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radici




    EDITORIALE

      In queste settimane è in corso un acceso dibattito sulla legittimità della pressante ed insistente richiesta del Vaticano, ossequiosamente supportata da alcuni partiti politici, perché nella carta costituzionale dell’Unione Europea venga collocato un preciso riferimento alle “radici cristiane” dell’Europa e venga, almeno una volta, nominato il nome di “Dio”. Questa richiesta è la testimonianza evidente delle pretese temporali della chiesa cattolica che, continuando a ritenere di essere il regno di Dio sulla terra, si sente in dovere di imporre la sua visibilità e la sua autorità ai regni di questo mondo. Il dibattito che è tuttora in corso ci suggerisce due interrogativi:
      • Si può parlare di “radici cristiane” a proposito della vita e del cammino di un popolo o, nel caso specifico, di un insieme di popoli?
      • Cosa dobbiamo intendere, in senso biblico per “radici cristiane”?
      Il significato di “radice”, quando si parla di ideali filosofici o religiosi, “è riconducibile ai concetti di causa o di fondamento, di base o di origine” (così recita il dizionario Devoto-Oli); dovremmo perciò dedurne che, secondo alcuni, la persona di Cristo e il messaggio cristiano costituirebbero la causa o il fondamento, la base o l’origine dell’Europa. Ora, oltre a dover oggettivamente prendere atto che i popoli dell’Unione Europea, presi nel loro insieme (siano essi a maggioranza cattolica o protestante o ortodossa, non fa ahimé molta differenza), non danno certo testimonianza di avere Cristo come “radice” della loro vita spirituale e morale, sociale ed economica, dobbiamo ancora una volta ricordare che il messaggio dell’Evangelo non si rivolge alle masse, ai popoli, ma alle singole persone, agli individui. Davanti al messaggio di Cristo che chiama gli uomini a compiere scelte individuali, è assurdo parlare di “radici cristiane” in riferimento ad intere nazioni: una pretesa del genere rivela quanto l’Evangelo sia ancora un messaggio incompreso e quanto le religioni di massa ne abbiano di conseguenza bloccato l’efficacia salvifica e rinnovatrice.
      L’apostolo Paolo ricorda, e qui rispondo alla seconda domanda, che occorre aver “ricevuto Cristo” per poter essere “radicati in lui” (Cl 2:6). Quindi si può legittimamente parlare di “radici cristiane” solo in relazione alla vita di una persona (mai di un popolo!) che, avendo accolto Cristo nella propria vita, con scelta personale, responsabile e pienamente consapevole, lo ha eletto a “causa”, a “fondamento”, a “base”, a “origine” di ogni sua scelta. Le “radici cristiane” non sono dunque quelle impropriamente certificate da una pur importante carta costituzionale, non sono cioè quelle scritte “su tavole di pietra”, ma sono quelle che “lo Spirito del Dio vivente” ha scritto “su tavole che sono cuori di carne” (2Co 3:3). Qualcuno ha significativamente ricordato che il cristiano è simile a una pianta rovesciata: le sue radici sono in alto, “lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio” (Cl 3:1), mentre la bellezza delle sue fronde e, soprattutto, la ricchezza dei suoi frutti è visibile in basso. Le radici della religione continuano a rivelare la vana presunzione di portare la terra in cielo, le “radici cristiane” permettono di mostrare il cielo sulla terra.
      E che dire, infine, a proposito dell’insistenza di introdurre nella carta europea il nome di“Dio”? Beh, se ciò accadesse davvero, dovremmo tristemente prendere atto che, ancora una volta, “il nome del Signore” è stato pronunciato “invano”.

Paolo Moretti