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quale traccia?




    EDITORIALE

     

Qualche sera fa mi sono commosso, salutando i trentasette bambini che negli ultimi cinque anni hanno “animato” le mie giornate di lavoro: quando si crea un particolare legame affettivo fra insegnante e alunni, il distacco crea sempre emozioni perché ogni relazione, soprattutto se vissuta per un lungo periodo di tempo, lascia in noi una traccia nel ricordo, nella memoria, nella vita. Ognuno di questi bambini lo ricorderò per una sua particolare caratteristica: trentasette bambini, trentasette tracce! E sono tracce formate da tanti impronte: la voce, gli sguardi, il modo di muoversi e camminare, l’abbigliamento, i profumi, gli episodi... Come dimenticare, ad esempio, il bambino che, abitando vicinissimo al Tevere, si è lamentato, il giorno dopo aver ascoltato il racconto della leggenda di Romolo e Remo, perché era andato sulla riva del fiume a cercare quei due “citti” (“ragazzi” nel dialetto locale) e non li aveva trovati? O il bambino che, immaginando in un testo la sua vita nella pancia prima di nascere, ha scritto che non sopportava che la mamma stesse al sole perché intorno a lui “le acque bollivano”? O il bambino che, mettendo in relazione grammatica italiana e geografia, voleva scegliere, come Stato su cui fare una ricerca, il “Participio di Monaco”? E potrei continuare... Se ogni insegnante avesse il tempo e la costanza di annotare frasi ed episodi, potrebbe scrivere un libro, raccontando le “cose” simpatiche che accadono in classe.
      Certo, in questo momento la mia mente è piena di ricordi, di tracce, ma – mi sono chiesto – qual è la traccia che i miei alunni conserveranno di me? E, più in generale, qual è la traccia che di me conservano le persone con cui, tutti i giorni o anche sporadicamente, ho relazione?
      Ricordo che una volta strinsi la mano ad una persona per salutarla, ma, appena tornato a casa, corsi subito a lavare la mia mano perché vi era rimasta traccia di un profumo che non gradivo. Le tracce che ho lasciato nelle persone che ho incontrato faranno la stessa fine? Gli altri “si laveranno le mani” perché la mia traccia li ha nauseati? Oppure non sentiranno neppure il bisogno di “lavarsi” perché non ho lasciato in loro alcuna traccia?
      Nella Parola di Dio sono tante le immagini che vengono utilizzate per ricordarmi l’importanza della traccia che, come figlio di Dio, sono chiamato a lasciare negli altri. Dio mi chiama a spandere dappertutto “il profumo di Cristo”, ad essere “una lettera letta e conosciuta da tutti gli uomini”, a “rivestirmi di Cristo”... Quale profumo sentono gli altri quando sono vicini a me? E cosa “leggono” nel mio comportamento e nelle mie parole? E qual è lo stile di vita di cui mi vedono “rivestito”? A volte, certo, è possibile che la traccia del messaggio e della persona di Cristo non sia gradita e che gli altri corrano subito a “lavarla”, per cancellarla e toglierla via dalla loro memoria.
      Ma temo che il più delle volte accada che sia io a non lasciare alcuna traccia del mio passaggio o della mia presenza o, peggio ancora, a lasciare una traccia alla quale ho dato il nome di Cristo, ma senza averne la vita. Ecco, qual è il mio problema: per spandere “il profumo di Cristo”, questo profumo deve piacere prima di tutto a me e devo cospargerne abbondantemente tutta la mia vita; per essere “una lettera di Cristo”, devo permettere a Cristo di incidere il suo messaggio nel mio cuore; se voglio presentarmi “rivestito di Cristo” devo indossare i suoi capi d’abbigliamento: “la misericordia, la benevolenza, l’umiltà, la mansuetudine, la pazienza, il perdono, l’amore”.

Paolo Moretti