Nella lettera indirizzata alla comunità cristiana di Pergamo, oltre allaccenno alla dottrina dei Nicolaiti, di cui abbiamo già parlato, cè laffermazione che quella chiesa stava dove cera il Trono di Satana (Ap 2:13). Questa espressione è verosimilmente assai più specifica della successiva che dice: [il fedele] Antipa fu ucciso tra voi dove abita Satana. E ben comprensibile quindi che sia stato chiesto allarcheologia di appurare se nella Pergamo del 1° secolo era identificabile un complesso architettonico talmente negativo per i cristiani da potersi meritare addirittura quella definizione estrema.
Prima di elencare le risposte archeologiche daremo qualche cenno sulla storia e sulla topografia della città, e sullo stato delle ricerche in generale.
Pergamo ebbe il suo massimo splendore nel periodo degli Attalidi (282-133 a.C.), i quali con una accorta politica portarono la città ad un invidiabile benessere economico e ne fecero anche un prestigioso centro culturale. È noto che da Pergamo si diffuse limpiego su grande scala della pelle degli ovini come materiale scrittorio, in sostituzione del papiro (dal luogo dorigine, questa pelle conciata venne chiamata pergamena).
È pure noto che sullacropoli di Pergamo si trovava una famosa biblioteca, ricca di 200.000 rotoli, seconda solo a quella di Alessandria.
Gli scavi iniziarono a Pergamo nel 1878, per merito di studiosi tedeschi e, con qualche breve interruzione, sono continuati fino ai giorni nostri, portando alla luce monumenti di tale imponenza da dare bene lidea dello splendore dellantica città. Gli archeologi hanno studiato a fondo soprattutto due aree: quella in pianura, dove sorgeva il santuario di Asclepio (il dio della medicina e delle guarigioni), e quella dellacropoli, con le mura, i palazzi, il tempio di Atena, i templi imperiali, il teatro e laltare di Zeus. Poche ricerche invece sono state possibili nellarea della città vera e propria, che giace sotto le case dellattuale città turca di Bergama.
Cominciamo dal santuario di Asclepio (Asklepieion). Costruito nel IV secolo a.C., prosperò per lungo tempo attirando folle di fedeli. Dopo un periodo di decadenza, ebbe una nuova fioritura sotto Domiziano (81-96).
Una particolare menzione merita il Tempio di Asclepio Soter (=Salvatore). La definizione di Asclepio come Salvatore doveva risultare non poco indigesta per i cristiani, per i quali lunico Salvatore non poteva che essere Cristo.
Inoltre, nellAsklepieion, sono state trovate alcune lastre di pietra decorate con il serpente, che era lemblema del dio. Ora, per un cristiano, il serpente non poteva che evocare Satana, il serpente antico, secondo la definizione di Apocalisse 12:9 e 20:2.
Questi sono i motivi per cui alcuni studiosi ritengono che proprio il santuario di Asclepio, il dio-serpente chiamato salvatore, sia da identificare col famoso trono di Satana della lettera.
Ma ci sono anche altre ipotesi, che meritano attenzione. Per verificarle, dobbiamo spostarci sullacropoli. La città di Pergamo si poteva fregiare del titolo di neokoros che, nel suo significato proprio, significava custode del tempio , che spesso era quello dellimperatore (altre città, come Efeso, potevano fregiarsi di questo diritto).
Già nel 29 a.C. Augusto aveva permesso alla città di erigere un tempio dedicato al dio Augusto e alla dèa Roma (in questi ultimi anni è stato splendidamente restaurato sullacropoli di Pergamo il tempio di Traiano).
Pergamo dunque era una città dedicata per eccellenza al culto dellimperatore romano, e questo fatto non poteva che suscitare repulsione nellanimo dei cristiani. Ecco perché alcuni ritengono che lespressione Trono di Satana si attagli bene ad un tempio imperiale dellacropoli. Tuttavia, molte altre città dellAsia romana godevano della prerogativa di neokoros, e di templi dedicati allimperatore ce nera addirittura uno anche a Sebaste, fatto costruire da Erode il Grande. Non risulta però che nessuno di questi templi fu mai definito dai cristiani trono di Satana. Perché mai allora dovrebbe esserlo stato quello di Pergamo?
La terza ipotesi che prenderemo in esame riguarda laltare di Zeus Salvatore (Zeus Soter), costruito sullacropoli a sud di quella prodezza architettonica che è limponente e scosceso teatro.
Laltare di Zeus era un grandioso complesso monumentale formato da una terrazza gradinata su cui si elevava un peristilio, a sua volta arricchito da uno stupendo fregio che si sviluppava tuttintorno per centoventi metri, raffigurante la battaglia tra dèi e giganti (gigantomachia). Tre alberi indicano oggi sullacropoli il luogo dove sorgeva questo monumento che una volta veniva annoverato fra le sette meraviglie del mondo. Sul posto restano solo le fondamenta e parte della gradinata, ma a suo tempo larcheologo tedesco Carl Humann riuscì a ricuperare buona parte delle pietre del fregio tra le muraglie delle fortificazioni bizantine, dove erano state reimpiegate. Ciò gli consentì poi addirittura di rimontare il monumento in un enorme salone del Museo di Berlino, che di quella spettacolare impresa ha conservato il nome: Pergamon Museum.
La fama dellaltare di Pergamo non è per nulla immeritata: questo monumento del periodo ellenistico unisce infatti allarmonia dellinsieme lefficacia plastica delle figure, realizzate con la raffinatissima tecnica dellaltorilievo e deliziosamente curate nei più minuti dettagli. È giusto dunque annoverarlo tra i capolavori insuperati di tutti i tempi.
Ma ecco il rovescio della medaglia: con grande probabilità proprio questa meraviglia dellarte venne chiamata dai cristiani il trono di Satana, a causa dellenfatica attribuzione al massimo dio pagano della prerogativa di Salvatore, di cui solo Gesù Cristo era degno. (Si veniva a ripetere così il conflitto che già ad Atene aveva tormentato Paolo il quale, mentre ne ammirava gli stupendi templi, non poteva certo ignorare che erano stati costruiti per custodire gli idoli...).
Laodicea e
la temperatura dellacqua
La lettera a Laodicea mette in luce la situazione di una comunità cristiana che, pur essendo soddisfatta di sé stessa, ha fallito tutti i suoi obiettivi.
La città di Laodicea era stata fondata da Antioco II, sulla grande strada che da Efeso portava alla Siria, e si trovava nella valle del Lico, a poca distanza dalle città gemellate di Jerapoli e Colosse. Nella lettera di Paolo aiColossesi la chiesa di Laodicea è nominata due volte, prima come oggetto di una particolare perseveranza in preghiera da parte di Epafra, nativo di Colosse e collaboratore di Paolo (Cl 4:13), poi come destinataria di una lettera che Paolo le aveva inviato e che lapostolo desiderava venisse letta anche a Colosse (4:16).
Nel luogo dove sorgeva lantica Laodicea poche rovine sono oggi visibili, perché la maggior parte giace ancora sotto terra. Una missione canadese vi ha scavato dal 1961 al 1963, portando alla luce, oltre a numerose iscrizioni, i resti di un ginnasio dellepoca di Adriano (117-138) e una fontana monumentale dellepoca di Caracalla (211-217).
I riscontri archeologici sono quindi piuttosto scarsi; ma, per trovare nella lettera a Laodicea eventuali allusioni alle realtà contemporanee, faremo appello ad alcune testimonianze letterarie, unite alla situazione idrogeologica della zona.
Per esempio, secondo Strabone, a Laodicea venivano allevati dei montoni che erano noti per la loro lana morbidissima di colore nero. Lo scrittore dice che lallevamento di questi animali garantiva un considerevole benessere alla città. Altre notizie ci dicono che a Laodicea si era sviluppata anche una rinomata industria tessile. Un tessuto chiamato laodiceno si trova sulle liste di un editto di Diocleziano. Secondo Tacito, in occasione del violento terremoto dellanno 60, i cittadini di Laodicea rifiutarono , non senza superbia, il sussidio loro offerto dallimperatore per la ricostruzione.
E forse proprio questa presunzione di ricchezza e questo atteggiamento di sufficienza sono adombrati nel passo della lettera che suona così: Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito, e non ho bisogno di niente!». Tu non sai invece che sei infelice fra tutti, miserabile, povero, cieco e nudo! (Ap 3:17).
Più avanti cè poi linvito a comperarsi delle vesti bianche (gli abitanti si vestivano prevalentemente di nero!), e del collirio. Questa ultima notazione va messa in relazione col fatto che Laodicea era un centro di produzione di medicamenti per gli occhi, di cui ci parla Galeno. Evidentemente quel rimedio non era sufficiente per guarire la grave cecità dei Laodicesi, che era di natura spirituale!
Ma uno dei tratti più caratteristici della lettera lo troviamo nei versetti 15 e 16. Diamo qui la traduzione letterale del famoso passo: Tu non sei né ghiacciato (psuchros) né bollente (zestos), ma sei tiepido (chliaros). Così, io ti vomiterò dalla mia bocca. Evidentemente, questa dichiarazione pronunciata dal Cristo risorto ad una chiesa sullorlo del fallimento vuole esprimere dei concetti spirituali, per i quali le parole usate sono delle figure. (Lultima frase ci richiama al fatto che lacqua appena calda veniva adoperata per provocare il vomito). Ora, sembra accertato che lacqua di cui potevano disporre i Laodicesi era purtroppo soltanto tiepida. Approfondendo le ricerche, alcuni autori sono giunti a presentare le conclusioni che riassumiamo qui di seguito.
La città di Laodicea non disponeva di sorgenti naturali dacqua potabile, e per lapprovvigionamento idrico doveva dipendere dalle sorgenti del vicino borgo di Denizli, cinque miglia più a sud, che emanavano acqua calda. Questacqua, incanalata in un acquedotto di cui rimangono ancora alcuni resti, secondo gli autori citati arrivava a Laodicea ancora tiepida e quindi non utilizzabile per bere. Ciò infatti capita ancora oggi per gli abitanti di Pamukkale (lantica Jerapoli), che avendo a disposizione delle sorgenti di acqua calda, e non potendola utilizzare subito per bere, hanno labitudine di farla raffreddare in apposite giare. Per contro, la non lontana città di Colosse, posta sempre nella valle del Lico, disponeva di sorgenti di acqua fresca.
Il villaggio turco sorto nelle vicinanze di Jerapoli è stato chiamato Pamukkale (che significa in turco: Castello di cotone, cioè Castello bianco). Questo nome sta a sottolineare il colore bianchissimo delle caratteristiche vasche formate dalle acque calde e ricche di calcio che, scendendo lungo il pendio della collina, vi depositano i loro sali minerali.
La vista affascinante di Pamukkale sarebbe dunque la testimonianza indiretta della situazione paradossale dellapprovvigionamento idrico della vicina Laodicea, che ha offerto spunto per la metafora della temperatura dellacqua.
Tuttavia, non tutto era perduto per i cristiani di Laodicea. Pur essendo stati aspramente rimproverati e minacciati per lorgoglio e la tiepidezza spirituale, essi ricevono dal Signore un ultimo solenne avvertimento:
Tutti quelli che amo, io li riprendo e li correggo; sii dunque zelante e ravvediti. Ecco, io sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me (Ap 3:19, 20).
Conclusione
In base alle scoperte archeologiche fin qui effettuate si può essere abbastanza ottimisti per il futuro. Molte località bibliche devono ancora essere esplorate in modo intensivo, ed altre attendono ancora linizio degli scavi. Il Thompson si chiede: Se gli specialisti hanno raccolto fino ad oggi una così bella messe, che cosa ci riserverà lavvenire?.
È pure evidente, come fa notare il Millard, che i racconti della Bibbia affondano le loro radici nella storia, e questo vale anche per il Nuovo Testamento. Dal momento dunque che le scoperte archeologiche possono accrescere grandemente le nostre conoscenze del mondo in cui furono redatti i testi della Scrittura, permetteranno anche al suo messaggio specifico di risaltare con più forza.
Abbiamo visto poi come la ricerca archeologica ci porta ad approfondire i testi biblici, cercandone significati che forse con una lettura più frettolosa sarebbero sfuggiti. Tuttavia, non si può discutere di Archeologia in riferimento alla Bibbia se non si è disposti a leggerne i brani riportati nelle citazioni collegandoli al contesto.
Quanto al Nuovo Testamento, abbiamo anche potuto constatare che le scoperte archeologiche ci attestano e confermano certi fatti come realmente storici.
Tuttavia riguardo al Cristo le scoperte rivelano soltanto il contesto della sua storia terrena, senza offrirci segni tangibili del suo passaggio. Ciò significa che il messaggio del Vangelo non può pretendere di appoggiarsi sulle prove. Nessuna scoperta archeologica ci potrà mai dimostrare che Gesù era Dio fatto uomo, sceso in terra per compiere la sua missione di salvezza, e che risuscitò dalla tomba. Il messaggio del Vangelo richiede dunque fede, anche se non necessariamente una fede ingenua e cieca.
(2. fine)
Davide Valente