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Il ritorno degli Ebrei nella terra promessa


DIO HA SCELTO ISRAELE (I)


Il ristabilimento della nazione di Israele e il miracoloso ritorno dei suoi cittadini sparsi in tutto il mondo fa capire che Dio non ha cambiato opinione riguardo al “Suo popolo, che ha preconosciuto”. L’interesse per Israele non può limitarsi al passato prima diCristo e al futuro dopo il rapimento della Chiesa, perché quello che sta avvenendo oggi nella terra promessa ad Abramo non merita soltanto riflessione, ma richiede anche decisione.


     “Tra le regioni atte a fungere da cupo scenario, credo che la Palestina non abbia rivali... Le colline sono sterili... Le valli desertiche e inospitali, orlate da una vegetazione stenta che accentua il senso di tristezza e abbandono... È una contrada deprimente, monotona, derelitta...
      La Palestina siede col capo cosparso di cenere... Pesa su di lei una maledizione che ne ha inaridito i campi e spento la vitalità... Nazaret è dimenticata... Gerico... detestabile... Gerusalemme... un misero villaggio... La Palestina è desolata e priva di attrattive”.


      Così scriveva Mark Twain nel 1867 dopo un suo viaggio in Palestina, e con la citazione di queste parole comincia un poderoso volume sul conflitto arabo-sionista scritto da un professore di storia dell’Università Ben-Gurion di Beersheba, in Israele (Benny Morris, Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano 2001).
      Da storico professionista, l’autore si propone di descrivere obiettivamente e “laicamente” i fatti accaduti in quel tormentato angolo della terra senza mai fare ricorso, nelle sue spiegazioni, a interventi divini o a fattori soprannaturali.
      Ma alla fine delle sue ottocento pagine di razionali argomentazioni storico-politiche, Benny Morris è costretto ad ammettere:

      “Fin qui, i sionisti hanno potuto considerarsi i vincitori dello scontro. Ogni vittoria può essere spiegata alla luce di fattori concreti e specifici, ma nell’insieme il successo dell’impresa sionista appare quasi miracoloso. Come descrivere altrimenti il radicarsi, in un paese inospitale, in un impero non amico e in una popolazione ostile, di una piccola e mal equipaggiata comunità di qualche decina di migliaia di Ebrei russi? Come descrivere lo sviluppo di quella comunità, sia pure all’ombra delle baionette britanniche, nonostante la crescente opposizione e violenza arabe? E la vittoria contro la coalizione araba del 1948? La nascita di un paese solido e vitale? Le vittorie in altri quattro conflitti?”

      La realtà è questa: anche chi non conosce la rivelazione di Dio contenuta nella Scrittura o non ne riconosce l’autorità è costretto ad ammettere, se vuole essere onesto, che negli ultimi 150 anni nella terra di Israele è avvenuto un grande miracolo, o, se si vuole, una serie di miracoli.


“Palestina”: un termine puramente geografico

      La Palestina del XIX secolo era una provincia misera e trascurata dell’impero ottomano. Affinché non si pensi che l’odierna “intifada” sia un movimento irredentistico paragonabile al nostro Risorgimento, è bene precisare che non è mai esistita un’entità politica di nome “Palestina”. Questo nome non è legato né a una nazione, né a uno Stato, né a una legislazione, né a un’etnia, né a una lingua, né ad una propria cultura e tradizione: è soltanto un termine geografico attribuito ad una regione, un’indicazione territoriale paragonabile a “Siberia” o “Sahara”.
      Prima della Grande Guerra del 1915-’18 la regione, popolata in prevalenza da Arabi ed Ebrei, era sotto il governo dei Turchi, che com’é noto non sono né Ebrei né Arabi. Si chiamavano “Palestinesi” tutti gli abitanti di quella regione, indipendentemente dalla loro appartenenza etnica.
      C’erano dunque i Palestinesi arabi e i Palestinesi ebrei; e anche se i primi erano in maggioranza, non per questo erano più Palestinesi degli altri. Dal 1932 fino al 1950 il noto giornale ebraico in lingua inglese “Jerusalem Post” ha portato il nome di “The Palestine Post”, e sulla prima pagina di quel giornale venne data, il 16 maggio 1948, la solenne notizia della nascita dello Stato ebraico in un articolo dal titolo “Most Crowded Hours in Palestine's History”.
      Il termine “Palestina”, quindi, non era per nulla riservato in esclusiva alla comunità araba, e la dichiarazione fatta a suo tempo da Golda Meir: “Non esiste un popolo palestinese” era dunque pienamente giustificata.
      Ma il fatto interessante è che la stessa affermazione è stata fatta nel 1977 da un autorevole rappresentante dell’OLP, Zuheir Mohsen, il quale ha detto:
     
     “Il popolo palestinese non esiste; la creazione di uno Stato palestinese è soltanto un mezzo per la prosecuzione della nostra lotta contro Israele e per la costituzione dell’unità araba”. (Ernst Schrupp, Israel und der Messias” , R.Brockhaus, 1997).
     

Gli Ebrei nella “casa dell’Islam”

      Il fatto importante che sta alla base del conflitto arabo-sionista non era e non è di natura politica, ma religiosa. Gli Arabi sono in grandissima parte musulmani, e l’Islam divide il mondo in due: Dar al-Islam (casa dell’Islam) e Dar al-Harb (casa della guerra). Mediante la Jihad (guerra santa) la Palestina è diventata parte dell’Islam, e per questo il musulmano palestinese si sente a casa sua.
      Nella casa dell’Islam l’infedele può continuare a vivere, ma in una posizione subordinata. Nel passato vigeva infatti una sorta di trattato di sottomissione all’autorità islamica, il dhimma, a cui gli infedeli naturalmente dovevano attenersi. Come tante altre angherie, anche il dhimma veniva considerato una forma di protezione, e quindi i dhimmi, cioè gli Ebrei e i Cristiani, dovevano pagare per questo un’imposta speciale.
      Oltre ai soldi, i musulmani pretendevano dagli infedeli l’osservanza di un certo numero di limitazioni che mantenesse vivo il ricordo della loro posizione di inferiorità.

“Ai dhimmi era proibito contrastare un musulmano, portare armi, cavalcare, costruire nuovi luoghi di culto e riparare quelli vecchi; inoltre, dovevano indossare abiti che li distinguessero dai musulmani. La «tolleranza sprezzante», come la definì lo storico Elie Kedourie, diventò l’atteggiamento degli Stati islamici verso le comunità ebraiche al loro interno. Quest’atteggiamento era di solito frammisto a una misura variabile di ostilità, specialmente nei periodi di crisi politica. Allora, l’intolleranza poteva prendere il posto della tolleranza, talvolta trasformandosi in vera e propria violenza. In ogni caso, i dhimmi – e gli ebrei, forse, più degli altri – erano trattati come impuri...” (Benny Morris, op. cit.).

      Tra i dhimmi che vivevano nell’Islam ottomano, le minoranze cristiane passarono ad un certo momento sotto l’egida delle potenze europee e quindi furono trattate con maggiore riguardo perché le autorità turche temevano le rappresaglie degli Stati cristiani, di cui avevano bisogno politico e finanziario.
      Gli Ebrei invece, privi di tali protezioni, furono sospinti in una posizione sempre più umile e precaria.

      “Un viaggiatore occidentale parlò degli ebrei come «della... più misera delle comunità turche di non credenti... la loro pusillanimità è così eccessiva, che fuggono davanti alla mano alzata di un bambino... una dimostrazione quanto mai eloquente degli effetti dell’oppressione».
      Una misura e un simbolo della condizione degradata degli Ebrei era la diffusa abitudine – una vera e propria consuetudine in certe zone, come lo Yemen e il Marocco – di prendere a sassate gli Ebrei da parte dei bambini musulmani. Un viaggiatore occidentale del XIX secolo ha scritto in proposito: «Ho visto un bambinetto sui sei anni, a capo di una banda di grassocci compari di tre o quattr’anni ancora incerti sulle gambe, insegnar loro a tirar sassi agli Ebrei; uno di quei teppistelli addirittura si avvicinò ad un adulto, e con assoluta freddezza sputò – alla lettera – sul suo ebraico gabardine. In simili casi l’Israelita è costretto a sottostare; la sua vita vale troppo poco perché possa reagire a un maomettano”. (Benny Morris, op.cit.)


      Quando oggi alla televisione si vedono i bambini palestinesi che lanciano sassi sui soldati israeliani (immagini quasi sempre preparate dagli stessi palestinesi e “rivendute” ai giornalisti occidentali) si pensa subito ai poveri e deboli oppressi che si difendono come possono dai cattivi e prepotenti oppressori; e non si pensa invece che si tratta di un gesto simbolico di disprezzo verso persone che per secoli i Musulmani hanno umiliato e che adesso non sopportano di veder governare e dominare in una terra che considerano sempre “casa dell’Islam”. Scrive infatti Benny Morris (op.cit.):

      “Questa concezione degli israeliti come spregevoli e incapaci avrebbe alimentato odio e risentimento per molti decenni, e reso ancora meno sopportabili le frustrazioni che nel XX secolo essi avrebbero inflitto agli arabi del Levante; le più gravi toccarono agli arabi di Palestina, trasformati a poco a poco in minoranza impotente nel loro stesso paese”.


“Nessuna parola di Dio rimarrà inefficace”

      Chi poteva immaginare, fino alle soglie del secolo scorso, che in quella brulla e desolata provincia dell’impero ottomano potesse di nuovo riunirsi un popolo sparso su tutta la faccia della terra, disprezzato e perseguitato quasi da tutti, e in modo particolare proprio dalle popolazioni musulmane che in maggioranza abitavano quella regione?
      Mark Twain non è l’unico ad aver reso testimonianza dello stato di squallore e abbandono in cui si trovava ai suoi tempi la Palestina.
      Lo scrittore francese Francois René Vicomte de Chateaubriand scrive nel suo “Itineraire de Paris à Jerusalem” del 1811, al quarto capitolo intitolato “Gerusalemme”:

      “Il paesaggio che circonda la città (Gerusalemme) è deprimente: da tutte le parti ci sono colline spoglie... l’entroterra è pieno di aride rocce.. ci si chiede se non siano le pietre crollate di un cimitero nel deserto... un’indicibile desolazione”.
     

      Il poeta francese Alphonse de Lamartine scrive nel suo diario di viaggio dell’anno 1846:

      “Al di fuori delle porte di Gerusalemme in realtà non abbiamo visto esseri viventi ... un silenzio totale, eterno regna nella città, nelle strade e in tutto il paese”.

      Il Signore l’aveva predetto:

      “Li disperderò fra tutte le nazioni che essi non hanno mai conosciute e il paese rimarrà desolato dietro a loro, senza più nessuno che vi passi o vi ritorni. Essi hanno ridotto il paese di delizie in desolazione” (Za 7.14).

      Quella profezia si è avverata, perché non credere che anche le altre si avvereranno? Come quella del profeta Isaia:

      “Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa del SIGNORE si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli; e tutte le nazioni affluiranno a esso. Molti popoli vi accorreranno, e diranno: “Venite, saliamo al monte del SIGNORE, alla casa del Dio di Giacobbe; egli ci insegnerà le sue vie, e noi cammineremo per i suoi sentieri”. Da Sion, infatti, uscirà la legge, e da Gerusalemme la parola del SIGNORE” (Is 2:1-2).

      Certo, bisogna credere ai miracoli, perché tutta la storia del popolo d’Israele, da Abramo ad oggi, è un prodigio storico. Eppure molti, anche tra gli uomini di Dio, non hanno saputo riconoscere le promesse di Dio per il futuro del Suo popolo di Israele. Tra questi anche un uomo come Martin Lutero, che un giorno disse sarcasticamente, nel suo consueto stile colorito e irruento: “Se ci sarà mai uno Stato d’Israele, io mi faccio circoncidere!”. Se alla resurrezione dei morti questo fosse possibile, certamente gli verrebbe richiesto.
      E in un articolo dell’edizione del 1911 della famosa “Encyclopedia Britannica” sta scritto:
      “La possibilità che venga riscoperta la giusta pronuncia dell’antico ebraico è tanto disperata quanto quella di far rinascere uno Stato ebraico in Medio Oriente”.
      Ma il miracolo è avvenuto, e non poteva che essere così. Poco prima di morire Giosuè disse al popolo:

      “Ora, ecco, io me ne vado oggi per la via di tutti gli abitanti della terra; riconoscete dunque con tutto il vostro cuore e con tutta l’anima vostra che neppure una di tutte le buone parole che il SIGNORE, il vostro Dio, ha pronunciate su di voi è caduta a terra; tutte si sono compiute per voi: neppure una è caduta a terra” (Gs 23:14).

      Altre parole di Dio riguardanti Israele non si sono ancora compiute, e poiché la Parola di Dio non può “cadere a terra”, esse si compiranno inevitabilmente nel futuro. Il compimento di queste parole richiede che negli ultimi tempi il popolo di Israele sia di nuovo radunato nella terra che Dio ha promesso ad Abramo. Questo sta avvenendo. Il miracolo non consiste in un prodigioso atto momentaneo, ma in un processo storico, guidato e sorretto dal Signore, che porta ineluttabilmente verso il compimento delle Sue promesse. Nella Sua sovranità, Dio si serve di tutti gli strumenti che ritiene adatti ai suoi scopi, usandoli anche a loro insaputa e nonostante la loro volontà, come tante volte è avvenuto anche nel periodo biblico.


La nascita del sionismo come risposta al nuovo antisemitismo

      Gerusalemme non è mai stata la capitale di uno Stato non ebraico, e anche se per molti secoli la Palestina è stata abitata in prevalenza da Arabi, in Israele non è mai mancata la presenza di Ebrei. Ma erano in gran parte Ebrei religiosi, molti dei quali andavano individualmente a finire i loro giorni nella terra dei padri. Ma quando il Signore stabilì che era giunto il momento di cominciare a far rientrare il Suo popolo nella sua terra, nacque il sionismo, un movimento che costituisce una novità storica per due motivi:
      1) è in prevalenza un movimento politico, non religioso;
      2) non cerca soltanto di favorire il trasferimento del maggior numero possibile di Ebrei in Palestina, ma persegue la costituzione di uno Stato ebraico, cioè di una sede politica riconosciuta in cui gli Ebrei possano sentirsi a casa loro.
      Quello che per noi adesso è normale, a quei tempi appariva una pretesa quasi utopistica, che anche molti Ebrei non vedevano con favore. Non si deve credere, infatti, che tutti gli Ebrei abbiano sempre desiderato di tornare in massa nella terra di Israele. Non era vero nel passato e non è vero neppure oggi. Ma il Signore, nella Sua sovranità, sa come agire sugli uomini e sulle circostanze per volgere gli avvenimenti verso il compimento dei Suoi obiettivi.
      Nella seconda metà dell’ottocento l’influenza della religione sulla società occidentale era molto diminuita e le ideologie dominanti sottolineavano con sempre maggior forza l’uguaglianza di tutti i cittadini e la tolleranza religiosa.
      Venivano quindi a perdere di peso le motivazioni religiose che avevano portato alla discriminazione degli Ebrei (il “popolo deicida”). Era naturale quindi pensare che gli Ebrei più liberali, quelli meno legati alle tradizioni religiose e più coinvolti negli sviluppi culturali e sociali dell’epoca, si sentissero attratti dalla possibilità di inserirsi a pieno titolo nella nuova società laica emergente. Di fatto, questo era già cominciato ad avvenire, soprattutto in Germania e nei paesi dell’est europeo.
      Ma la possibilità dell’emancipazione stava facendo aumentare la pericolosità di uno dei nemici più temuti dall’ebraismo: l’assimilazione.
      A questo pericolo pose rimedio la malvagità degli uomini, sottoposta suo malgrado alla provvidenza di Dio. Anche l’antisemitismo si adeguò, e da religioso diventò laico e “scientifico”. Da una parte gli Ebrei cominciarono ad essere invisi per motivi sociali ed economici, dall’altra cominciarono a farsi strada, soprattutto in Germania, le teorie etniche sulla razza inferiore, che al momento opportuno furono usate dall’Avversario per spingere gli uomini a tentare di eliminare “scientificamente” il popolo eletto di Dio.
      Ma prima ancora di questo tentativo di “soluzione finale del problema ebraico”, erano scoppiati in Europa, alla fine dell’ottocento, casi talmente gravi di violenza antisemita, che proprio alcuni degli uomini più disposti ad inserirsi paritariamente nella società civile si convinsero che per gli Ebrei l’unica soluzione possibile era la costituzione di uno Stato ebraico che potesse accoglierli.
      Leon (Yehuda Leib) Pinsker (1821-1891), nato in Polonia, fu uno dei primi Ebrei che frequentò l’Università di Odessa, dove cominciò a studiare legge. Quando capì che come ebreo aveva poche possibilità di esercitare la professione di giurista, andò a studiare medicina all’Università di Mosca. Tornato a Odessa dopo aver terminato gli studi, fondò un settimanale in lingua russa in cui incoraggiava gli Ebrei a imparare il russo e a inserirsi attivamente nella società civile. E proprio da Odessa, nel 1871, partirono i primi pogrom antiebraici. Gli Ebrei “aperti” erano frastornati. Nel 1881 si ripeterono altri pogrom nel sud della Russia. Quando fu chiaro che anche il governo zarista appoggiava questi movimenti antisemiti, Pinsker capì che l’umanesimo non aveva estirpato l’odio contro gli Ebrei, e da propugnatore dell’assimilazione si trasformò in un precursore del sionismo politico.
      In un secolo in cui cresceva di importanza l’idea di nazione, Pinsker si accorse che gli Ebrei erano stranieri dappertutto. Nel 1882 pubblicò a Berlino un pamphlet in tedesco intitolato “Autoemancipazione”, in cui analizzava il problema ricorrente dell’antisemitismo e concludeva che la sua soluzione radicale sta nella costituzione di una patria per il popolo ebraico, non necessariamente in Palestina, a riprova del fatto che i suoi motivi di fondo non erano di natura religiosa.


Il fondatore del sionismo politico: Theodor Herzl

      Pinsker è stato un precursore del sionismo, ma quello che viene considerato il fondatore storico del cosiddetto sionismo politico è Theodor Herzl (1860-1904). Anche lui era un ebreo colto, nato a Budapest, cresciuto in Austria ed educato nello spirito dell’illuminismo tedesco.
      Terminati i suoi studi di legge all’Università di Vienna, aveva tutte le carte in regola per raggiungere il successo nella società del tempo. Diventò giornalista, e nel 1894 l’autorevole quotidiano austriaco “Neue Freie Presse” lo mandò come corrispondente a Parigi per seguire il famoso processo contro Alfred Dreyfus, un ufficiale ebreo francese accusato ingiustamente di tradimento. Nella patria della rivoluzione francese Herzl udì con le sue orecchie la folla che gridava: “Morte agli ebrei!”.
      Rimase profondamente colpito da questa realtà e arrivò a concludere che l’antisemitismo è un odio inestinguibile, capace di impedire qualsiasi processo di assimilazione degli ebrei nelle varie nazioni europee. “Siamo un popolo che vive sempre in territorio nemico”, osservò desolato.
      Senza aver letto il libro di Pinsker, scrisse in pochi giorni un opuscolo-manifesto di cento pagine, dal titolo “Der Judenstaat” (Lo Stato Ebraico). Herzl non era un uomo religioso; non conosceva la lingua ebraica e neppure si preoccupava di impararla; pensava ad uno Stato ebraico in Palestina, ma al sesto Congresso Sionista (1903) propose di accettare l’offerta britannica di costituire uno Stato per gli Ebrei in Uganda; nei suoi pensieri e nelle sue valutazioni non fa mai riferimento al Dio di Israele e alle Sue promesse.
      Dunque – potrebbe obiettare qualcuno – che c’entra Herzl con l’opera di Dio? Per molti l’impresa sionista è una vicenda politica del tutto umana, puro frutto dei giochi di potere tra uomini che cercano soltanto i propri interessi. Ma Dio sa come usare i Suoi strumenti, anche quelli che non Lo conoscono e si disinteressano di Lui. E indubbiamente Herzl è stato uno di questi strumenti. Chi crede nella realtà pratica del compimento delle promesse di Dio su Israele non può non avvertire, nelle parole e nella determinazione di quest’uomo, la mano di Dio che muove inesorabilmente gli uomini e i fatti quando i tempi sono maturi.
      Riportiamo alcune frasi dalla sua prefazione a “Der Judenstaat” (1896):

      “Il pensiero che intendo esporre in questo scritto è antichissimo. È la costituzione dello Stato Ebraico. [...]
      Devo anzitutto difendere il mio progetto da chi vorrebbe considerarlo un’utopia. [...] Scrivere un’utopia non sarebbe certo una vergogna. Anzi, se presentassi questo lavoro nella forma, per così dire, irresponsabile di un romanzo per lettori che si vogliono svagare, potrei ottenere un facile successo letterario. Ma questa non è piacevole utopia, come se ne è prodotta in abbondanza prima e dopo Tommaso Moro. Credo che la situazione degli ebrei nei vari paesi sia abbastanza seria da rendere superflui simili gingillamenti introduttori. [...]
      Il presente progetto fa uso di una forza motrice presente nella realtà. Io faccio soltanto uno schizzo degli ingranaggi e delle ruote della macchina da costruire, in tutta umiltà, nella coscienza della mia insufficienza e nella fiducia che ci saranno altri meccanici che eseguiranno il lavoro meglio di me.
      Veniamo adesso alla forza motrice. Qual è questa forza? La miseria in cui si trovano gli Ebrei. [...]
      Io sono profondamente convinto di avere ragione. Non so se otterrò ragione nel tempo della mia vita. I primi uomini che cominceranno questo lavoro ben difficilmente ne vedranno il glorioso compimento. Ma il solo inizio costituisce un grande privilegio e l’essere coinvolti dona la gioia di un’intima libertà. [...]
      Per questo dico chiaro e tondo: credo alla possibilità della realizzazione di questo progetto, anche se non mi arrischio a dire quale sarà la sua forma definitiva. Lo Stato ebraico è una necessità per il mondo, quindi sorgerà.”

     
      E lo Stato di Israele è sorto. Herzl non vedrà neppure da lontano il compimento del suo progetto, ma con lui un primo passo è stato fatto: lo Stato ebraico aveva cominciato ad esserci, nei pensieri e nei discorsi di molte persone, anche tra i potenti della terra.
      Un anno dopo la pubblicazione del suo libro, Herzl fece nascere, nel Congresso di Basilea dell’agosto 1897, l’Organizzazione Sionistica Mondiale, a cui parteciparono da 200 a 250 delegati provenienti da 24 paesi. È questo l’evento storico che convenzionalmente viene considerato l’inizio del sionismo politico.
      Nello stesso anno, sul numero di maggio della rivista “Civiltà Cattolica”, comparivano le seguenti parole:

      “Secondo le sacre pagine, il popolo giudaico deve sempre sussistere disperso e vagabondo. Ricostruire una Gerusalemme che sia centro di un risorto regno ebraico è contrario alla predizione del medesimo Cristo”.

      Il 3 settembre 1897, qualche giorno dopo che il primo Congresso sionistico era terminato, Herzl scriveva sul suo diario:

      “Se dovessi riassumere in una frase il Congresso di Basilea... direi: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico... Forse entro cinque anni, senza dubbio entro cinquanta, questo fatto sarà evidente a chiunque”. (Benny Morris, op. cit.)

      Esattamente cinquant’anni dopo, il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale dell’ONU deliberava, con la risoluzione 181, la divisione della Palestina in due Stati indipendenti, uno arabo e uno ebraico. E dopo pochi mesi, il 14 maggio 1948, a seguito della risoluzione dell’ONU veniva proclamata da David Ben-Gurion la fondazione dello Stato di Israele.

(1. continua -->)   

Marcello Cicchese