feb03-ic





minoranza




    EDITORIALE

      “Siamo pochi...troppo pochi!”: quante volte ci è capitato di ascoltare questa considerazione, espressa con toni di sconforto, sulla consistenza numerica delle nostre chiese e sul peso della nostra presenza nella nazione in cui viviamo? La considerazione ha un valore positivo soltanto nel caso in cui sia espressa per stimolarci a rendere più attiva e costante la nostra testimonianza dell’Evangelo, non però perché desideriamo aumentare di numero, ma perché desideriamo che altri si aggiungano a noi, iniziando a percorrere “la via della salvezza”. La stessa considerazione assume invece un valore negativo, quando è causa di depressione o di scoraggiamento o quando, al contrario, crea in noi un pressante desiderio di visibilità (“Siamo pochi, ma dobbiamo farci vedere e...valere!”). È indubbio che l’essere minoranza crea un profondo disagio sia quando è vissuto con una sorta di complesso d’inferiorità sia quando è vissuto condizionati continuamente dall’aspirazione a mostrare in tutti i modi che ci siamo anche noi: anche questo è pur sempre un modo che esprime un complesso d’inferiorità. Si tratta evidentemente di un disagio che nasce quando, invece che confrontarci con il Signore e con il progetto che Egli ha per la nostra vita, ci confrontiamo con la realtà che ci circonda e valutiamo non il peso di servizio, ma il peso di potere che in essa abbiamo.
     Alcune settimane ho letto in un articolo di Adriano Sofri una riflessione sul ruolo delle minoranze. Adriano Sofri è noto per la sua discussa presenza in carcere a seguito di presunti delitti giovanili. Da quello che scrive, non solo nell’articolo cui faccio riferimento, si presenta come un attento lettore della Bibbia.Sofri sviluppa le sue riflessioni, partendo proprio da un testo biblico: la risposta conclusiva che Dio diede ad Abramo a seguito della sua insistente intercessione per la salvezza di Sodoma: “Non la distruggerò per amore dei dieci” (Ge 18:32). Cioè: se a Sodoma ci fosse stata una minoranza di dieci giusti, la città sarebbe stata risparmiata dal giudizio di Dio! Una risicatissima minoranza avrebbe evitato il giudizio sulla città! Agli occhi di Dio la minoranza conta, eccome! Più tardi, in un periodo in cui incombeva il giudizio di Dio su Israele, il profeta Isaia giunse ad una conclusione: “Se il Signore degli eserciti non ci avesse lasciato un piccolo residuo, saremmo come Sodoma, somiglieremmo a Gomorra” (Is 1:9), cioè il giudizio non era ancora stato manifestato grazie ad “un piccolo residuo” di uomini fedeli al Signore. Ancora oggi, come ci lasciano intuire le parole scritte da Paolo ai Tessalonicesi (2Te 2:7-8), il giudizio di Dio è trattenuto da una presenza: “Il mistero dell’empietà – scrive Paolo – è già in atto, soltanto c’è chi ora lo trattiene, finché sia tolto di mezzo E allora sarà manifestato l’empio...”. Come non vedere in questa presenza la realtà della Chiesa: del “piccolo residuo” di figlie e di figli di Dio chiamati a risplendere “come astri nel mondo, tenendo alta la Parola della Vita” (Fl 2:15-16)? Quando la Chiesa sarà rapita (“tolta di mezzo”), il mistero dell’empietà si manifesterà liberamente attraverso la signoria di colui che Paolo definisce “l’uomo del peccato” ed allora Gesù ritornerà per sconfiggerlo e giudicare questo mondo. La presenza della Chiesa quindi trattiene sia il pieno dilagare dell’empietà sia la manifestazione del giudizio di Dio. Altro che minoranza insignificante!
     Non guardiamo più allora al nostro “essere pochi”, guardiamo piuttosto a questo progetto che il Signore desidera realizzare con noi e per mezzo di noi.

Paolo Moretti