in 6:15 quando viene stabilito che non vi può essere alcuna “relazione tra il fedele e l’infedele.
      Il vocabolo greco in questione è formato da un prefisso privativo a- e da un suffisso che deriva dal verbo pistèuo, il quale contiene tre significati diversi e collegati fra loro: “avere fede, nutrire fiducia o speranza certa, essere fedele e ubbidiente”. Il nostro vocabolo, che ha un significato negativo, può essere utilizzato sia come aggettivo sia come sostantivo: in quest’ultima accezione, esso rende soprattutto l’idea di chi non ha fiducia in qualcosa o qualcuno, e si riferisce in primo luogo a coloro che non vivono una reale dimensione di fede nel Dio vivente e vero, fede che li porti ad una vita di ubbidienza alla Sua Parola e di speranza viva nelle Sue promesse.
      In Luca 12:46, per esempio, il Signore parla della “sorte degli infedeli, riferendosi a coloro che non conoscono Dio o non Gli ubbidiscono; mentre in Giovanni 20:27 il Cristo risorto esorta con amore il Suo discepolo Tommaso, dicendogli: “non essere incredulo, ma credente!”.
      Sarà soprattutto l’apostolo Paolo ad usare questo vocabolo nella sua accezione di sostantivo, quando parlerà di coloro che non hanno la fede in Gesù Cristo e pertanto si distinguono nettamente dai figli di Dio. Ciò all’interno della famiglia, dove il marito o la moglie “non credente” sono ben distinti dal coniuge cristiano (1Co 7:12-15), ma anche nei rapporti tra la Chiesa e il mondo, per esempio quando l’apostolo stigmatizza il fratello che processa il fratello “dinanzi agl’infedeli (1Co 6:6), oppure quando affronta la questione degli inviti fatti da “qualcuno dei non credenti(1 Co 10:27). Anche nel parlare dell’ordine nei culti, Paolo distingue nettamente tra i “credenti” e i “non credenti” (1Co 14:22-24) e lo fa anche quando parla del dovere cristiano di provvedere ai propri parenti: se tale dovere non viene adempiuto, il fratello diventa “peggiore di un incredulo (1Ti 5:8).
      La distanza tra i figli di Dio e i pagani è ancora più forte in brani come Tito 1:15, dove lo Spirito Santo attesta che “tutto è puro per quelli che sono puri; ma per i contaminati e gli increduli niente è puro; anzi, sia la loro mente sia la loro coscienza sono impure”. Molto chiare sono anche le parole di Apocalisse 21:8, quando il giusto Giudice afferma che “gli increduli” saranno fra i condannati al destino eterno dello stagno ardente di fuoco e di zolfo.
      Le differenze di status fra un credente ed un incredulo sono assai marcate nella Bibbia e dobbiamo stare attenti a non relativizzarle, magari solo perché ciò risulta “fuori moda” o addirittura “settario” per la maggior parte delle persone che ci circondano. Dio sottolinea alquanto tali differenze, perché vuole che tutti gli uomini siano salvati e passino dalla Sua parte, dalla morte alla vita, dal potere di Satana al Suo regno di luce, dal mondo alla Sua chiesa. Egli ha dato a noi il ministero della riconciliazione: siamo pronti a viverlo fino in fondo, evidenziando anche le profonde differenze che esistono tra i veri cristiani e gli altri uomini, affinché questi ultimi siano salvati?
      Come si è potuto notare, il termine apistos, nella sua accezione sostantivale, viene tradotto sia “infedele” che “incredulo” o “non credente”. Nel brano di 2Corinzi 6:14 troviamo quasi sempre “infedele”, forse per sottolineare che ai cristiani era (ed è) richiesto un livello molto alto di fedeltà alla Bibbia e quindi di rettitudine morale, livello assai diverso dall’immoralità dilagante nel mondo pagano di allora (e di oggi). I figli di Dio sono diventati delle nuove creature in Cristo, ed essendo sale e luce del mondo devono ben distinguersi da coloro che vivono nel peccato perché non credono in Cristo. Essi sono santi agli occhi di Dio e sono sulla via della santificazione, nella quale è assolutamente necessario che la loro condotta si distingua da quella dei pagani o “infedeli”.
      Alla fine della sua prima lettera ai Corinzi, l’apostolo Paolo aveva ricordato che “le cattive compagnie corrompono i buoni costumi” (1Co 15:33) e, nei versetti successivi a quello al nostro esame, egli spiegherà ampiamente alcuni dei motivi che tracciano un profondo solco fra queste due categorie di persone, i credenti e gli infedeli, rendendole incompatibili sotto diversi aspetti.
     
     
Chi sono gli “infedeli”?
     

      Il comandamento di 2Corinzi 6:14 ha carattere generale e necessita di applicazioni chiare e sagge, nel tempo e nello spazio. Con ogni probabilità, come abbiamo visto in precedenza, l’apostolo Paolo in questo versetto si riferisce soprattutto alla partecipazione dei figli di Dio a pratiche d’idolatria, ma abbiamo individuato anche altri due possibili campi d’applicazione del nostro comandamento. Una domanda, a questo punto, è di rigore: in che termini si può parlare, oggi, di “infedeli” anche nelle società d’affari nonché nei fidanzamenti e nei matrimoni?
     
Se “infedele” significa “colui che non ha la fede vivente nell’unico vero Dio”, si può innanzitutto affermare che2 Corinzi 6:14 vale oggi per tutti coloro che si professano atei e che appartengono solo nominalmente a qualsiasi religione. Chi non ha un rapporto personale e quotidiano col Signore Gesù Cristo non può neanche avere quella fede che traccia il confine tra il credente e l’incredulo. Se ciò vale per l’ateo e l’agnostico, che dichiarano essi stessi di non credere in Dio, vale pure per coloro che affermano di appartenere a una qualsiasi religione pur vivendo la loro esistenza senza tener conto della volontà dell’Eterno per la loro vita. Siano essi cattolici o ebrei, musulmani o evangelici, siamo persuasi che 2Corinzi 6:14 impedisca ai figli di Dio un qualsiasi rapporto duraturo e profondo con tale genere di persone.
      Il credente, pertanto, eviterà di fare società di lavoro con loro ed eviterà anche di legarsi sentimentalmente o addirittura di sposarsi. Forse il problema dell’idolatria non sussisterà con persone di tal genere, ma laddove queste ultime avessero delle abitudini religiose di qualsiasi tipo, il figlio di Dio eviterà pure di parteciparvi attivamente e/o assiduamente, per non rischiare qualsiasi tipo di contaminazione spirituale. “Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre, anzi piuttosto denunciatele”, dirà altrove l’apostolo Paolo (Ef 5:11).
      Discorso più difficile è quello relativo alle persone che hanno una fede che vivono e praticano, ma si tratta di un dio che non corrisponde a quello della Bibbia. Parliamo, in particolare, di persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana: in questo campo c’è sempre il rischio di essere settari o, al contrario, ecumenici. Che lo Spirito Santo ci illumini e ci dia saggezza in questi casi!
      Noi siamo convinti che nessuna società di lavoro, nessun fidanzamento e matrimonio, nessun compromesso religioso vada fatto con persone che non credono nella Bibbia come unica Parola di Dio ed in Cristo come unico Salvatore e Signore della loro vita. Di conseguenza, per ubbidire al Signore un credente non si legherà, in nessuno dei tre campi precisati, per esempio ad un musulmano, a un indù o a un testimone della torre di guardia. Se essi davvero seguono la loro religione, non potranno avere la fede vivente nell’unico vero Dio, Gesù Cristo, e nella Sua divina Parola.
      Per quanto concerne, invece, il mondo cristiano, siamo persuasi che quanto appena detto valga, in linea di massima, anche per le persone le quali si riconoscono in confessioni cristiane che non proclamano con chiarezza le due dottrine, cristologica e bibliologica, sopra riportate. Ci riferiamo, per esempio, alla chiesa cattolica e a quella ortodossa: se alla Bibbia dobbiamo aggiungere le tradizioni, se a Cristo dobbiamo aggiungere la madonna o i sacramenti, ecco che siamo fuori dal cristianesimo biblico e quindi dalla Chiesa di Gesù Cristo.
      Di conseguenza, un credente eviterà di creare anche uno solo dei legami precisati con questo genere di persone, se tali legami saranno troppo stretti e duraturi. Con ciò non vogliamo certamente affermare che non possano esistere persone convertite o sulla strada della salvezza in confessioni religiose diversa da quella cristiana evangelica. Ma anche l’esperienza insegna che se tali persone sono già credenti, lo Spirito Santo illuminerà il loro cuore e normalmente lasceranno la loro chiesa d’origine per entrare nella Chiesa di Cristo. Se, invece, queste persone sono sulla via della salvezza, occorrerà pregare e testimoniare affinché si convertano, e solo dopo che ciò accadrà il figlio di Dio sarà libero di fidanzarsi o di stipulare società d’affari con loro.
      Il discorso non è agevole neppure nei confronti delle persone che frequentano assiduamente altre denominazioni evangeliche, sia quelle protestanti storiche (es. luterana, valdese) sia quelle diverse dalla propria. In tali ipotesi, siamo persuasi che bisognerà rispondere con onestà ad alcune semplici domande, del tipo: “La persona con cui voglio legarmi, è veramente nata di nuovo?”, e poi: “Ama davvero il Signore e sta servendoLo nella sua chiesa locale?”, e poi ancora: “Le differenze dottrinali, esistenti fra di noi, sono così importanti da creare difficoltà per un pari consentimento in questioni di ordine pratico?”.
      Se a tutte queste domande, e ad altre simili, possiamo rispondere affermativamente senza troppi problemi, noi riteniamo che, dopo esserci consigliati con i responsabili della nostra chiesa ed aver pregato a lungo, si possa anche stipulare una società di lavoro o fidanzarsi con questa persona. Siamo altresì convinti che la soluzione più agevole ed efficace sia comunque quella di realizzare questo genere di vincoli con persone con le quali godiamo la più piena comunione in ogni aspetto spirituale e materiale.
     
     
L’atteggiamento dei responsabili di chiesa
     

      Il comandamento di 2Corinzi 6:14 non si dirige solo verso i singoli credenti e non riguarda soltanto il loro personale rapporto con l’Eterno. Esso coinvolge necessariamente la chiesa locale cui appartengono i figli di Dio e, con la chiesa locale, coinvolge anche i suoi responsabili. Se è vero che la chiesa è un corpo spirituale e che il dolore di un membro si ripercuote sugli altri (1Co 12:12, 26) l’eventuale violazione di un comandamento come quello che stiamo esaminando non può lasciare indifferente la chiesa locale ed i suoi responsabili.
      Quale dev’essere l’atteggiamento degli anziani di una comunità cristiana in relazione a questa materia? Innanzitutto siamo persuasi che, anche in tale campo, sia meglio prevenire che curare. A questo scopo, è necessario che vi sia un chiaro e continuo insegnamento nella chiesa locale, sia dai pulpiti che nei gruppi giovanili, sia con le parole che con l’esempio di vita. È evidente che non si può predicare, la domenica, su 2Corinzi 6:14 e poi, il lunedì, riprendere il proprio lavoro da socio di un’impresa con uno o più increduli. Allo stesso tempo, è chiaro che serve a ben poco esporre un bellissimo messaggio sui pericoli del fidanzamento con gli infedeli se poi non si ha un rapporto vitale e una reale confidenza con i giovani della chiesa, per cui essi possano parlare apertamente col predicatore e fare domande al di là del sermone ascoltato.
      In questi frangenti si potrà constatare, peraltro, quale grado di conoscenza del gregge hanno gli anziani e quale livello di confidenza e di comunicazione esiste fra le guide della chiesa e gli altri credenti. Se di certe vicende gli anziani vengono a conoscenza troppo tardi, o più in generale non conoscono bene le proprie “pecore”, gli anziani stessi potrebbero intervenire in un momento o in un modo sbagliato, creando più problemi di quanti speravano di risolvere.
      In ogni caso, in tutti e tre i campi di vita che abbiamo esaminato in questo e nei due articoli precedenti (sincretismo religioso, società di lavoro o d’affari e fidanzamento o matrimonio), laddove dovessero verificarsi situazioni che possano portare a una disubbidienza, crediamo sia necessario che i responsabili di chiesa intervengano, e che lo facciano con fermezza e con tatto allo stesso momento. Riteniamo che sia necessario spendere molto tempo in preghiera per questo genere di problematiche, allo scopo di farsi guidare da Dio intorno al quando ed al come intervenire. C’è sempre il rischio di essere come elefanti in mezzo a vasi di cristallo oppure, al contrario, di essere troppo delicati e inefficaci.
      Se fermezza e tatto sono necessari per esortare ad evitare la formazione di società di lavoro o la partecipazione ad eventi religiosi compromettenti, fermezza e tatto sono ancora più importanti in relazione ad eventuali fidanzamenti o matrimoni con increduli. A seconda dei casi, ed anche a seconda della fase in cui si trovano i credenti implicati nella disubbidienza a 2Corinzi 6:14, anche l’esperienza insegna che potrà bastare una bella chiacchierata oppure occorrerà procedere ad una o più esortazioni e, se necessario, anche ad ammonizioni: ciò allo scopo di mettere dinanzi agli occhi spirituali degli interlocutori i rischi che essi corrono e le possibili conseguenze delle loro eventuali scelte sbagliate. In ogni caso, sarà necessario confidare non nelle proprie capacità o nella propria autorità (Pr 3:5,7), quanto piuttosto nella potenza e nella misericordia di Dio, affinché nessun credente compia scelte contrarie alla volontà del Signore espressa in 2Corinzi 6:14.
      Se, però, tali disubbidienze si verificano, siamo convinti che con altrettanto amore e fermezza bisognerà ufficialmente esortare e ammonire i credenti a tornare indietro ed a ravvedersi, prima di procedere ad eventuali sanzioni disciplinari nei loro confronti. Per il sincretismo religioso, ciò dovrebbe essere più facile, mentre maggiori problemi potrebbero esserci per le società d’affari e per i fidanzamenti. Anche in questi casi, affinché il ravvedimento si verifichi sarà necessario che gli anziani vivano in preghiera la problematica e che alimentino (meglio insieme!) la loro fiducia nel nostro Dio, potente e benigno.
      Se ciò non dovesse accadere, siamo persuasi che sarà necessario procedere ad individuare i mezzi sanzionatori più opportuni, dal momento che ci si troverebbe dinanzi a un tipico caso di vita disordinata e disubbidiente (cfr. 2Te 3:6-12). Anche qui ci vorrà grande saggezza dall’Alto e, caso per caso, gli anziani potranno decidere di limitare la partecipazione del credente disciplinato alle attività di chiesa oppure passare risolutamente alla scomunica o ancora consegnarlo in man di Satana. Si tratta, vogliamo sperare, di situazioni-limite e di sanzioni eccezionali. La nostra preghiera è che il Signore abbia pietà della sua Chiesa e dei Suoi figli e che, di conseguenza, possiamo evitare queste incresciose situazioni.
     
     

(3.continua)
     
     
Giuseppe Martelli