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Nei simboli: un preciso messaggio!


“FATE QUESTO IN MEMORIA DI ME”


È essenziale nella cena del Signore rispettare la forma trasmessaci dal Gesù: modificarne i simboli significa modificare o annullare il messaggio che Egli vuole far giungere al nostro cuore attraverso di essi. In pratica: significa disattendere le sue istruzioni e disubbidire ai suoi insegnamenti.


Riflettere serenamente su quanto insegna la Parola di Dio

      Qualcuno ha affermato che viviamo in una società caratterizzata da continui mutamenti, siano essi di carattere morale, etico, strutturale, economico, ecc... Effettivamente è così. Purtroppo dobbiamo avere l'onestà di riconoscere che non tutti i cambiamenti sono per il meglio. Senza dire che il passato era meglio del presente, è evidente che in molte cose non abbiamo affatto progredito. E questo spirito di novità non solo incalza, ma influenza anche la chiesa del Signore Gesù Cristo, nonostante l’esortazione paolina a “non conformarci a questo mondo” (Ro 12:2).
      Va ricordato che il seguito di questo versetto non predica un “immobilismo” sterile, ma invita alla trasformazione e al rinnovamento della mente per conoscere e praticare sempre meglio “la volontà di Dio”. Nonostante questo insegnamento accade però che, sempre di più, trascurando ed ignorando i principi stabiliti dalla Parola di Dio quale “norma normans”, si assiste all’infiltrarsi nella chiesa di pensieri, tendenze, modelli e comportamenti tali che, perché possano avere una qualche giustificazione, si è costretti a ricorrere a considerazioni esclusivamente extra-bibliche.
      Per un movimento di chiese locali che hanno sempre affermato di voler seguire esclusivamente il modello neo testamentario, questo è preoccupante. Staremmo forse subendo l’attrazione di “divinità straniere” che tanto danno hanno fatto alla nazione ebraica sottoponendola al giudizio di Dio? Constatiamo infatti che nel giro di dieci/quindici anni a questa parte, in diverse chiese locali, in occasione della rammemorazione del sacrificio del Signore, contrariamente a quanto indicato dalla Parola del Signore, anziché rompere il pane e bere dal calice, si usano gallette preconfezionate, pezzetti di pane già tagliati e bicchierini individuali.
      Non è nostra intenzione giudicare coloro che hanno adottato questa prassi (spesso “contro voglia”, così ci è stato detto), ma ugualmente sentiamo il dovere di invitarli ad una serena riflessione su quanto dice la Parola di Dio e sulla necessità di non deviare “né a destra, né a sinistra, affinché tu prosperi dovunque andrai” (Gs 1:7). Non si tratta di conservare semplicemente tradizioni vetuste, ma di chiederci con quale diritto riteniamo di dover mutare ciò che la Parola di Dio prescrive.
      Secondo l'insegnamento delle Scritture l’ubbidienza al memoriale istituito dal Signore Gesù non ha carattere sacramentale, ma simbolico. Respingiamo infatti, con decisione, il concetto cattolico dell’“ex opere operato”, secondo cui viene conferita una grazia particolare attraverso il gesto compiuto.
      Crediamo piuttosto di dover ubbidire a questo comandamento istituito dal Signore Gesù Cristo perché Lui stesso ha detto: “Fate questo in memoria di me” (Lu 22:19). Osserviamo che, non soltanto ci ha detto di ricordarci di Lui, ma di farlo in una maniera ben precisa. A volte però, quando si rivolgono questi richiami, ci viene risposto che dobbiamo guardarci dal formalismo e da un gretto letteralismo. È vero che la sostanza viene prima della forma e, nel nostro caso, ciò che ha realmente valore è il sacrificio perfetto ed unico del nostro Salvatore, compiuto una volta per sempre (Gv 19:30; Eb 10:14). Però anche la forma ha la sua importanza, così come non si metterebbe del buon cibo in un piatto sporco. Perciò, sebbene crediamo che il pane ed il vino rimangano tali, pure essi richiamano realtà spirituali sublimi e profonde nel momento in cui ci accostiamo ad essi nella maniera indicata dal Signore.
      Ne risulta che il simbolo, avendo un carattere convenzionale, conserva il suo significato pregnante, solo se viene ripetuto così come è stato istituito. Dopo tutto il pane ed il vino, che fanno parte degli alimenti quotidiani, risultano abbastanza banali nelle abitudini correnti. Perciò se non ci atteniamo alla Parola del Signore, introduciamo elementi soggettivi che non richiamano più le realtà specifiche che il Signore Gesù ha voluto sottolineare.
      Ricordiamo che c’è una stretta analogia con il comandamento del battesimo. O lo si pratica per immersione, perché battesimo vuole dire “immersione”, o altrimenti non lo è. Solo l’immersione totale illustra le verità spirituali (vd. Ro 6) che il battesimo deve proclamare. Se invece ci lasciamo influenzare dal “pragmatismo”, anziché dalla Parola di Dio, allora, dal momento che con il battesimo per immersione si potrebbe contrarre il raffreddore, ci si sentirà giustificati nell’amministrarlo per aspersione, con poche gocce d’acqua.
      Questa è l’aberrazione a cui si giunge quando la logica e le considerazioni umane prevalgono sulla parola di Dio.


Motivi di perplessità

      Bisogna avere l’onestà di riconoscere che per circa duemila anni i cristiani desiderosi di rispettare le Sacre Scritture e di seguire le orme del Nuovo Testamento hanno sempre praticato questo memoriale seguendo letteralmente quanto stabilito dal Signore, cioè rompendo il pane e bevendo dal calice (vd. Mt 26:26-29; Mr 14:22-25; Lu 22:19-20; 1 Co 11:23-26).
      Nessuno può affermare di essere giunto a una pratica diversa leggendo e studiando la Parola di Dio. Quando ci sono stati dei cambiamenti, questo è avvenuto per l’influenza o il suggerimento di missionari che nei loro Paesi erano abituati alla celebrazione del “memoriale” in maniera che noi riteniamo deformata. Missionari certamente sinceri, ma che spesso venivano da una realtà diversa dal movimento di chiese che desiderano attenersi solo agli insegnamenti ed alle prescrizioni delle Scritture.
      Il cambiare la forma alla celebrazione del memoriale del Signore, trova i suoi precedenti esclusivamente nelle eresie della chiesa Romana. Al Concilio di Costanza del 1415, il calice venne vietato ai fedeli. In realtà l'uso di non dare il calice era iniziato già verso il 1250. Probabilmente questo era successo per ragioni igieniche. È evidente che una chiesa moltitudinista debba avere queste preoccupazioni. Ma questo allontanamento aveva anche radici teologiche. Infatti già nel VI° Concilio Lateranense del 1215 era stato fissato il dogma della “transustanziazione”. Secondo questo dogma il Cristo tutto intero (carne e sangue) si trova nell’ostia e quindi non era necessario dare il calice ai fedeli. Questo dimostra che un errore non rimane mai isolato. Quando ci si allontana dalla semplicità della Parola di Dio si dà inizio ad un processo di cui non possiamo prevedere le conseguenze.
      Poiché per tanti anni abbiamo testimoniato di essere usciti da Babilonia e ci siamo vantati di essere tornati alla semplicità dell’evangelo ubbidendo al comandamento di Gesù “sic et simpliciter”, faremmo ora il cammino inverso con i “bicchierini” e le gallette o i quadratini di mollica tagliati in precedenza?
      Non ci deve far riflettere tutto questo?
      Queste pratiche che, come abbiamo visto, sono estranee al Nuovo Testamento, vengono giustificate con motivazioni di carattere igienico e sanitario paventando la diffusione dell'AIDS. Sembrerebbe un suggerimento molto saggio, ma lo è veramente? Sono vissuto in un tempo in cui nel nostro Paese la tubercolosi era ancora un problema perché se ne moriva. Come sappiamo essa è estremamente contagiosa, in particolare la tisi. Nonostante questo la distribuzione dei “simboli” non è stata cambiata (forse quei nostri fratelli erano troppo semplici ed ingenui?). Se un credente sa di essere fonte di contagio, potrebbe chiedere di accostarsi ai simboli per ultimo o, al limite, astenersi. Non per questo viene privato di qualche grazia particolare, perché i simboli non sono sacramenti! Non è mai una buona cosa stabilire delle norme su casi ipotetici, perché ci sono sempre tante eccezioni. Ma se, come ci insegna il Nuovo Testamento, nell’assemblea locale ci sono gli anziani, compete a loro di esaminare i diversi casi ed intervenire con opportuni suggerimenti di carattere pratico senza stravolgere l’insegnamento biblico. Certi problemi possono esistere per le chiese “moltitudiniste” che, essendosi allontanate dal modello neo testamentario, offrono la “cena dei Signore” a tutti i presenti indistintamente, conosciuti e non. Ma se nell’Assemblea viene praticata e vissuta la realtà della “comunione” fraterna, nel senso di condividere le problematiche gli uni degli altri, allora non sorgeranno problemi. A volte è stato detto che è il malato a non voler palesare la sua situazione, oppure che i famigliari nascondano al loro congiunto il suo reale stato di salute e pretendono il “silenzio”. In questo caso vi è qualcosa di anomalo che deve essere chiarito. Non dimentichiamo che il vivere nell’ambiguità o, peggio ancora, nel peccato, è già di per sé una maledizione (1Co 11:28-30) dalle conseguenze gravi e persino letali, indipendentemente da contagi di tipo virale. Per restare su un piano pratico, aggiungiamo che, per quanto ci consta, non dobbiamo esagerare il pericolo dell’AIDS, la malattia di cui tanto si discute e che tanta paura incute. Leggo su una scheda preparata dalle U.S.L. della provincia di Forlì:
      “Al contrario della maggior parte delle malattia trasmissibili – raffreddore, influenza, tosse, ecc. – l’AIDS non si trasmette attraverso starnuti, colpi di tosse, cibi, bevande, utensili o semplicemente essendo a lungo vicini ad una persona infetta. Dopo cinque anni di esperienza è evidente che il contatto casuale con soggetti colpiti da AIDS non fa correre ad altre persone rischi di contagio. Non è stato finora individuato alcun caso in cui l’AIDS sia stata trasmessa attraverso contatti casuali (non sessuali) con persone di famiglia, colleghi di lavoro o amici. Non risulta che abbiano contratto la malattia operatori sanitari e quanti altri che si occupano di malati di AIDS soltanto per il fatto di averli frequentati giornalmente”.
      Stiamo perciò attenti a non esagerare realtà che di fatto non esistono! Oggi si parla molto dell’AIDS, ma non è con il calice della Cena del Signore che si propaga, piuttosto con i cattivi comportamenti. Abbiamo saputo di casi in cui dei giovani neo convertiti, avrebbero rifiutato “il calice” perché nauseati della promiscuità in cui hanno vissuto nel passato. Lo sappiamo tutti con quale disinvoltura nella società di oggi, ragazzi e ragazze passano dalle braccia, e non solo dalle braccia, gli uni degli altri, ma questo non deve condizionare la verità biblica. Che ci sia un rifiuto per questo tipo di passato non solo è comprensibile, ma doveroso. Tuttavia è proprio a questo riguardo che deve subentrare l’azione degli anziani per spiegare ed insegnare che il diventare membri della famiglia di Dio (Ef 2:19) significa entrare in una nuova dimensione che non ha più nulla a che fare con il passato (2Co 5:17). Cristo ha realmente dato sé stesso per abbattere ogni muro di separazione (Ef 2:13-18), facendoci membra di uno stesso corpo (1Co 12:12-13). Questa è la realtà nuova a cui ci si deve abituare. Che inizialmente ci possa essere l’istintiva repulsione di bere nello stesso calice, può essere comprensibile. Ma questa reazione può essere vinta e superata con l’aiuto dei Signore se si ricorda che non siamo più estranei gli uni gli altri, ma legati da vincoli di amore celeste (Ro 5:5). L’apostolo Paolo nel raccontare la sua esperienza in Galazia ricorda con apprezzamento l’accoglienza che gli venne riservata nonostante la situazione. Egli scrive: “sapete bene che fu a motivo di una malattia che vi evangelizzai la prima volta; e quella mia infermità, che era per voi una prova, voi non la disprezzaste né vi fece ribrezzo; al contrario mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù stesso” (Ga 4:13-14). Quando si permette allo Spirito Santo di farci esperimentare la realtà della comunione che il Signore crea fra di noi, allora vengono a cadere le riserve che caratterizzavano la nostra alienazione da Dio.


L’insegnamento biblico

      Se le considerazioni di ordine pratico hanno la loro importanza, è l’insegnamento biblico ad avere un carattere determinante e vincolante. E, su questa base dobbiamo riconoscere che non c’è nessun passo biblico che possa giustificare una pratica diversa da quella descritta nel Nuovo Testamento. Come tutti possono constatare, gli evangeli sono soprattutto descrittivi del memoriale istituito da Gesù. Ma l’apostolo Paolo, in un testo altamente teologico e prescrittivo, come lo è il capitolo undici della prima lettera ai Corinzi, è molto preciso nelle sue affermazioni. Egli scrive: “Ho ricevuto dal Signore quello che vi ho anche trasmesso” (1Co 11:23). Quindi non siamo di fronte ad una pratica emanante dalla pietà dell’uomo, ma di ciò che il Signore stesso ha insegnato. Dicendo questo l’apostolo sottolinea enfaticamente di essersi attenuto alle istruzioni ricevute senza cambiare nulla. Questo ci rimanda agli evangeli che narrano dettagliatamente ciò che Gesù ha fatto nella notte in cui venne tradito (Mt 26:26-29; Mr 14:22-25; Lu 22:19-20). Di particolare importanza è l’osservare che Gesù, nell’istituire il memoriale, non prese semplicemente a caso quello che era sulla tavola pasquale, ma ha fatto scelte precise, mostrando come nella sua istituzione tutto sia stato ponderato e mirato. In quell’occasione, sulla tavola, vi erano l’agnello arrostito, del pane azzimo e le erbe amare, fondamentali per la pasqua giudaica (Es 12:1-20). Ma Gesù, quale “mediatore del nuovo patto” (Eb 9:15; 12:24) fece una scelta diversa. Egli “prese del pane e dopo aver reso grazie lo ruppe”. In secondo luogo “dopo aver cenato, prese anche il calice” ( Co 11:23-26). Anche qui notiamo che Gesù non ha preso un calice qualsiasi, né ha preso uno dei bicchieri dal quale i discepoli bevevano (proprio a voler sottolineare la non banalità di quello stava facendo), ma ha preso “il calice”. Per comprendere bene il testo si deve sapere che nel corso della pasqua ebraica si usava più di un calice. Ne abbiamo una testimonianza nel vangelo di Luca dove viene menzionate “un calice” che Gesù distribuì ai suoi discepoli prima di istituire il memoriale (Lu 22:14-18). Qual è dunque “il calice” menzionato dall’apostolo Paolo? Egli ne parla nel capitolo decimo della stessa prima lettera ai Corinzi. In quell’occasione egli parla del “calice della benedizione, che noi benediciamo...”; ma l’apostolo non si ferma a questo, ma descrive il significato di questo calice particolare aggiungendo: “non è forse la comunione con il sangue di Cristo?” (1Co 10:16). Esso richiamava “il sangue del patto” (Es 24:8). Infatti sta scritto che Gesù: “dopo avere cenato, diede loro il calice dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi»” (Lu 22:20). È evidente che il Signore voglia richiamare l’attenzione dei credenti ad una verità essenziale, cioè che soltanto grazie al suo sangue versato una “volta per sempre” (Eb 9:12), abbiamo salvezza. La sorgente è unica, e questa verità deve essere simbolicamente illustrata dalla partecipazione al calice comune. Quindi niente possibilità di sostituirlo con bicchierini che, anziché sottolineare il concetto della comunione, evidenziano l'individualismo. (A volte per contestare quanto andiamo affermando, si solleva l’obbiezione circa quelle chiese locali che, a motivo del numero consistente dei membri usano più di un calice. Questa è una situazione assolutamente diversa dai bicchierini, perché la verità che si vuole sottolineare, viene conservata). Purtroppo è vero che in questi ultimi tempi si apprezza sempre meno la ”comunione”, con il Signore e con la fratellanza. Ma la forza dell’argomentazione paolina viene evidenziata dalle parole e dall’analogia che segue: “Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo? Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell'unico pane” (1Co 10:16-17). Com’è possibile constatare, il concetto della comunione viene altresì ribadito dal fatto che si partecipa ad “un unico pane”, che viene spezzato al momento della distribuzione, non spezzettato o tagliato in precedenza. Questo particolare è talmente evidente nel Nuovo Testamento che quando si voleva parlare dell’incontro in cui si celebrava il memoriale lo si indica come il “rompere il pane” (At 2:42, 46; 20:7). Che anche la forma abbia la sua importanza viene evidenziato dalla narrazione concernente i due discepoli sulla via di Emmaus. Questi uomini avevano la vista velata circa lo sconosciuto che aveva fatto strada con loro. Ma sta scritto che: “Quando fu a tavola con loro prese il pane, lo benedisse, lo spezzò e lo diede loro. Allora i loro occhi furono aperti e lo riconobbero” (Lu 24:30-31). Questi uomini riconobbero Gesù perché Egli ripeté il memoriale con la stessa “forma” con cui lo aveva istituito. Quando il libro degli Atti ci racconta che i credenti “spezzavano il pane” (At 2:42; 20:7) sottintende una celebrazione uguale a quella istituita da Gesù e non modificata.
      Vi è infine una considerazione molto più seria di quanto si possa pensare, quando si invocano ragioni igieniche per giustificare l’istituzione dei “bicchierini”. Come è stato osservato, siamo di fronte ad una istituzione che proviene dalla bocca stessa di Gesù Cristo. Ma quale considerazione abbiamo della sua persona? Come possiamo pensare che l’accostarsi al calice comune durante la celebrazione della cena del Signore possa essere considerato una trascuranza delle norme igieniche? Se questo fosse vero, dovremmo rivolgere questa accusa prima di tutto a Gesù che ha istituito e partecipato a questa pratica. Non dobbiamo pensare che ai suoi tempi ci fossero minori possibilità di contagio di quelle di oggi. Eppure lo stesso Signore che ha trasmesso agli Israeliti dettagliate prescrizioni di carattere igienico-sanitario (vedi ad esempio il libro dei Levitico), ha offerto il calice ai suoi discepoli dicendo: “Bevetene tutti” (Mt 26:28). Come possiamo pensare che, quando Gesù ha istituito questo memoriale, non abbia previsto il problema dell’AIDS che avremmo avuto nel duemila a causa del nostro comportamento peccaminoso? Il Signore Gesù Cristo, l’eterno Figlio di Dio, non avrebbe avuto questa lungimiranza? Avrebbe condiviso i limiti del suo tempo? Se riflettiamo su tutto ciò che viene indirettamente sottinteso nell’adottare i “bicchierini” per motivi igienici, ci si rende conto che la posta in gioco non è da poco. Si corre il rischio di mettere in dubbio la perfetta “deità” di Gesù Cristo, colui “nel quale tutti i tesori della sapienza e della conoscenza sono nascosti” (Cl 2:3). Eppure la Parola di Signore afferma che Egli, pur avendo preso “forma di servo”, era anche “in forma di Dio” (Fl 2:6, 7). Nel confidare in Lui non si corrono rischi, perché “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della Deità” (Cl 2:9). Dopo tutto siamo chiamati a proclamare, in ogni singola chiesa locale, la verità di un corpo unico di cui Cristo stesso è il “capo supremo” (Ef 1:22).


Alla legge! Alla testimonianza!

      Quando si parla di questi argomenti, si fanno precisazioni e si mettono in evidenza le affermazioni delle Scritture, molto spesso si obietta che è vero, ma, estrapolandole dal loro contesto, si invocano le parole dell’apostolo Paolo secondo cui: “la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica” (2Co 3:6). Una sana esegesi di questo testo in cui si fa riferimento all’Antico Testamento e alla sentenza di morte pronunciata sull’uomo che pecca in contrasto con l’azione vivificatrice dello Spirito Santo, non permette di giungere alle conclusioni che alcuni vorrebbero. Altre volte si dice ancora che nelle Scritture ci sarebbero cose essenziali ed altre secondarie. In un certo senso è vero, ma stiamo attenti a non abusare di questa argomentazione. Gesù ha detto: “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto. Chi dunque avrà violato uno di questi minimi comandamenti e avrà così insegnato agli uomini, sarà chiamato minimo nel regno dei cieli” (Mt 5:18-19).
      In passato abbiamo combattuto, giustamente, il liberalismo teologico e razionalistico che svuota le Scritture della loro autorità. Oggi stiamo adottando un “liberalismo pragmatico” diabolicamente pericoloso. La Bibbia dice così, ma bisogna tener conto della situazione, ecc..., ecc... In sostanza, si trovano mille cavilli per “by-passare” il chiaro insegnamento della Bibbia. Così ci si sente sicuri perché, teoricamente si continua ad affermare l’inerranza delle Scritture, la loro piena attendibilità, che esse sono la nostra sola norma in fatto di dottrina e di condotta, ma in pratica ci riserviamo la libertà di trasformarla ed adeguarla alle mode del momento. Oppure ci nascondiamo dietro all’alibi che ormai molti fanno così, o che in quell’occasione si è fatto in quel modo senza che nessuno abbia obiettato. Possiamo rispondere usando le parole dell’apostolo Paolo scritte in una diversa occasione: “Se poi a qualcuno piace essere litigioso, noi non abbiamo tale abitudine; e neppure le chiese di Dio” (1Co 11:16). E nel parlare di “chiese di Dio” non intendiamo riferirci ad una denominazione o movimento, ma a tutte quelle chiese che con umiltà e semplicità desiderano sottomettersi al modello indicato dal Nuovo Testamento. L’insegnamento biblico è immutabile e nessuno di noi ha il diritto di modificarlo. Sta scritto: “Ogni parola di Dio è affinata con il fuoco… Non aggiungere nulla alle sue parole…” (Pr 30:5-6). Abbiamo visto che il Signore Gesù Cristo, nel rompere il pane e nel distribuire il calice ha detto “fate questo in memoria di me” (Lu 22:19; 1 Co 11:24-25). Perciò, se vogliamo rispondere al suo desiderio di Gesù ed assecondare le sue intenzioni, dobbiamo attenerci semplicemente e fedelmente a ciò che Egli ha prescritto.

Samuele Negri