Le mie ossa non erano nascoste a Dio mentre venivo formato in segreto e i suoi occhi videro la massa informe del mio corpo (Sl 139:15-16). Diversamente da quanto accadeva fino a qualche anno fa, la mia massa informe non la vide soltanto Dio, la videro anche gli uomini con i loro strumenti sempre più sofisticati. Ma non la videro semplicemente informe, cioè ancora senza forma, perché la videro e la giudicarono deforme, cioè con una forma sbagliata o perlomeno diversa da quella che normalmente ci si attende da un bambino che si sta sviluppando nel seno di sua madre. Quando i medici espressero il loro crudo giudizio, percepii come dei piccoli sussulti che mi fecero capire che la mamma stava singhiozzando; sentii poi, sulla pancia che mi conteneva e mi nascondeva, le carezze del babbo che cercava di consolarla. Poi (consolatorie?!?) arrivarono anche le parole di un medico: È una brutta avventura che dimenticherete presto: interrompiamo la gravidanza e fra una settimana questo non sarà che un brutto ricordo! Avete capito bene? Io, il figlio chiesto al Signore e ricevuto in dono da Lui ero diventato una brutta avventura e per di più da dimenticare presto!
E qual era il rimedio proposto per dimenticare? Interrompiamo la gravidanza!
Come sono bravi gli uomini a nascondere la verità, quando in qualche modo ciò che rimane della loro coscienza li riprende! Quanto sono bravi ad usare degli eufemismi, cioè a sostituire con parole dal tono attenuato e apparentemente innocuo realtà crude e brutali! Interrompiamo la gravidanza non era altro che un eufemismo che significava in realtà: Uccidiamolo!. Uccidiamo questo bambino scomodo, questo bambino venuto male, questo bambino che non potrà che farvi soffrire! Ho sentito poi lo stesso medico che stava dicendo alla mia mamma: Che senso ha portare avanti ancora per altri cinque mesi questo peso? Il tuo corpo ne soffrirebbe e sarebbe una sofferenza inutile.... Finalmente ho capito: nel mondo là fuori (fuori dalla pancia che mi ospitava) ciò che conta è avere un corpo perfetto, efficiente, perfettamente funzionante in ogni sua parte. Quando qualcosa non funziona, meglio togliere il disturbo... Lamore vissuto come sacrificio e come disponibilità a soffrire per gli altri è un valore scomodo! Che strano mondo deve essere quello là fuori! Davvero un mondo di matti! Un mondo che conserva congelati migliaia di ovuli fecondati artificialmente pronti a svilupparsi e a diventare bambini proprio come me, ma un mondo che, nello stesso tempo, uccide ogni giorno migliaia di piccole creature, indifese e indesiderate, direttamente nella pancia della loro mamma! Mi sono venuti i brividi: tutto sommato, meglio rimanere qui, protetto e al sicuro. Protetto e al sicuro?!?. Ma... se ho appena sentito una voce che suggeriva di farmi fuori? Mi sono venuti nuovamente i brividi, finché non ho sentito la mamma sedersi alla scrivania e nel suo cuore ho letto le parole che stava scrivendo proprio a quel medico:
Noi (mio marito ed io) crediamo che la vita è un dono di Dio, è Lui che la dà ed è Lui che, qualora lo decidesse, la può togliere. Il nostro bambino ha ricevuto la vita direttamente da Dio, il nostro bambino era fino a due giorni fa e continua ad essere per noi un dono di Dio e mai e poi mai ci assumeremo la responsabilità di togliere la vita e di buttare via questo dono. È vero, è un dono che forse non vedremo mai, ma le gioie che ci ha dato in questi mesi sono indescrivibili e non le possiamo (ne vogliamo!) buttare via nel cestino, come se nulla fosse successo. Per noi il nostro bambino rimarrà comunque un dono, fino al momento in cui il Signore non deciderà di toglierlo. Lo sappiamo: il futuro ci è stato dipinto orribilmente nero e linterruzione della gravidanza è umanamente il modo più semplice e veloce per «chiudere questa brutta parentesi» della nostra vita (come ci ha detto lei e come ci hanno detto altri medici dando per scontato che avremmo deciso di interrompere la gravidanza), ma per noi è diverso: questo è nostro figlio e noi vogliamo proseguire questo cammino che, lo sappiamo, si prospetta arduo e difficile! Noi desideriamo continuare ad amare il nostro bambino e vogliamo continuare a guardare al mio pancione non in modo diverso, ma come abbiamo sempre fatto: il cuore, certo, sarà triste, molto triste, ma lamore sarà più profondo e più forte. Nella mia pancia non cè un «plurimalformato» come hanno scritto sulle schede i medici (questa parola che mi fa tanto piangere...), ma cè il figlio che Dio ci ha donato e noi, questo figlio, vogliamo continuare ad amarlo, coccolarlo, parlargli, sentirlo nostro, perché, anche se non lo vediamo e non lo vedremo, ora cè e ci sarà sempre!.
La mamma e il babbo avevano deciso: non avrebbero permesso a nessuno di uccidermi!
Lo Spirito di Dio mi ha creato e il soffio dellOnnipotente mi dà la vita (Gb 33:4): quel soffio che mi stava dando la vita solo Lui aveva il diritto di ritirarlo! Eppure cera chi aveva un pensiero diverso: ho sentito il babbo leggere ad alta voce quello che un medico aveva scritto in calce alla mia cartella: incompatibile con la vita. E ho sentito il babbo chiedere ad un medico: Come fa ad essere «incompatibile» se in questo momento è vivo, se abbiamo sentito il suo cuore, se lo abbiamo visto muoversi? Ma cosè per lei la vita?. Ho atteso invano una risposta, che anche il babbo non ha mai ricevuto. Cosè la vita?Luomo pretende di giocare con la vita, vuol farla nascere o farla morire a suo piacimento, eppure non sa ancora che cosè... eppure anchio, lincompatibile, ero la vita, perché ero vivo! Ero così vivo che ho cercato di far sentire alla mamma la mia riconoscenza per la sua scelta, ma ero ancora troppo piccolo... Soltanto dopo qualche settimana finalmente ho sentito la mamma gioire mentre mi rotolavo nella sua sua pancia e le mollavo certi calcioni che la facevano sussultare tutta. Lo so, la mia vita era possibile grazie alla mamma che mi custodiva, mi nutriva, mi proteggeva: alla fine della mia breve storia qui sulla terra, un medico avrebbe detto al babbo: Suo figlio ha vissuto quasi nove mesi grazie allamore di sua moglie. Ecco il collegamento straordinario (divino!) che lì, nel mondo di fuori, devono ancora capire: si vive per amore e per mancanza di amore si muore. So che la mamma e il babbo soffrivano (quante lacrime hanno bagnato di notte il loro cuscino!), ma so anche che erano sereni, a tratti addirittura felici, per aver sottratto la mia vita alle cure (omicide!) degli uomini ed averla affidata unicamente al Signore, a Colui che aveva voluto che io fossi IL loro figlio.
I giorni e i mesi sono trascorsi lentamente: è stato bello sentirsi accettato, difeso, protetto. La mamma ha resistito ad altri suggerimenti dei medici (Fermiamoci qui, facciamo un cesareo: ne va di mezzo la tua salute...). Ha voluto arrivare fino in fondo. E verso il fondo è successo qualcosa di straordinariamente bello: mi sono ritrovato lontano da casa, circondato da decine e decine di bambini che mi salutavano sfiorando o accarezzando la pancia della mamma; ricordo la manona, delicata come nessunaltra, di Davide, che già da mesi mi chiamava per nome e che ogni mattina veniva a salutare il suo cuginetto. Quei bambini li ho sentiti cantare: in quei momenti scalciavo ancora più forte, quasi volessi unirmi a loro. Poi il Signore ha ripreso la mia vita. Con medici che non avevano mai conosciuto prima, il babbo e la mamma hanno dovuto ancora sopportare sguardi sprezzanti e giudizi sommari, come se il mio essere vissuto fino a quel momento fosse una colpa e non un atto di amore. Ubbidire al Signore anziché agli uomini: oggi è sempre più difficile perché sempre meno compreso! Ma quante contraddizioni negli uomini: davvero un mondo di matti! Se mi avessero lasciato uccidere cinque mesi fa, per gli uomini non sarei mai esistito. Ora che i miei genitori hanno lasciato a Dio di compiere i suoi piani per la mia vita ed ho vissuto otto mesi e mezzo, ora che non sono più sulla terra, ora che godo la presenza del Signore... ora finalmente quegli stessi uomini mi hanno fatto entrare nella storia: al mio corpo plurimalformato e incompatibile con la vita è stata riconosciuta la dignità di essere umano: sono stato registrato, mi sono state attribuite la residenza e la cittadinanza italiana; poi mi è stata data sepoltura. Ma, in fondo, ero sempre io: il bambino che cinque mesi prima avrebbero buttato via, in un cestino!