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La necessità di arginare il relativismo dilagante


“NON VI METTETE CON GLI INFEDELI” (IV)
     
     
Un commento a 2Corinzi 6:14
     
     
Anche in questo caso, come in altri presenti nella sua Parola, Dio spiega le motivazioni del suo comandamento. La conoscenza dei motivi che hanno indotto il Signore a dare ai suoi figli un ordine così chiaro e perentorio ci aiutano fra l’altro a comprenderne meglio il valore.
     
     
PERCHÉ QUEST’ORDINE?
     
      Il Signore non è un dio capriccioso, che emani ordini senza mai spiegare i motivi per cui questi comandamenti sono importanti per noi uomini.
      Quando ci troviamo davanti ad imperativi della Parola di Dio dei quali non comprendiamo la ragione, possiamo essere certi del fatto che non è Dio ad aver sbagliato ma noi stessi ad essere limitati.
      Nel Salmo 73, per esempio, Asaf era quasi sul punto d’inciampare in un peccato spirituale (v. 2) perché invidiava i prepotenti e la prosperità dei malvagi (v. 3), ma tutto cambiò quando egli smise di guardare i problemi dal punto di vista umano ed esclamò (v. 16-17a):
      “Ho voluto riflettere per comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto ardua, finché non sono entrato nel santuario di Dio...”
      Alcune volte è il Signore che, nella Sua onniscienza e bontà, ha ritenuto di non rivelarci tante realtà spirituali ed anche tanti motivi a sostegno dei suoi comandamenti (cfr. De 29:29).
      Non è questo, però, il caso del versetto di 2Corinzi 6:14, dove l’Eterno ci fornisce tutta una serie di precise ed esaurienti motivazioni che spiegano il senso dell’ordine in esso contenuto.
     
     
Un giogo che non possiamo portare
     

      In primo luogo, ordina l’apostolo Paolo all’inizio del v. 14, “voi Corinzi non dovete mettervi con gli infedeli... sotto un giogo che non è per voi…
      Si tratta, innanzitutto, di un peso che non possiamo portare, di una lotta impari che non possiamo affrontare né tanto meno vincere.
      È bene precisare subito che non tutte le traduzioni riportano l’inciso al nostro esame. Diverse versioni l’omettono del tutto (per esempio, Diodati traduce semplicemente: “Non vi accoppiate..”), forse perché partono dalla considerazione che in greco non è dato riscontrarla in modo esplicito. Nella lingua originale, infatti, troviamo soltanto un’espressione verbale, presente solo qui in tutto il Nuovo Testamento, che significa letteralmente “non siate accoppiati, non diventate appaiati con…”.
      Anche se, nell’espressione greca, non vi è un esplicito riferimento al “giogo”, è molto probabile che, nel sancire il comandamento in questione, l’apostolo avesse in mente le proibizioni, contenute nell’Antico Testamento, di non accoppiare due bestie di specie differenti (Le 19:19) e, più specificamente, di non lavorare la terra con due animali diversi aggiogati assieme (De 22:10). Il senso del passo, dunque, è quello di vietare ai cristiani di Corinto di mettersi insieme con chi non condivideva la loro stessa fede, e questo divieto era motivato dal fatto che tale accoppiamento era un vero e proprio giogo, insopportabile come quello che pone assieme due animali di specie diversa per tirare un unico aratro.
      La parola “giogo” indica quello “strumento usato per l’attacco dei bovini e costituito, nel tipo più comune, da una trave di legno arcuata alle due estremità che si poggiano sulla base del collo della bestia” (Devoto-Oli). Era effettivamente un clamoroso errore se l’agricoltore avesse preteso di utilizzare insieme due animali diversi per realizzare un qualunque lavoro nei campi per mezzo di tale giogo. Se egli voleva fare un buon lavoro e non far affaticare troppo gli animali, era necessario mettere sotto lo stesso giogo due animali dello stesso tipo.
     
L’espressione verbale che Paolo usa in questo passo è, pertanto, un chiaro e fermo monito di non intraprendere relazioni, specie se permanenti, con chi non ha la nostra stessa natura spirituale, ricevuta al momento della conversione, di non accoppiarsi con chi giace ancora schiavo del peccato ed è ancora sotto il potere di Satana. In una città pagana come Corinto è come se l’apostolo avesse detto ai credenti: “Voi avete rinunciato all’idolatria e siete passati sotto il giogo di Cristo; non tornate indietro e non vi associate più ai pagani nelle cose che implicano una partecipazione all’idolatria o semplicemente un pericolo per la vostra vita cristiana. Questo è un giogo che va più bene per voi”. Forse i Corinzi avevano sottovalutato la necessità di questa separazione, ed era pertanto assai opportuno che lo Spirito Santo lo ricordasse loro con la dovuta fermezza.
      Anche oggi, con questo comandamento, il Signore ci pone dinanzi la necessità di evitare pericolosi compromessi, specialmente nei tre settori sociali di cui abbiamo parlato in precedenza. Ciò vale soprattutto, a nostro parere, se non abbiamo riflettuto a sufficienza sull’importanza di tale separazione.
      Se non vogliamo, anche oggi, commettere il grave errore di pretendere di portare avanti un aratro col traino di un bue e di un asino insieme, dobbiamo pur riconoscere che vive molto meglio il credente che compie scelte radicali ed evita accuratamente di unirsi sentimentalmente ad un incredulo, di stringere rapporti d’affari con chi non è cristiano, di indulgere nei compromessi religiosi con chi non condivide la sua stessa fede nell’unico vero Dio.
      Lo stesso comandamento vale per noi oggi, gli stessi rischi e gli stessi privilegi sono per i credenti del XXI secolo.
     
     
Una comunione che non possiamo avere
     

      Nei versetti 14-16, dopo il comandamento che abbiamo appena esaminato, seguono cinque domande che sembrano sgorgare dal più profondo del cuore dell’apostolo, domande che spiegano ancora meglio le motivazioni dell’imperativo al nostro esame:
      1. “…che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità?”
      2. “O quale comunione tra la luce e le tenebre?”
      3. “E quale accordo fra Cristo e Beliar?”
      4. “O quale relazione c’è tra il fedele e l’infedele?”
      5. “E che armonia c’è fra il tempio di Dio e gli idoli?”
      Le domande hanno un ovvio carattere retorico e fanno parte di uno stile tipico di quei tempi, per il quale ad ogni domanda di questo tipo seguiva una risposta negativa. La tesi dell’apostolo è chiara: non vi può essere alcuna relazione stabile tra il credente e il pagano proprio come non vi può essere alcun accordo, per esempio, fra Cristo e Satana o nessuna comunione tra la luce e le tenebre! Ma procediamo, ora, ad esaminare più da vicino ognuna di queste cinque contrapposizioni.
     
      • Innanzitutto, “che rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità?” (v. 14b).
      La domanda potrebbe anche essere formulata diversamente: che c’è in comune tra il bene e il male, tra chi opera ubbidendo ai comandamenti di Dio e chi vive ignorando la volontà dell’Eterno?
      La parola “rapporto” traduce un sostantivo greco che si trova solo qui nel Nuovo Testamento e deriva da un verbo usato dall’apostolo Paolo nella prima lettera ai Corinzi per indicare il concetto di una partecipazione che diventa comunione (es. 1Co 10:17, 21, 30) e nel passo al nostro esame viene da altri tradotto “comunanza” (Luzzi) oppure “relazione” (Nuova Diodati, Paoline) o anche “partecipazione” (Diodati).
      Non è uno spirito settario che anima Paolo: piuttosto, egli dimostra che è nella stessa natura delle cose il fatto che un cristiano e un incredulo non possano avere relazioni permanenti... proprio come la giustizia e l’iniquità sono opposte fra loro, tanto che dove c’è l’una non può esserci l’altra. In questo contrasto, l’apostolo riprende un proverbio greco ma soprattutto richiama un principio caro al pensiero giudaico: non c’è non ci può essere concordia fra il saggio e il folle, tra il giusto e l’empio.
      Il livello di rettitudine morale richiesto ai cristiani era (ed è!) così lontano da quello dominante nella società pagana (e nella nostra!) che tale divergenza viene paragonata a quella esistente fra ciò che è conforme alle norme stabilite e ciò che vi si oppone e vi si ribella.
      Il figlio di Dio, aderendo a Cristo, è diventato servo della giustizia divina (cfr. Rm 6:18) e per questo vuole ubbidire al suo Signore; il pagano, ancora morto nei suoi peccati, continua a vivere ignorando o addirittura ribellandosi ai comandamenti contenuti nella Bibbia.
     
      • Il versetto 14 continua con una seconda domanda retorica: “Quale comunione c’è tra la luce e le tenebre?” (v. 14c).
      È ovvio che non vi può essere nulla in comune tra il giorno e la notte, tra il calore del sole tropicale e il gelo di una notte polare. Allo stesso modo, afferma l’apostolo, non c’è niente che davvero possa accomunare un cristiano e un pagano.
      Dal punto di vista esegetico si può segnalare la parola greca koinonìa, da altri tradotta “unione” (Paoline), che rende spesso l’idea di una comunanza molto stretta e profonda: Paolo l’ha usata in questo senso anche nella prima lettera ai Corinzi (es. 1:9; 10:16) e la utilizzerà ancora nella nostra epistola (8:4,13; 13:13)67.
      Sussiste assoluta incompatibilità fra un cristiano e un pagano, e ciò viene ribadito da Paolo con un secondo paragone fra due concetti astratti. Se prima l’antinomia era di carattere morale fra giustizia e iniquità, ora il contrasto viene posto in termini intellettuali fra luce e tenebre, prendendo spunto dall’ovvia constatazione che in natura la prima si contrappone alla seconda e viceversa. Dovunque penetra la luce spariscono le tenebre (cfr. Ge 1:3), e questi due elementi sono anche l’immagine della verità e dell’errore, della santità e del peccato, della conoscenza e dell’ignoranza riguardo alla persona di Dio. I Corinzi erano usciti da un mondo di tenebre ed erano diventati luce del Signore (cfr. Ef 5:7). Perciò essi dovevano abbandonare le opere delle tenebre (cfr. Ro 13:13) e collaborare con gli altri cristiani a diffondere la luce di Cristo.
     
      • L’apostolo Paolo prosegue con le sue domande: “Quale accordo vi è tra Cristo e Beliar?” (v. 15a).
      Per comprendere meglio i termini della questione, occorre evidenziare che “Beliar” è una parola ebraica, usata solo qui in tutto il Nuovo Testamento, che significa “bassezza” o “indegnità” e di conseguenza veniva utilizzata anche come sinonimo di Satana (Beliar è sinonimo di Belial e indica, nella letteratura giudaica non canonica, il nome del capo delle forze del male che si oppongono a Dio).
      La parola centrale di quest’antinomia è il termine “accordo”, che traduce il sostantivo greco da cui derivano vocaboli come “sinfonia” o “sinfonico” e viene da altri tradotto “armonia” (Luzzi, New International Version).
      Esso rende l’idea di un’armonia perfetta e stabile: è usato solo qui nel Nuovo Testamento e deriva da un verbo presente altre cinque volte nel Nuovo Testamento, sempre nel senso di un accordo armonioso fra parti che condividono tra loro qualcosa d’importante (cfr. Mt 18:19; 20:2,13; Lu 5:36; At 5:9; 15:15).
      Con questa domanda retorica si passa dall’antinomia fra concetti astratti al contrasto fra due capi di due regni diversi: siamo di fronte al conflitto insanabile fra due esseri spirituali che sono all’opera in modi e con finalità assolutamente conflittuali tra loro. In questo senso ci troviamo dinanzi ad un’altra chiara illustrazione di come il credente e il pagano siano agli antipodi l’uno rispetto all’altro.
      Non vi può essere assolutamente niente in comune fra Cristo e Satana: il Figlio di Dio è venuto per distruggere le opere di Satana (es. Eb 2:14) e per distruggere Satana stesso schiacciandogli il capo (cfr. Ge 3:15). Allo stesso modo, non vi potrà mai essere una comunione stabile tra un servo di Cristo e un servo di Satana.
     
      • Il quinto ed ultimo quesito retorico è nel v. 16: “E che armonia c’è tra il tempio di Dio e gli idoli?”.
      Per un giudeo era evidente che nulla poteva accomunare il Tempio di Gerusalemme, luogo simbolo della presenza di Javè, e gli idoli muti che i pagani adoravano. La conflittualità con gli idoli pagani era tale che la tradizione giudaica proibiva finanche di concludere affari con i pagani durante i loro giorni di festa, proprio per evitare qualsiasi possibilità di compromesso con l’idolatria.
      La parola greca qui riportata con “armonia” viene da altri tradotta “accordo” (Diodati, Luzzi, NIV, Nuova Diodati) oppure “rapporto” (Paoline). Essa viene usata solo qui nel Nuovo Testamento, e nella letteratura pagana si riferisce soprattutto ad una decisione unitaria cui si giunge come gruppo di persone interessate ad un medesimo argomento.
      La ragione principale per cui un credente non può e non deve entrare in rapporti compromettenti con un incredulo è data dal fatto che egli appartiene a Dio, mentre il pagano no, proprio come il Tempio di Gerusalemme era consacrato soltanto all’Eterno e non vi potevano entrare gli idoli. Tant’è vero che, meno di vent’anni prima che Paolo scrivesse la 2Corinzi, i Giudei si erano ribellati ferocemente all’imperatore che aveva deciso di innalzare un idolo nel Tempio di Gerusalemme… Non vi poteva e non vi può essere nessun accordo, nessun compromesso fra il Tempio di Dio e gli idoli pagani.
      Per confermare e rafforzare tutto ciò, nei vv. 16b-18 Paolo cita alcuni brani dell’Antico Testamento, nei quali troviamo delle meravigliose promesse, condizionate a dei precisi atti d’ubbidienza:
      “Noi siamo infatti il Tempio dell’Iddio vivente, come disse Dio:... Abiterò e camminerò in mezzo a loro, sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. Perciò, “uscite di mezzo a loro e separatevene, dice il Signore, e non toccate nulla d’impuro; e Io vi accoglierò e sarò per voi come un padre e voi sarete come figli e figlie, dice il Signore onnipotente”
      I brani dell’Antico Testamento citati da Paolo sono, in ordine, Le 26:11; Es 29:45; Ez 37:26; Is 52:11 e 43:6 e forse anche 2Sa 7:14, 27; Ez 20:34, 41; Za 10:8.Il “perciò” che apre il v.17 non dovrebbe far parte delle citazioni, ma dovrebbe indicare quale sia la condizione d’ubbidienza ed il risvolto pratico della grande promessa fatta al v.16.
     
      • A questo punto risulta ancora più chiaro il contenuto della quarta domanda retorica, presente alla fine del v. 15, laddove Paolo esclama: “O quale relazione c’è tra il fedele e l’infedele?”.
      Se è vero che nessun punto di contatto può esservi tra gli elementi discussi finora, allo stesso modo è vero che nessuna comunione può esistere fra due persone con una natura così contrapposta come il cristiano, che ha ricevuto per grazia lo Spirito Santo, e l’incredulo, che è ancora morto nei suoi peccati.
      Essi sono troppo diversi fra loro per unire la loro sorte: sotto il profilo religioso soprattutto, essi sono incompatibili perché ciò che l’uno crede viene rigettato dall’altro e normalmente vi sono motivazioni di fondo ed obiettivi così diversi che ogni vera comunione risulta del tutto impossibile.
      Dal punto di vista esegetico si può notare che la parola greca dalla Nuova Riveduta tradotta “relazione”, viene da altri resa con “parte” (Diodati, Nuova Diodati, Paoline) e così l’intero inciso viene letto: “che parte ha il fedele con l’infedele?”.
      In effetti, anche nell’uso greco classico, il termine contiene l’accezione di “parte di un tutto che è stato diviso” o più in generale di “porzione”: nel primo senso la troviamo adoperata anche in brani biblici come Atti 8:21 e 16:12, mentre nel secondo senso Gesù usa questo vocabolo in Luca 10:42 e Paolo in Colossesi 1:12 oltre che nel nostro passo.

(4.continua)
          
          
Giuseppe Martelli