Una scelta in cui è in gioco la VITA
INTERROMPERE
LA GRAVIDANZA?
Unappendice alleditoriale di questo mese ci porta a riflettere sul rispetto totale che il Signore ci chiama ad avere per la vita. La superficialità con la quale si compiono oggi certe scelte chiama direttamente in causa la nostra responsabilità e, come credenti, la nostra ubbidienza al Signore.
Il problema del tempo
Pochi giorni dopo la nascita (e la morte) del nostro bambino, Paolo ha desiderato dargli voce, ha voluto cioè immaginare come Marco ci avrebbe raccontato, se avesse potuto, la brevissima storia della sua vita. Qualcuno potrebbe criticare uno scritto del genere, ritenendolo frutto di emozioni e sentimenti. Noi lo abbiamo considerato un modo originale per testimoniare una scelta che incoraggiasse al rifiuto dellinterruzione della gravidanza e al rispetto, sempre e comunque, della vita come dono che solo Dio ha dato e che solo Dio può togliere.
Dopo un primo momento di riluttanza a mettere in piazza unesperienza come questa, che tocca in modo particolare lintimità di una coppia, abbiamo insieme maturato la convinzione che, in un tempo come questo in cui il rispetto per la vita è messo ogni giorno in discussione, leggere la storia di Marco avrebbe potuto fare del bene ad altri, incoraggiando a rispettare la vita così come il Signore vuole che facciamo, anche quando ciò può costare giorni di sofferenza.
Compiuta, dopo una lunga riflessione, la scelta di pubblicare questa storia, abbiamo capito, grazie (dobbiamo dirlo!) anche al suggerimento di chi lha letta in anteprima, che essa ha bisogno di alcune precisazioni perché il suo messaggio sia correttamente compreso.
Il valore della Grazia!
La prima cosa che vogliamo chiarire è che, quando si ubbidisce al Signore, non lo si fa certo perché si è più bravi degli altri! Ci dispiacerebbe molto se qualcuno ci mettesse addosso i panni di chi si sente migliore degli altri e, di conseguenza, anche quelli di chi, proprio per questo, si sente in diritto di giudicare gli altri.
Il nostro cammino è stato difficile: potevamo cedere alla tentazione di chiudere la questione subito, considerata levidenza di quanto i medici ci stavano rivelando; così come potevamo essere travolti dalla paura per le prospettive drammatiche che ci erano state poste davanti, relative non soltanto allo sviluppo del bambino ma, in parte, anche alle possibili conseguenze sulla salute di Lidia.
Ci siamo sentiti deboli e impreparati ad affrontare la situazione. Come Giosafat abbiamo gridato al Signore: Noi siamo senza forza... non sappiamo che fare, ma gli occhi nostri sono su di te! (2Cr 20:12).
A volte i nostri occhi sono stati socchiusi, altre volte più aperti; a volte velati di lacrime, altre volte più luminosi, ma quello che abbiamo cercato di fare insieme, ogni giorno, è non distoglierli mai da Lui. E, se siamo arrivati fino in fondo in questo cammino, ciò è accaduto unicamente perché la grazia divina ci ha soccorso; il Consolatore (Colui che non lascia mai soli!) ci è stato accanto in ogni momento, soprattutto in quelli più difficili.
Chi è responsabile?
Abbiamo imparato cosa significhi esercitare la propria responsabilità di scelta davanti a Dio.
Chi avrebbe avuto il coraggio di criticarci o di riprenderci, se avessimo detto: Interrompiamo la gravidanza perché ce lo stanno ordinando i medici? Sarebbe stato tutto più facile e non soltanto perché, così facendo, avremmo lasciato ad altri, ritenuti scientificamente più competenti ed autorevoli, la responsabilità di prendere una decisione per noi così difficile, ma anche perché avremmo avuto una giustificazione pronta alluso per rispondere ad ogni eventuale critica.
Ringraziamo il Signore che, nonostante lautorevolezza con cui ci veniva proposta la cura dellinterruzione della gravidanza, ci ha fatto comprendere subito che non potevamo lasciare in mano ai medici una responsabilità che, davanti a Lui, era esclusivamente nostra. È stato prezioso in quel momento realizzare come lascolto della Parola di Dio avesse preparato il nostro cuore e la nostra mente a prendere subito e senza tentennamenti una decisione del tutto diversa da quella che ci veniva proposta. È infatti ascoltando la Parola che avevamo saputo che la vita di un bambino è un dono di Dio fin dal suo primissimo sviluppo e che già lembrione porta la Sua immagine acquisendo così, immediatamente, la piena dignità di creatura umana.
In quel momento il Signore chiamava proprio noi, non altri, a compiere una scelta: ascoltare la sua Parola e ubbidirgli oppure ascoltare le indicazioni degli uomini; toccava a noi, non ad altri, rifiutare di diventare responsabili o complici delluccisione del nostro bambino.
In questo modo ci siamo trovati a non accettare la cura che ci veniva proposta, ma abbiamo avuto anche la gioia di scoprire come in fondo fra gli stessi medici che lavevano suggerita ci fossero persone disposte a comprenderci e pronte anzi a chiedere scusa dicendo di averci suggerito quello che qualsiasi coppia desidera sentirsi dire in una situazione del genere per essere tranquillizzata. Ecco là il vero problema: non conta più ciò che Dio vuole, ma quello che luomo desidera; non conta più lautorità della Parola di Dio ma la presunta autorevolezza della scienza...
Certo: andare controcorrente ha un costo, ma, questo, ogni figlio di Dio dovrebbe saperlo: la morale cristiana è non conforme a quella del mondo in cui viviamo. Indifferenza, incomprensione, ostilità, persecuzione sono state il pane quotidiano di Gesù: lo sono state, lo sono e lo saranno anche per tutti quei suoi discepoli che, in ubbidienza alMaestro, sceglieranno di non conformarsi a questo mondo e di vivervi animati e guidati soltanto da pensieri, da principi e da convinzioni che siano frutto del rinnovamento in Cristo della loro mente (Ro 12:2).
Mentre eravamo in sala travaglio è stato, ad esempio, assai triste sopportare le parole di unostetrica, a noi del tutto sconosciuta, che più volte ha cercato di incoraggiare Lidia dicendole che ormai la brutta avventura stava terminando. Si trattava di una valutazione inopportuna che aveva probabilmente intenti consolatori, ma è stato per noi motivo di grande tristezza in quel momento sentir definire come una brutta avventura il bambino che il Signore ci aveva donato e attraverso il quale avevamo già ricevuto e stavamo ricevendo da Lui benedizioni come per un qualsiasi figlio.
Liberati da sensi di colpa
Più volte, nei mesi in cui, più con paura che con trepidazione, attendevamo la nascita del bambino, ci siamo chiesti che cosa sarebbe stato il nostro rapporto con il Signore, se avessimo accettato il consiglio dei medici ed avessimo interrotto la gravidanza. Sicuramente non saremmo stati sereni e tranquilli: la sola idea di aver compiuto la scelta indicata dagli uomini e non quella voluta da Dio ci avrebbe fatto piombare in una situazione di disagio spirituale. Certo, il Signore avrebbe potuto comunque perdonarci, ma il nostro rapporto con Lui non sarebbe stato più lo stesso. Infatti accettare le indicazioni dei medici avrebbe significato giudicare per noi inadeguato il dono di Dio e disprezzarlo, rifiutando sia il dono che gli arricchimenti che Egli aveva progettato per noi permettendo questo tempo di prova; avrebbe significato (peggio ancora!) sottrarGli il diritto inalienabile di Signore della vita.
Fare la volontà di Dio è stato difficile, ma è stato bello e prezioso perché, in questo modo, siamo usciti da questa esperienza senza alcun senso di colpa. Anzi proprio questo difficile cammino ci ha permesso di vivere con serenità e, a tratti, con gioia intensa il nostro rapporto con Lui, scoprendo le risorse della sua grazia e la sua premura nel fare in modo che non fossimo mai provati al di là della nostre forze.
Egli ha permesso al nemico di metterci alla prova, di vagliarci, ma ci è stato vicino per fare in modo che la nostra fede non venisse meno.
Certo, siamo tristi: tristi perché non abbiamo visto il nostro bambino, tristi perché non lo abbiamo accarezzato, tristi perché non lo abbiamo stretto fra le braccia neppure per un momento. Ma sappiamo che egli ha vissuto, pur se solo per otto mesi e mezzo, grazie alla forza che il Signore ci ha donato per ubbidire alla sua Parola e per andare avanti nonostante le indicazioni mediche contrarie. Sappiamo anche che la sua vita è terminata non quando i medici lo hanno voluto, ma quando il Signore, nella sua imperscrutabile e insindacabile Sovranità, lo ha deciso.
La più grande consolazione è per noi sapere di aver fatto la sua volontà ed avere la certezza che, se le nostra braccia non hanno potuto abbracciare Marco, ora sotto di lui stanno braccia ben più amorevoli e premurose di quanto le nostre avrebbero potuto essere: sotto di lui infatti stanno le braccia eterne di Dio (De 33:27).
Accettare la volontà di Dio!
Qualcuno potrebbe obiettare che, in fondo, nella nostra scelta ci siamo sentiti in qualche modo sollevati perché ci era stato detto che quasi certamente il nostro bambino sarebbe morto e che non sarebbe sopravvissuto portando nel suo corpo handicaps invalidanti per lui e frustranti per noi genitori.
Pensando certamente a questa seconda prospettiva, in queste ultime settimane abbiamo sentito rivolgerci spesso (troppo spesso!) la frase È meglio che le cose siano andate così.
Comprendiamo che si tratta di una frase che ci è stata rivolta con lintento di consolarci, ma in realtà non ci ha affatto consolato, anzi ci ha profondamente rattristato. Infatti si tratta di una frase che in realtà esprime un giudizio che non compete a noi uomini e, implicitamente, ci presenta la morte come una forma di liberazione. La morte rimane, sempre e comunque (anche per una piccola creatura appena nata), il segno della nostra condizione di peccato, il segno della condanna, il segno dellumiliazione. Non ci siamo certo sentiti liberati da un peso quando la piccola bara del nostro bambino è stata calata nella fossa, anzi abbiamo vissuto quel distacco come una mutilazione.
Questa storia poteva avere, come del resto ogni altra storia, un inizio, uno sviluppo ed una conclusione diversi: in meglio? in peggio? Chi può saperlo? È sciocco interrogarci con domande per le quali non avremo mai una risposta così come è sciocco esprimere giudizi che nascono dal confronto fra ciò che è realmente accaduto ed ipotesi che non saranno mai storia. Cosa è il meglio per noi lo sa il Signore. Noi non siamo chiamati a discutere o ad esprimere giudizi. Siamo chiamati ad accettare la sua volontà come buona, gradita e perfetta e a ricercare la forza della sua grazia per vivere le nostre scelte in sintonia con gli insegnamenti della Parola.
Lidia e Paolo Moretti