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Dal Nuovo Testamento


1a CORINZI: UNA LETTERA PER I NOSTRI TEMPI
     
Settimo studio: Costruire sull’unico fondamento

     
     
     
Nella parte della lettera che va dal v. 16 del capitolo terzo al v. 5 del capitolo quarto l’apostolo Paolo sviluppa l’immagine della Chiesa come “tempio di Dio”, per sottolineare l’importanza della santificazione e della consacrazione che devono essere perseguite da ogni credente. In questo contesto ricorda il bisogno che ciascuno di noi ha di ricevere sapienza da parte di Dio e di guardarsi da atteggiamenti di parte che alimentano l’orgoglio e le divisioni.
     
     
Introduzione

     Nella prima parte di questo capitolo Paolo definisce Cristo Gesú l’unico vero fondamento (3:11). Chi è posto su questo fondamento può costruire cose di valore, che rimarranno per sempre, oppure cose senza valore che non supereranno la prova del fuoco nel “giorno di Cristo” (vv. 12-15). A questo proposito l’apostolo fa una duplice affermazione molto importante: chi vedrà il frutto delle proprie fatiche arso “ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo” (v. 15; cfr. 2Co 5:9-10).
     Nessuno che ragiona bene vuole investire la sua vita in modo da produrre un danno eterno. Nel seguito di questo capitolo e nella prima parte di quello seguente Paolo fornisce dei criteri che ci permettono di evitare che la nostra vita produca un fuoco di paglia nel “giorno di Cristo”. Questi criteri possono essere formulati a mo’ di domande. Eccole:
     • “Ciò che io faccio tende a edificare, oppure a guastare, il «tempio di Dio»?” (vv. 16-17)
     • “La «saggezza» che guida le mie decisioni proviene da Dio oppure è secondo questo mondo?” (vv. 18-23)
     • “Quanto sono fedele come «amministratore dei misteri di Dio»?” (4:1-5).
    
    
Rispetto per il tempio di Dio (3:16-17)

     Il brano inizia con una domanda: “Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (v. 16). Paolo non sta dicendo ai Corinzi qualcosa che non sapevano; infatti la particella greca ouk (“Non”), posta prima del verbo “sapete”, prevede che il lettore risponda alla domanda affermativamente, dicendo: “Sì, lo sapevamo”. Quindi Paolo sta rimproverando i Corinzi. Nei prossimi capitoli userà più volte la locuzione “Non sapete…?”, per indurre i Corinzi a riflettere su ciò che già sapevano (vd. 5:6; 6:2, 3, 9, 15, 16, 19; 9:23, 24). È da notare che il verbo tradotto “sapete” (oidate) in tutti questi brani significa “sapere nel presente per aver visto o sperimentato nel passato”. Chi è istruito dallo Spirito sa certe cose ed è logico che agisca di conseguenza. La prima di questa serie di cose che i Corinzi sapevano era la natura della nuova “comunità dello Spirito” di cui facevano parte.
     La natura della Chiesa viene presentata qui sotto forma di metafora: “il tempio di Dio”. La forza di questa metafora deriva dall’importanza del tempio nell’esperienza dei primi lettori. Coloro che provenivano dal paganesimo avrebbero avuto a che fare con uno o più dei dodici templi pagani costruiti intorno alla città di Corinto. Per i giudei, come Crispo (At 18:8), invece, era stato il tempio di Gerusalemme a rivestire grande importanza, prima che egli credesse al vangelo di Cristo e passasse nel nuovo patto. Quindi doveva risultare ai Corinzi un incredibile privilegio essere chiamati “il tempio di Dio”. Ma il termine usato da Paolo dava a questo privilegio un significato ancora più sorprendente. Quando Luca parla del tempio della “grande dea Diana” in Atti 19:27 e Marco racconta del fatto che Gesù osservò il tempio di Gerusalemme (Mr 11:11), usano la parola greca hieron che si riferisce all’intero edificio. I resti di molti templi pagani permettono ancora oggi di immaginare la loro singolare bellezza, come pure la descrizione del tempio di Gerusalemme realizzato da Salomone (1Re 6) e quello che Erode il grande stava finendo di costruire durante il tempo del ministero pubblico di Cristo (Gv 2:20; Mt 24:1).
     Ma non è di quest’aspetto esteriore che Paolo parla nel v. 16. La parola usata qui è naos, un termine che, nel caso dei templi pagani, si riferiva alla nicchia, ovvero il luogo sacro in cui veniva collocato l’idolo. Nel caso del tempio di Gerusalemme, il naos era il luogo santissimo dove Dio veniva propiziato per mezzo del sangue asperso dal sommo sacerdote, una volta all’anno (Le 16; Eb 9:1-10). In 1Corinzi 3:16 Paolo sta dicendo che i santificati in Cristo Gesù, in Corinto come altrove (1:2), costituiscono niente di meno che “il santuario di Dio”!
     Paolo fa dipendere questo enorme privilegio dal fatto, anche questo risaputo dai Corinzi, che lo Spirito Santo abitava in loro (1Co 3:16b). Infatti è la dimora dello Spirito nella vita dei santi (uno degli aspetti costitutivi della vita nel nuovo patto, vd At 2:1-33) che rende possibile la natura della Chiesa come il tempio di Dio (Ef 2:20-22). La dimora dello Spirito Santo nella vita dei credenti è uno degli effetti della rigenerazione, descritta come “la caparra dello Spirito” (2Co 5:5) e “il pegno della nostra eredità fino alla piena redenzione di quelli che Dio si è acquistati a lode della sua gloria” (Ef 1:14). La dimora dello Spirito di Dio è sempre presentata negli scritti apostolici come qualcosa che riguarda i santi nel loro insieme; è la sua presenza che trasforma esseri umani, corrotti dal peccato, in “tempio di Dio”.
    
Dalla domanda del v. 16 possiamo dedurre che non tutti i “santi” a Corinto stessero attribuendo la dovuta importanza alla Chiesa, intesa come tempio di Dio. Segue un forte avvertimento: “Se uno guasta il tempio di Dio, Dio guasterà lui; poiché il tempio di Dio è santo; e questo tempio siete voi” (v. 17). Questo avvertimento acquisisce ulteriore solennità se ricordiamo alcuni episodi, ad esempio, “Uzza stese la mano verso l’arca di Dio per reggerla” e fu subito colpito a morte da Dio (2Sa 6:6-7). Un episodio più vicino all’esperienza dei Corinzi riguarda Anania e Saffira, che facevano parte della prima chiesa; furono colpiti a morte per essersi comportati in modo ipocrita e interessato all’interno della comunità dello Spirito (At 5:1-11; cfr. 1Co 11:27-30). Il verbo tradotto “guasta” (phtheirei) e “guasterà” (phtherei) nel v. 17 contiene l’idea di “corrompere” o “distruggere”.
     Dio non permetterà che chi rovina ciò che Egli sta costruendo sulla base della persona e della morte vicaria di Cristo Gesù la passi liscia. Il principio enunciato qui è analogo a quello che Dio enunciò relativamente all’effetto di benedire oppure di maledire Abraamo e la sua discendenza: “Benedirò quelli che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà” (Ge 12:3).
     Dal nostro brano risulta che uno dei modi in cui è possibile guastare il tempio di Dio è quello di esprimere delle preferenze per questo o quel collaboratore di Dio, partendo da una valutazione meramente umana (vd. vv. 4, 9, 21-22). Fare così significa mancare di gratitudine e tentare di mettersi al posto di Dio, che dona liberamente le cose e le persone che servono per l’edificazione della Chiesa.
    
    
Due modi diversi di essere saggi (3:18-22)
    

    
Paolo non usa mezzi termini quando afferma che la persona che si reputa saggia secondo i canoni del mondo s’inganna, perché tale “saggezza” è in antitesi con quella di Dio, tanto da risultare “pazzia”. Perciò, se si vuole diventare veramente saggi, è necessario ripudiare “la sapienza di questo mondo”, ossia ogni tipo di pensiero non insegnato dallo Spirito di Dio.
     Giacomo osserva che la sapienza terrena si caratterizza come invidia e contesa, le quali producono “disordine e ogni cattiva azione” (Gm 3:14-16). Era questo l’effetto del ricorso alla sapienza umana nella chiesa di Corinto; infatti le valutazioni basate sulla sapienza di questo mondo, portavano i credenti a vantarsi di questo o quell’altro uomo (v. 21), creando così “disordine e ogni cattiva azione” (vd 1Co 3:4; capp. 5-6).
     Sempre secondo Giacomo, la sapienza che scende dall’altro, invece, è “pura, pacifica, mite e conciliante, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale, senza ipocrisia” (v. 17). Abbiamo già visto in 1Corinzi 2:6-11 che Dio non lascia la Chiesa priva di sapienza; al contrario fa conoscere “la sapienza di Dio” mediante lo Spirito Santo.
     Come fa spesso, Paolo trova conferma nella Bibbia ebraica di ciò che egli stesso insegna. In questo caso si serve prima della seguente affermazione di Elifaz: “[Egli] prende i sapienti nella loro astuzia” (v. 19; cfr. Gb 5:13). In altre parole la stessa logica della sapienza umana torna a nuocere chi ne diventa schiavo. La logica della seconda citazione (v. 20), presa dal Salmo 94:11, si basa sull’onniscienza di Dio. Infatti Dio sa quanto siano “vani” (gr. mataioi), ovvero “inutili”, i pensieri dell’uomo che si vanta di saggezza.
     Dopo l’ordine secco del v. 21a: “nessuno dunque si vanti degli uomini”, Paolo aggiunge un’affermazione alquanto positiva: “perché tutto vi appartiene. Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, le cose presenti, le cose future, tutto è vostro! E voi siete di Cristo; e Cristo è di Dio” (vv. 21b-23). Dove regna la sapienza di Dio, c’è il riconoscimento che tutti i doni vengono da Dio e sono il patrimonio dei santi. La sapienza di Dio insegna a servirsi di tutti questi doni in modo armonioso, al posto di privarsene, mossi dalla sapienza terrena che produce invidia e contesa (vv. 21-22).
    
    
Ciò che si chiede a un amministratore (4:1-5)
    

     L’idea fondamentale espressa in questi versetti è il bisogno di aspettare “la venuta del Signore” prima di giudicare gli altri, per arrivare a giudizi quali: “Per me Apollo è valido ma Paolo no”. Oppure: “Secondo me per chiamarsi «santo» un credente deve rinunciare a ogni piacere legato al mondo materiale” (cfr. 3:22).
     C’è una vena di polemica qui: non tutti i Corinzi valutavano positivamente l’operato di Paolo e per screditarlo lo accusavano di chi sa che cosa (4:4). Era probabile che, dopo la lettura di tutta l’epistola, la valutazione di queste persone diventasse ancora più negativa. Infatti possiamo dedurre dalla 2Corinzi (particolarmente dai capitoli 10 a 14) che alcuni Corinzi siano diventati veri e propri avversari dell’apostolo Paolo. Come bisogna reagire a tali critiche? In questi versetti Paolo ci orienta in modo preciso: alla venuta del Signore non conteranno le valutazioni degli uomini e neanche le apparenze, bensì la fedeltà e la coerenza del nostro agire con quello che Dio ci ha affidato. Alla venuta del Signore conterà soltanto la valutazione del Signore stesso, il quale “metterà in luce quello che è nascosto nelle tenebre e manifesterà i pensieri dei cuori…” (vv. 4-5). Quindi la strategia più saggia di ogni servitore chiamato da Dio ad amministrare qualcosa è quella di orientare la propria vita secondo quello che sa di essere la volontà di Dio per lui o per lei. Nel caso di Paolo e Sostene si trattava di amministrare “i misteri di Dio”; ad ognuno Dio affida un’amministrazione di edificazione, secondo i doni elargiti a ciascuno (cfr. 12:7). Non è sempre facile parare le critiche gratuite e le valutazioni severe di altre persone.
     Il compianto fratello Abele Biginelli lo diceva così: “Il servitore di Dio deve avere la pelle di un rinoceronte”. A questo proposito potrà essere di aiuto il secondo punto su cui Paolo insiste in questo brano (oltre a doversi lasciare orientare da ciò che succederà alla venuta di Cristo): che Dio non chiede altro ai suoi servitori se non “che ciascuno sia trovato fedele [a Lui, s’intende]” (4:2). A ciò corrisponde il modo in cui il brano si conclude, parlando del momento in cui il Signore viene: “Allora [alla venuta del Signore] ciascuno avrà la sua lode da Dio” (v. 5b). Dopo che ogni opera senza valore sarà arsa (vv.12-15), rimarrà ciò che è lodevole. Secondo Paolo, ognuno avrà fatto qualcosa che merita la lode di Dio. Questa fiducia ci sprona a essere degli amministratori di Dio sempre più fedeli e trasparenti.
    

    
Per la riflessione personale e lo studio di gruppo
    

     1. Ciò che io faccio/noi facciamo tende a edificare, oppure a guastare, il “tempio di Dio”? (3:16-17)
     2. La “saggezza” che guida le mie/le nostre decisioni proviene da Dio oppure è secondo questo mondo? (3:18-23)
     3. Quanto sono fedele/siamo fedeli come “amministratori dei misteri di Dio”? (4:1-5)

(7. continua)
     
      Rinaldo Diprose