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Prima relazione


CAPIRE I TEMPI!
     
     
La “parola profetica” occupa gran parte delle Scritture, ma per cogliere il messaggio che Dio vuol rivelarci attraverso di essa dobbiamo accostarci ad essa senza i pregiudizi posti dal nostro razionalismo o dalle nostre emotività. Solo in questo modo potremo gustarne le ricchezze e comprendere gli avvertimenti che Dio, nella sua grazia, ci rivolge.
     
     
Il valore della parola profetica
     

      Oggi si fa un gran parlare degli “ultimi tempi”, ma spesso si rischia di fornire soltanto immagini stereotipate di deduzioni, di segni indicatori, di interpretazioni più o meno fedeli degli scritti escatologici, senza tuttavia capire fino in fondo il grande respiro spirituale che la parola profetica comporta. È importante perciò comprendere il senso di tale termine nella sua prospettiva più profonda.
      Una delle prime e più subdole seduzioni per le chiese cristiane è infatti quella di perdere di vista il valore della parola profetica e della sua necessità per la vita e per il cammino dei credenti nel presente, al di là dei suoi riferimenti a eventi futuri.


Il significato ampio della parola profetica

      Con i termini profezia e parola profetica spesso si intende solo l’annuncio di eventi che sono da collocarsi nel futuro. In tal senso, profezia significherebbe predizione. Nel mondo pagano si parlava anche di divinazione come equivalente di profezia, ma il Signore decretò un chiaro giudizio su queste pratiche (cfr. De 18:10-12).
      È chiaro dunque che la parola profetica è qualcosa di diverso dalla divinazione e quindi come credenti siamo chiamati a riflettere sul suo vero significato, soprattutto in questi tempi di confusione nei quali si rischia di abusare di tale termine.
      Il fatto di considerare la parola profetica solo come una parola di divinazione è perciò estremamente riduttivo.
      Nella temporalità del mondo visibile, Dio, l’Eterno che per sua natura non è vincolato al tempo, ha “parlato anticamente molte volte e in molte maniere ai padri per mezzo dei profeti” (Eb 1:1). Egli ha cioè voluto rendere intelligibile la rivelazione di Sé stesso e del suo piano di redenzione per l’umanità. Per fare questo si è servito di uomini e donne che fossero la sua voce e che rendessero concreto il suo messaggio nella storia. Come si sa, tutto ciò è stato raccolto negli Scritti Sacri che sono il fedele resoconto di questa autorivelazione progressiva di Dio. Essi sono Parola di Dio. Limitare dunque il valore e l’importanza di questa Parola alle sole predizioni del futuro, non rende onore al privilegio che ogni uomo ha di poter disporre dell’intera rivelazione divina sotto forma scritta.
      Perciò, in quest’ottica, poiché tutta la Bibbia è Parola di Dio ispirata divinamente (cfr. 2 Ti 3:16), qualunque predicazione tratta fedelmente dalla Parola è una predicazione profetica, in quanto il profeta è colui che Dio riveste della sua autorità affinché comunichi la sua volontà agli uomini e li istruisca.
      La parola profetica, perciò, è allo stesso tempo una parola di evangelizzazione, di insegnamento, di ammonizione, di esortazione e di avvertimento. Chi porta la parola profetica deve essere consapevole di riportare – sul piano umano – le parole con le quali Dio desidera entrare in relazione con gli uomini. Deve sapere che sta parlando per conto del Signore, quello stesso Signore che proprio attraverso la parola creò l’universo. “Poiché egli parlò, e la cosa fu; egli comandò e la cosa apparve” (Sl 33:9). Egli, infatti, con la parola “chiama all’esistenza le cose che non sono” (Ro 4:17).
      Le parole pronunciate da Dio hanno quindi una valenza molteplice. L’Eterno, attraverso la parola profetica, comunica perciò la sua volontà agli uomini; trasmette le sue prescrizioni e le sue istruzioni; denuncia il peccato e chiama al ravvedimento; proclama i suoi giudizi; annuncia l’opera di Cristo; esorta e rende partecipi i suoi di ciò che farà, “poiché il Signore, Dio, non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti” (Am 3:7).
      In questo senso la parola profetica è decisamente qualcosa di molto più profondo della sola predizione del futuro.


La parola profetica oggi

      Oggi in certe comunità cristiane quasi ci si dimentica della vera parola profetica. Molte predicazioni sono diventate deboli e soggettivistiche oppure dogmatiche e legalistiche. In altri ambienti, invece, se ne abusa senza alcun criterio biblico, privilegiando gli aspetti emozionali che essa può provocare quando viene strumentalizzata.
      Mi sembra di intravedere un triplo pericolo in tutto ciò: da una parte quello dell’impoverimento dei concetti fondamentali della Scrittura (peccato, ravvedimento, discepolato, santificazione), con il conseguente risultato di una fede superficiale, orientata più all’etica sociale che alla santità di vita. Dalla parte opposta troviamo invece il ritualismo legalista e dogmatico, fautore di nuovi integralismi che svuotano la fede dei suoi contenuti più vivi e spirituali, a favore di una cultualità fatta di mero rispetto di forme esteriori. Al terzo vertice del triangolo si assiste sempre più spesso a fenomeni di pseudoprofetismo scenografico, che esasperano certe manifestazioni d’isteria collettiva di dubbia origine, con l’ansiosa ricerca di segni e miracoli.
      Tra questi tre opposti ci sono numerose e diversificate sfumature dottrinali ed ecclesiali. Non mi permetto di giudicare l’operato altrui, ma credo che nell’ambito dell’argomento che stiamo trattando sia importante fare attenzione anche alle possibili seduzioni che potrebbero mascherarsi anche nelle pieghe del formalismo, del razionalismo teologico o dell’ultracarismaticismo.
      Dunque:
      • La parola profetica ci deve far ritrovare il profondo amore per la Bibbia, quale Parola di Dio; esortandoci a studiarla, investigarla e capirla nel modo che Dio desidera e non secondo le nostre prospettive limitate (cfr. Mt 22:29).
      • La parola profetica ci deve ricordare che “il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potenze, contro i dominatori di questo mon&wdo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono nei luoghi celesti” (Ef 6:12). Essa ci fa comprendere la dimensione completa della nostra sfera esistenziale e ci ricorda di quali armi spirituali il Signore ci ha forniti per sostenere la nostra lotta (cfr. Ef 6:10-18).
      • La parola profetica ci annuncia le cose che devono avvenire (cfr. Ap 1:1,19 e parall.). Questi tre aspetti della parola profetica rappresentano dunque le motivazioni per cui essa è stata data. Gli obiettivi principali sono quelli di informare, di equipaggiare e di esortare alla vigilanza tutti i credenti.
     


Capire i tempi

      La parola profetica deve indurre alla vigilanza, ma la vigilanza presuppone anche la capacità di discernere quei segnali che indicano l’avvicinarsi di un possibile pericolo (cfr. Pr 22:3 e 27:12).
      Perciò coloro che sono in grado di individuare i prodromi di un evento, cioè gli indizi che lo preannunciano, trarranno un beneficio da questa loro attenzione perché non si lasceranno sorprendere.
      Bisogna ammettere che in certi casi si potrebbero incontrare alcune difficoltà nel reperire delle indicazioni oggettivamente chiare riguardo a certi eventi preannunciati. È l’esempio di Noè. Questo patriarca dedicò molti anni della sua vita alla costruzione dell’arca secondo le indicazioni di Dio. Quest’uomo umile e fedele ubbidì al Signore che gli aveva annunciato una grande catastrofe, nonostante non ci fossero dei segni evidenti che facessero presagire quanto stava per accadere.
     
Possiamo trarre un grande insegnamento da Noè. A dispetto della mancanza di segni evidenti, egli ebbe comunque fede nelle parole di Dio e “fece tutto quello che Dio gli aveva comandato” (Ge 6:22). Questa è la dimostrazione di un fatto: prima ancora che al segno, il cristiano – come Noè – deve prestare attenzione alla Parola che indica quel segno, in modo da poterlo interpretare secondo i criteri della parola profetica che lo annuncia, inserendolo nello sviluppo dinamico di eventi collegati fra di loro. “Chi presta attenzione alla parola se ne troverà bene, e beato colui che confida nel Signore” (Pr 16:20).
      Al di là del caso specifico di Noè, la Bibbia contiene una certa quantità di segnali indicatori per gli eventi escatologici. Ai cristiani non mancano gli spunti di riflessione che tengano desta la loro mente e li esortino alla vigilanza. È importante, quindi, che essi imparino a collegare certi segni con gli eventi che li seguiranno, più o meno come i matematici sanno calcolare il passaggio successivo di un’equazione sulla base dei fattori presenti nel passaggio precedente. Il Signore Gesù rimproverò i farisei proprio per la loro incapacità (o non volontà?) di mettere in relazione certi eventi con altri (cfr. Mt 16:2-3).
      Per discernere i segni dei tempi, la parola profetica ci permette di disporre di vari elementi. Dobbiamo imparare a collegare insieme questi elementi, in modo da farci un “modello” il più fedele possibile di ciò che comprendiamo dagli scritti escatologici della Parola.
     

Due errori da evitare

      Il primo errore che i cristiani possono fare è quello di lasciarsi sedurre dall’apparente “normalità” del fluire della storia. I discorsi profetici di Gesù parlano di segni quali guerre, carestie, terremoti, lotte, delitti, falsi profeti, ecc., ma si dice spesso che questi sono tutti elementi che hanno caratterizzato da sempre l’umanità. Ci sono sempre state le guerre; ci sono sempre stati i soprusi, gli omicidi, i furti; ci sono sempre state le eruzioni vulcaniche e i terremoti; ci sono sempre state le grandi epidemie, seguite o precedute da carestie; ovunque sono sorti dei falsi profeti; ecc.
      Di fronte a questi fatti, alcuni potrebbero allora chiedersi: “Dov’è la promessa della sua venuta? Perché dal giorno in cui i padri si sono addormentati, tutte le cose continuano come dal principio della creazione” (2 Pi 3:4).
      Ma qui sta l’inganno!
      Il fatto di pensare che la parola profetica non sia efficace, perché tanto “ciò che è stato è quel che sarà; ciò che si è fatto è quel che si farà; non c’è nulla di nuovo sotto il sole” (Ec 1:9), ci porta a negare a priori la possibilità dell’intervento di Dio nella storia.
      Il secondo errore da evitare è – a mio avviso – quello di crearsi un’immagine mentale statica sia dei personaggi, sia degli eventi descritti dalle profezie e irrigidirsi in essa, pensando che la propria interpretazione sia quella assoluta e certa. Questo ci potrebbe portare a non saper considerare né riconoscere altre eventuali possibilità. È giusto farci un’idea di ciò che accadrà, ma poiché siamo nel campo della profezia, è importante mantenere una certa elasticità nella considerazione e nell’interpretazione dei fatti che accadono attorno a noi. Le nostre supposizioni (quando non sono affiancate da passi biblici chiari) devono rimanere suscettibili di revisione man mano che i segni esteriori divengono più chiari. Per esempio, nel corso dei secoli, molti cristiani hanno creduto – in buonafede – di individuare l’Anticristo in questo o quel personaggio, ma nessuno di quelli era l’ultimo e definitivo Anticristo indicato dalla Scrittura. Perciò, sono convinto che noi possiamo fare l’abbozzo di un disegno definendone i tratti fondamentali, ma il quadro definitivo, con le sue forme e i suoi colori, si realizza solo progressivamente. Essere consapevoli di ciò ci permette di rimanere veramente vigili, perché non veniamo bloccati da un’immagine preconfezionata, ma ci preoccupiamo di cogliere i segni dei tempi con un’ottica di 360 gradi.


Caratteristiche degli Anziani per un corretto approccio alla parola profetica

      Chi ha la responsabilità di guida in una chiesa locale deve possedere delle chiare caratteristiche, segno inequivocabile dei requisiti biblici necessari all’esercizio del ruolo di Anziano. Fra queste ci sono anche quelle relative alle considerazioni della parola profetica.
      Vediamone alcune.
      1.Fede nella Scrittura quale Parola di Dio.
      2. Fedeltà nello studio della Bibbia.
      3. Intelligenza.
      4. Attenzione, vigilanza e amore.
      5. Umiltà.
      6. Cercare informazioni.
      7. Contestualizzare gli insegnamenti profetici.
      8. Avere una giusta percezione del mondo in cui si vive.
      9. Interpretare correttamente i segnali.
      10. Consacrazione.
      Tutte queste caratteristiche devono portare l’anziano a sentire l’urgenza di tenere sempre alta la tensione escatologica, sulla base di un’aspettazione d’amore nei confronti della stupenda e consolatoria promessa che Gesù fece agli apostoli e, di rimando, anche a noi.


Quali segni dobbiamo aspettare?

      L’attenzione e la vigilanza verso i segnali che indicano l’evolversi dei tempi preannunciati da Dio presuppongono che questi si possano reperire in modo abbastanza chiaro e in un numero sufficiente. Se così non fosse, l’esortazione di cogliere con scrupolo i segni dei tempi sarebbe vana e fuori luogo. Se i segni non si potessero scorgere, allora la vigilanza non sarebbe una nostra responsabilità e non avremmo alcuna colpa se non riuscissimo a comprendere gli eventi.
      Perciò, se vogliamo essere sentinelle attente, informate e intelligenti, dobbiamo raccogliere i dati dalle due fonti primarie di informazioni: la Bibbia e il mondo. In entrambe possiamo scorgere un buon numero di indicazioni che devono venire integrate fra di loro come i pezzi di un puzzle che si va formando pian piano sotto gli occhi dei cristiani attenti.
      La parola profetica ci annuncia tutto ciò che dobbiamo sapere e ci esorta alla vigilanza (cfr. Mr 13:23). Poi, la stessa parola profetica ci incoraggia a mettere in relazione ciò che ha annunciato con ciò che vediamo attorno a noi (cfr. Mr 13:28-29).
      Le parti più consistenti dei discorsi profetici di Gesù si trovano al capitolo 24 di Matteo, al capitolo 13 di Marco e al capitolo 21 di Luca. Leggendo quei passi, la prima cosa che appare con molta evidenza è la straordinaria similitudine fra i segni illustrati da Gesù nei Vangeli e i sigilli elencati da Giovanni nel sesto capitolo dell’Apocalisse. In quei passi troviamo la sintesi dei segni che l’umanità dovrà attendersi e che costituiranno l’inizio dei giudizi divini, rappresentati dai sigilli, e successivamente dalle trombe e dalle coppe dell’Apocalisse.
      È significativo che il primo di questi segni, cioè quello che darà il via allo scatenarsi di tutti gli altri, sembra essere rappresentato proprio dalle seduzioni dell’Anticristo, che verrà per ingannare e soggiogare l’umanità sotto il suo dominio. Egli verrà quando gli uomini saranno pronti ad accoglierlo. Né prima né dopo.
      A questo punto è necessario rispondere a una domanda cruciale per la nostra trattazione: quali segni deve aspettare la chiesa?

      Se si esaminano con attenzione i discorsi profetici di Gesù, si nota che dopo aver elencato i terribili avvenimenti che dovranno accadere, il Signore sembra suggerire che i cristiani potranno scampare a tutto ciò (cfr. Lu 21:36,28).
      Significa che il Rapimento della chiesa avverrà prima della Grande Tribolazione?
      Sappiamo che questo è un argomento controverso e non tutti i cristiani lo interpretano e lo sentono allo stesso modo. Eppure esso ha in sé un’intensa componente messianica che dovrebbe tenere alta l’aspettativa di un evento così sconvolgente. Cerchiamo di fare solo una breve considerazione, senza la pretesa di aggiungere qualcosa di nuovo a quanto è già stato scritto su questo tema, e senza alcuna pretesa dogmatica.
      Sostanzialmente, sono tre le grandi correnti interpretative che hanno dato luogo alle diverse posizioni teologiche riguardo ai tempi della fine e al Millennio:
      1. Amillenarista
      2. Postmillenarista
      3. Premillenarista
     
Ognuna di queste situa il ritorno di Gesù in tempi diversi.
      L’apostolo Paolo, in 1 Te 4:15-18, ci offre una luce particolare su questo soggetto, che ricalca pienamente la promessa di Gesù di tornare a prendere i suoi, dopo che gli avrà preparato un luogo (cfr. Gv 14:1-3).
      Se l’evento descritto da Paolo, cioè il Rapimento, può essere messo in relazione con le confortanti parole di Gesù di Lu 21:36,28, allora è lecito dedurre che la chiesa non dovrà subire i giudizi divini della Grande Tribolazione?
      Inoltre, se questi passi li colleghiamo a quanto Paolo dice ancora in 2 Te 2:6-8, sarebbe plausibile affermare che ciò che trattiene la piena manifestazione dell’Anticristo sia la presenza della chiesa? E quindi sarebbe la chiesa che deve essere tolta di mezzo tramite il Rapimento? (Questa interpretazione è quella privilegiata dalla grande maggioranza delle nostre Assemblee, con il nome di dispensazionalismo premillenarista).
      Se così fosse, allora la chiesa non dovrebbe aspettarsi nessun segno particolare, perché tutti quelli indicati da Gesù nei suoi discorsi profetici sarebbero successivi al Rapimento. I segni che potremmo aspettarci sarebbero costituiti verosimilmente da un peggioramento progressivo e sempre più veloce delle condizioni morali e spirituali dell’umanità, da un aumento dell’instabilità economica e politica, nonché da situazioni di disagio dovute a malattie o a catastrofi naturali localizzate in aree circoscritte del pianeta (tuttavia, a mio avviso, non si tratterebbe ancora degli eventi tremendi e planetari descritti nell’Apocalisse).
      La chiesa avrebbe perciò la grande responsabilità di vegliare per essere pronta in qualsiasi momento, perché “nell’ora che non pensate, il Figlio dell’uomo verrà” (Mt 24:44; v. anche Lu 12:35-40 e Ap 15:16).
      Questo significa che ognuno di noi deve sentire la responsabilità di vigilare e di mantenere alta l’aspettativa di un evento unico, del quale il Signore renderà partecipe la sua chiesa. La responsabilità di questa aspettativa non è solo per noi, ma anche per coloro che il Signore ci ha affidati nelle nostre chiese locali.


(1. segue la seconda relazione)


Marco Distort