Uno dei più grandi miracoli che ha accompagnato la costituzione del nuovo Stato d'Israele è indubbiamente la rinascita della lingua ebraica.
Il problema della lingua comune
Una delle prime cose che lo Stato d'Israele richiede oggi agli Ebrei che "fanno alià", cioè ritornano alla loro terra d'origine, è la partecipazione a un corso di ebraico. Questo perché gli Ebrei provenienti dalla diaspora quasi mai conoscono la lingua del paese, e quindi devono tornare sui banchi di scuola e impararla. Naturalmente i ragazzi, sia che provengano anche loro dall'estero, sia che nascano in Israele, imparano a parlare molto meglio e molto più in fretta degli adulti. Questo ha fatto dire a Ephraim Kishon, un noto scrittore satirico recentemente insignito di un premio, che "Israele è l'unico paese al mondo in cui i genitori imparano la lingua dalla bocca dei figli".
Raccontando la storia della sua vita, un Ebreo nato in Israele (un cosiddetto "sabra"), figlio di Ebrei provenienti dalla Persia, si esprime così:
"I nostri genitori parlavano con difficoltà l'ebraico, e confrontandoci con loro noi bambini ci sentivamo molto «istruiti». Consideravamo nostro sacro compito correggere la loro lingua e insegnare loro «un buon ebraico israeliano»".
Anche dal punto di vista linguistico Israele rappresenta un caso unico nella storia. Si può dire che all'inizio del movimento sionista l'ebraico, come lingua parlata, era morto da secoli. Già al tempo di Gesù la lingua corrente era l'aramaico, certamente affine, ma non uguale all'ebraico. Nei vari paesi della loro dispersione gli Ebrei formarono diverse lingue parlate, basate su dialetti locali ma contenenti un certo numero di termini di derivazione ebraica. Il linguaggio più noto è forse lo "yiddish", parlato dagli "ashkenaziti", gli Ebrei dell'Europa centro-orientale, che si può considerare una contaminazione giudaica dell'antico tedesco. Gli Ebrei provenienti dal bacino mediterraneo, i cosiddetti "sefarditi", parlavano invece una forma di giudeo-spagnolo. In ogni caso queste lingue parlate, che si differenziavano tra loro anche da una regione all'altra, erano ormai ben lontane dall'ebraico classico delle Sacre Scritture e nessuna di esse poteva essere usata come strumento di comunicazione tra gli Ebrei di tutto il mondo.
Una domanda allora si poneva: quale lingua avrebbero parlato gli Ebrei nella loro futura nazione? A dire il vero, non era un problema che tormentava molte persone. Le preoccupazioni sembravano essere ben altre. Theodor Herzl, per esempio, a un certo momento disse: "Lasciate che gli Ebrei vadano sulla loro terra per alcune generazioni, e poi saranno loro a scegliersi la lingua che vorranno parlare".
Ma evidentemente nel piano di Dio era previsto che sulla terra d'Israele gli Ebrei non parlassero una lingua qualsiasi, ma la lingua dei loro padri. L'ebraico però poteva essere considerato come una delle ossa secche di cui parla il profeta Ezechiele. Era una lingua morta. Più precisamente, era usata soltanto nelle funzioni religiose, un po' come il latino per il cattolicesimo di cinquant'anni fa, e come lingua letteraria, ma di fatto non esisteva più come linguaggio di tutti i giorni. I rapporti tra l'uomo e Dio si esprimevano in una lingua diversa da quella dei rapporti tra uomo e uomo, e il comune Ebreo si rivolgeva a Dio con parole di cui lui stesso non capiva l'esatto significato. Il Dio d'Israele non ha voluto che questo continuasse e ha operato un altro dei Suoi prodigiosi miracoli: la rinascita della lingua ebraica.
L'uomo adatto al momento giusto
Come già detto, una caratteristica del movimento sionista è che per ogni nuovo bisogno si è sempre presentato, al momento opportuno, la persona adatta allo scopo. Per quel che riguarda la lingua, si presentò sulla scena un Ebreo di gracile costituzione, nato e cresciuto a Luzki, un piccolo paesino della lontana Lituania. Si chiamava Eliezer Perelman, ma in seguito si cercò un cognome più apertamente ebraico, e adesso è noto al mondo come Eliezer Ben Yehuda (1858-1922).
All'età di diciassette anni Eliezer fu come sopraffatto da una "rivelazione" che determinò il corso della sua vita.
"È come se i cieli si fossero improvvisamente aperti: una vivida luce incandescente balenò davanti ai miei occhi e una potente voce interiore risuonò nelle mie orecchie: la rinascita di Israele sul suo antico suolo".
La visione continuò ad accompagnarlo, e più tardi scrisse:
"Più cresceva in me l'ideale nazionalistico, più capivo l'importanza per una nazione di avere una lingua comune".
Si delineò così quello che divenne lo scopo della sua vita: "Yisrael be'artzo uvilshono" la rinascita della nazione di Israele sulla sua propria terra e con la sua propria lingua. E questo circa vent'anni prima che Theodor Herzl scrivesse il suo famoso libro "Der Judenstaat".
A Parigi, dove Eliezer era andato per compiere i suoi studi universitari e nello stesso tempo cercare contatti utili per il suo progetto, sembrava che tutto dovesse naufragare sul nascere a causa della sua salute. Alla fidanzata che era rimasta in Lituania scrisse:
"Cara Deborah,
devo dirti che ho visto il dottor Necker e che la sua diagnosi non è incoraggiante. Dice che ho la tubercolosi; che i miei polmoni sono malamente intaccati e mi ha ordinato di sospendere immediatamente i miei studi. Mi ha raccomandato il clima di Algeri.
Il responso mi ha spaventato moltissimo perché ho l'impressione che non mi resti molto tempo da vivere. [...] Ho lavorato sodo, imparando tutto quello di cui avevo bisogno, ma che servirà se dovrò morire prima di poterlo mettere in opera?
Mi sento come un condannato a morte e vorrei tanto trovare il modo di dire le mie ultime parole. Perciò sto lavorando giorno e notte, senza dormire, per fissare sulla carta le ragioni dell'importanza, per il mondo ebraico, di infiammarsi all'idea del ritorno alla terra dei nostri Padri e di lavorare per la libertà alla quale abbiamo diritto.
Ho deciso che per riavere la nostra terra e la nostra vita politica è necessario avere una lingua comune che ci unisca. Questa lingua è l'ebraico, ma non l'ebraico dei rabbini e degli studiosi. Dobbiamo avere una lingua che ci permetta di svolgere tutte le attività umane. Non sarà facile resuscitare una lingua morta!
Il tempo è breve; l'opera da compiere così grande". [...]
Eliezer.
Ben Yehuda morirà quarant'anni dopo, nel 1922, e il 29 novembre di quello stesso anno le Autorità Britanniche riconobbero l'ebraico come lingua ufficiale degli Ebrei di Palestina.
Questo perché l'ebraico era ormai la lingua effettivamente parlata dagli Ebrei su quella terra e insegnata nelle loro scuole.
Il progetto giunse a compimento.Ma di chi era il progetto?
L'appello del giovane idealista agli Ebrei della diaspora
"Quando si vede un edificio già finito, non si pensa alla fatica impiegata per costruirlo", ha detto qualcuno. E questo è particolarmente vero per quel particolare edificio che è l'attuale lingua ebraica.
Nel suo soggiorno di Parigi Ben Yehuda scrisse un articolo che era un accorato appello per il ritorno degli Ebrei in Israele. Non fu facile trovare un giornale disposto a pubblicarlo, ma alla fine la risposta positiva arrivò da una rivista mensile ebraica di Vienna: "Hashahar", che significa "L'alba". Nell'articolo, apparso nel 1879 con il titolo "Una questione degna di nota", si diceva:
"Se è vero che tutti i singoli popoli hanno diritto di difendere la loro nazionalità e proteggersi dall'estinzione, allora anche noi, gli Ebrei, dobbiamo avere lo stesso diritto. Perché il nostro destino dovrebbe essere più misero di quello di tutti gli altri? Perché dovremmo soffocare la speranza di un ritorno, la speranza di divenire una nazione nella nostra terra abbandonata, che ancora piange i suoi figli cacciati in terre remote duemila anni fa? Perché non dovremmo seguire l'esempio delle altre nazioni, grandi e piccole, e fare qualche cosa per proteggere il nostro popolo dallo sterminio? Perché non dovremmo sollevarci e guardare al futuro? Perché restiamo con le mani in mano e non facciamo nulla che possa gettare le basi su cui costruire la salvezza del nostro popolo? Se ci importa che il nome di Israele non si cancelli dalla faccia della terra, dobbiamo creare un centro per tutti gli Israeliti: un cuore dal quale il sangue scorra lungo le arterie di tutto il corpo e lo richiami a nuova vita. SoItanto il ritorno a Eretz Israel può rispondere a questo scopo. [...]
Oggi, come nei tempi antichi, questa è una terra benedetta dove mangeremo il nostro pane senza umiliazioni, una terra fertile cui la natura ha donato gloria e bellezza; una terra che ha solo bisogno di forti mani laboriose per farne il più felice dei Paesi. Tutti i turisti che visitano quei luoghi lo dichiarano all'unanimità.
E ora è venuto il tempo per noi gli Ebrei di fare qualche cosa di costruttivo. Creiamo una società per l'acquisto di terra a Eretz Israel; per comperare tutto quello che occorre per l'agricoltura; per dividere la terra fra gli Ebrei che sono già residenti e quelli che desiderano emigrare, e per provvedere fondi per coloro che non possono trovare una sistemazione indipendente".
Per coerenza con quanto scritto, Ben Yehuda capì che doveva personalmente trasferirsi a Gerusalemme. Comunicò la sua decisione ai suoi amici e alla sua fidanzata in Lituania.
La moglie adatta per una famiglia eccezionale
Qui bisogna dire che il Signore, per il suoi piani, in questo caso non scelse soltanto un uomo, ma anche una donna, anzi due donne. Perché Eliezer sposò prima Deborah, di quattro anni più grande di lui, e in seguito, dopo la sua prematura morte, la sorella Pola, di quattordici anni più giovane di lui. Da queste due donne, a dir poco straordinarie, Eliezer ebbe undici figli. Molti morirono in tenera età, ma una figlia, Dola, vive ancora a Gerusalemme, e proprio quest'anno compie esattamente cento anni.
Deborah era una ragazza affascinante, istruita, appartenente a una famiglia benestante e di elevata cultura. I suoi genitori avevano accolto in casa il giovane Eliezer quando aveva quattordici anni, e Deborah, che allora ne aveva diciotto, gli aveva insegnato in casa il russo, il francese e il tedesco. Rimase sentimentalmente legata a lui anche quando partì per Parigi, e poi accettò con convinzione di sposarlo e di seguirlo in un progetto di vita che a molti poteva apparire folle. Si sposarono durante il viaggio verso Gerusalemme, dove arrivarono nel 1881. Pochi mesi dopo il loro arrivo, proprio alla vigilia di Pesah, la pasqua ebraica, ricevettero la visita inaspettata di un gruppo di giovani Ebrei provenienti dall'Europa orientale. Erano sbarcati a Giaffa e avevano percorso a piedi ottanta chilometri per arrivare a Gerusalemme e incontrare Ben Yehuda. Erano i Biluim (ved. articolo precedente), giovani idealisti ebrei, quasi tutti studenti universitari, che avevano letto l'appello di Ben Yehuda sulla rivista viennese "Hashahar" e avevano deciso di lasciare tutto alle spalle e di stabilirsi in Palestina per collaborare alla rinascita dello Stato di Israele.
Insieme a loro e ad altri intellettuali ebrei Ben Yehuda pose subito il problema della lingua. In una riunione indetta a questo proposito i partecipanti si organizzarono in un movimento definito "L'esercito dei difensori della lingua" e firmarono un patto che tra l'altro diceva:
"I membri residenti nella terra d'Israele parleranno la lingua ebraica fra loro, in società, nei luoghi di riunione, nelle strade, nelle piazze e non se ne vergogneranno. Si impegnano a insegnare la lingua ai loro figli, maschi e femmine, e a tutti gli altri componenti le loro famiglie.
I membri vigileranno il linguaggio nelle strade e nei luoghi di mercato e quando sentiranno parlare russo, francese, yiddish, inglese, spagnolo, arabo, o qualunque altra lingua, non mancheranno di fare un rimprovero, anche alla persona anziana, dicendo: «Non vi vergognate?»"
Ben Yehuda ebbe modo di mostrare subito la sua fedeltà al patto nell'organizzazione della sua famiglia. Alla moglie che stava aspettando un bambino fece fare una solenne promessa che suonava più o meno così:
"Il bambino non dovrà sentire parola, altro che in ebraico. La nostra casa dev'essere un santuario dove nessuno parla altra lingua che questa. Chiunque ne passi la soglia deve accettare questo patto, deve entrare con parole ebraiche sulle labbra. Finché la nostra crociata non avrà incontrato il favore popolare, dobbiamo isolare il bambino dalla contaminazione delle lingue e dei dialetti della diaspora. Questo è molto più importante di tutti i miei scritti e del mio insegnamento, perché con l'esempio potremo riuscire a trascinare il mondo israelita alla nostra idea".
Deborah accettò e mantenne la promessa. Nel 1882 nacque il loro primo figlio, un maschio, e la prima parola che la madre disse alla sua creatura quando l'ebbe fra le braccia fu una parola ebraica: "Yaldi" ("Figlio mio").
Come si può facilmente immaginare, l'impegno preso non mancò di produrre qualche complicazione. Per fare solo un esempio, la signora che avrebbe dovuto assistere Deborah prima e dopo il parto era la moglie del capo della colonia degli Ebrei britannici a Gerusalemme, che però non conosceva l'ebraico. Eliezer le aveva categoricamente proibito di parlare quando il bambino era nella stanza con la madre. Ma poiché non tutto si può esprimere a gesti, alla fine fu sostituita dalla moglie del rabbino, che parlava l'ebraico e gentilmente offrì il suo aiuto. In seguito, chi voleva entrare in casa Ben Yehuda doveva sottoporsi a una specie di esame di lingua, e nel caso questo non fosse superato, poteva entrare solo a patto di non aprire bocca.
Ma l'impegno fu mantenuto e fu coronato da successo. I figli di Beh Yehuda furono i primi, dopo tanti secoli, ad avere come lingua materna soltanto l'ebraico. Non mancarono le difficoltà e anche i dubbi, instillati nella mente dei genitori dai soliti benintenzionati amici. Il loro primo figlio, Ben Zion, cominciò a parlare molto tardi, e non dev'essere stato piacevole per Deborah sentirsi dire da qualcuno che con il loro sistema stavano allevando degli idioti. L'educazione impartita nella sua famiglia era per Ben Yehuda una sfida: se l'avesse persa, lo smacco subìto sarebbe stato incalcolabile. Ma così non fu. A cinque anni Ben Zion parlava un perfetto ebraico, ed era l'unico bambino al mondo che in quel momento parlava soltanto quella lingua.
"Un giorno i due coniugi camminavano per una delle stradine contorte di Gerusalemme parlando ebraico tra di loro. Un uomo li fermò. Tirando la manica di Eliezer domandò in yiddish:
«Scusate, signore, quella lingua che parlate, che cos'è?»
«Ebraico» rispose Eliezer.
«Ebraico? Ma la gente non parla ebraico. È una lingua morta.»
«Sbagliate, amico», replicò Eliezer. «Io sono vivo. Mia moglie è viva. Parliamo ebraico. Quindi è una lingua viva!»"
La seconda moglie: un vero "aiuto convenevole"
A morire di tubercolosi non fu Ben Yehuda, ma sua moglie, quando aveva solo trentasette anni. In dieci anni di matrimonio avevano avuto cinque figli. Pochi mesi dopo la morte di Deborah morirono, uno dopo l'altro, tre dei cinque figli di Eliezer. Una maledizione sembrava essersi abbattuta su quella casa.
Qualche tempo dopo Eliezer ricevette una lettera da Pola, la sorella di Deborah, che in quel tempo studiava Scienze Naturali nella sezione femminile dell'Università di Mosca. La ragazza gli comunicava di voler cambiare il suo nome in uno più ebraico e gli chiedeva il suo consiglio. Entusiasta di questo interesse per la lingua dei padri, Eliezer scelse per lei il nome "Hemda", che significa "mia adorata".
Il significato della scelta si chiarì in una seconda lettera, in cui le proponeva di diventare la signora Ben Yehuda. Pola, ormai diventata Hemda, accettò immediatamente.
Quando la voce dell'imminente matrimonio si sparse a Gerusalemme, sorsero subito i mormorii. Il direttore dell'ospedale Rothschild, dottor Schwartz, ricordò agli amici dello sposo che Ben Yehuda era tubercoloso, che Deborah aveva contratto la malattia da lui e che a Eliezer stesso rimanevano pochi anni da vivere. Hemda aveva vent'anni, e non si doveva permettere che un'altra vita, specialmente così giovane, fosse rovinata. Uno stretto amico di famiglia si prese l'incarico di comunicare a Eliezer, con discrezione, le considerazioni del dottor Schwartz.
Ben Yehuda scrisse una lettera alla fidanzata comunicandole i dubbi del medico. Disse che non era giusto che lei sacrificasse la sua vita per lui e per i suoi bambini. Poteva quindi considerarsi libera dall'impegno preso. I suoi figli sarebbero cresciuti come gli altri orfani.
Dopo qualche settimana arrivò la risposta della giovane Hemda. Era piena di frasi affettuose e rassicuranti. A un certo punto diceva:
"Ti prego di ringraziare il dottor Schwartz per il particolare interesse che ha per la mia salute. Digli che mi ha commossa profondamente. Digli anche che io vengo da te o per molti anni, o per un mese o anche soltanto per un giorno. Comunque sia, tu ed io vivremo insieme il tempo che ci è ancora concesso".
Dopo questo scambio di lettere la coscienza di tutti fu tranquillizzata e il matrimonio avvenne. Hemda fu per Eliezer, un vero "aiuto convenevole", un sostegno eccezionale sotto tutti gli aspetti: affettivo, culturale, relazionale. Per ammissione esplicita del marito, senza di lei Ben Yehuda non avrebbe mai potuto svolgere il compito a cui si era sentito chiamato.
Una volta sposati, il problema dell'ebraico si pose naturalmente anche per Hemda, e in questo caso il risultato fu ancora più strabiliante. Quando la giovane ventenne arrivò in Israele parlava correntemente russo e francese, ma conosceva a malapena l'alfabeto ebraico. Doveva occuparsi dei bambini lasciati dalla sorella morta, e con loro doveva parlare soltanto ebraico. Cominciò a studiarlo, ma nonostante l'aiuto del marito faceva una grande fatica, perché le sembrava che lo spirito semitico non sarebbe mai riuscito a vincere la slava che era in lei. Ma sapeva di non poter deflettere e andò avanti.
Dopo tre mesi riuscì a fare il primo discorsetto al marito interamente in ebraico. Dopo sei mesi si presentò a Eliezer e gli comunicò solennemente, in una lingua ebraica quasi perfetta, che da quel momento avrebbe parlato sempre ed esclusivamente ebraico, non solo con lui, ma con tutti. Si arrivò al punto che in qualche occasione ricorse ad un interprete per comunicare in ebraico con persone che parlavano francese o yiddish, anche se avrebbe potuto benissimo tenere da sola la conversazione usando direttamente una di quelle lingue.
Dopo qualche tempo la gente si meravigliava di come sapeva parlare bene l'ebraico, e si chiedeva se era proprio vero che lo avesse imparato da cosi poco tempo.
La fabbrica delle parole
Naturalmente, se in casa si doveva parlare soltanto ebraico, bisognava avere a disposizione tutte le parole necessarie. Ma molto spesso queste non c'erano. Che nomi si dovevano usare per dire in ebraico oggetti come bambola, gelato, bicicletta, fazzoletto, frittata e moltissime altri ancora? Ricorrere ad altre lingue era interdetto. Questo costrinse Ben Yehuda a cercare, e in molti casi a inventare, parole nuove, ma aventi una salda matrice ebraica. Diventò quindi uno studioso appassionato e instancabile della lingua dei padri e di quelle vicine. Andava a caccia di parole come un cercatore d'oro va in cerca di pepite, e quando ne aveva trovata o inventata una adatta la metteva in circolazione attraverso i familiari o attraverso il giornale su cui scriveva.
"Il suo settimanale era il principale mezzo di presentazione. Ogni settimana parole nuove erano introdotte in articoli riguardanti l'agricoltura, la letteratura, l'educazione e le arti, e nell'angolo dei bambini.
Immediatamente diventavano oggetto di tempestosi dibattiti. I critici facevano riferimento, con sarcasmo, a «la fabbrica di parole» di Ben Yehuda. I suoi amici la chiamavano «il suo laboratorio linguistico». [...]
Ogni parola, come usciva dalla «fabbrica», veniva passata a Hemda e ai ragazzi con l'incarico di farla lavorare. Ciò significava inserirla generosamente nelle loro conversazioni e, se qualcuno avesse chiesto spiegazioni, dovevano darle.
«L'esercito», come veniva chiamata la famiglia, era spesso il fattore decisivo perché la parola venisse accettata o no.
C'erano in Palestina anche quelli che gareggiavano fra loro per riuscire ad avere parole nuove, appena uscite, usandole per primi, proprio come una donna a Parigi o a New York potrebbe tentare di essere la prima a portare un cappello o un vestito all'ultima moda. Vi era una buona dose di snobismo nell'essere i primi ad usare le parole più nuove".
Quando, dopo alcuni anni, il suo progetto linguistico cominciò ad attecchire tra gli Ebrei del paese, le persone che volevano parlare ebraico andavano a "ordinargli" le parole come da un fornitore.
"«Come si dice contagocce?», chiedeva un medico.
«Qual è l'espressione corrispondente al bastone del poliziotto?»
«L'ufficio postale, Eliezer, ha mandato un uomo a chiedere se hai una parola per ...»
Più di una notte trascorse nella ricerca delle parole richieste".
Un giorno un Ebreo di Londra venne a sapere del lavoro di Ben Yehuda e del suo bisogno di soldi per portarlo avanti. Essendo una persona molto sportiva, scrisse che avrebbe contribuito con un assegno sostanzioso se Ben Yehuda gli avesse telegrafato subito un nome ebraico per "sport". Purtroppo però, per Eliezer la parola non era pronta. E alla moglie spazientita che lo invitava a inventarne una lì per lì, rispose che non aveva ancora fatto ricerche sufficientemente approfondite in quel settore. E il generoso sostegno finanziario sfumò.
Molti anni dopo la parola ebraica per "sport" fu trovata: "mil ab", e la famiglia di Ben Yehuda la chiamò sempre "la parola più costosa della nostra lingua".
Ad illustrare la dedizione che le due donne di Eliezer ebbero per il loro stravagante marito può servire un episodio avvenuto con la prima moglie.
"Da poco sposa, passeggiava con il marito nei boschi. Sedettero su un tronco per riposare: era fresco e piacevole all'ombra degli alberi, e Deborah era d'umore romantico. Ad un tratto vide uno scorpione e balzando in piedi gridò in ebraico:
«Aiuto, Eliezer! Uno scorpione (akreb)!»
Ben Yehuda non corse subito in suo aiuto, ma con tono di rimprovero, come un maestro verso uno scolaro che sbaglia, disse:
«Deborah, quante volte devo dirti che scorpione in ebraico si dice 'akrab' e non 'akreb'!»"
Un'opera nuova e unica: il dizionario di ebraico
Il paziente e approfondito lavoro linguistico condurrà Ben Yehuda, nell'ultima parte della sua vita, a iniziare la compilazione di un dizionario della lingua ebraica che alla fine diventerà un'opera monumentale in 17 volumi. Ben Yehuda ne scrisse solo i primi sei. Il resto fu continuato dopo la sua morte da Hemda e da uno sei suoi figli, e fu conclusa soltanto nel 1959, sfruttando in gran parte l'immenso lavoro di documentazione raccolto mentre era in vita.
Quando uscì il primo volume ed Eliezer l'ebbe tra le mani, sulla copertina in pelle erano incise in oro le seguenti parole:
THESAURUS TOTIUS HEBRAITATIS
ET VETERIS ET RECENTIORIS
AUCTORE ELIESER BEN JEHUDA
HIEROSOLYMITANO
(traduzione: "Il Tesoro di tutta l'ebraicità sia antica che moderna - Autore Elieser Ben Jehuda gerosolimitano", ossia "abitante di Gerusalemme", n.d.r.).
L'opera continua ad avere il nome di "Dizionario completo dell'ebraico antico e moderno", e a detta degli esperti rappresenta tuttora una creazione unica nell'ambito della lessicografia ebraica.
L'insegnamento dell'ebraico nelle scuole e "la guerra delle lingue"
Oltre alla famiglia e al dizionario, un altro settore in cui Ben Yehuda si impegnò per diffondere la lingua ebraica fu quello dell'istruzione.
Poche settimane dopo il suo arrivo a Gerusalemme il responsabile della "Alliance Israélite Universelle", Nissim Behar, gli offrì di entrare a far parte del corpo docente di una scuola per ragazzi. Eliezer pose come condizione di poter insegnare l'ebraico, e si accorse con piacere che proprio per questo motivo lo volevano assumere. Anzi, poiché nel bilancio dell'associazione non era prevista una voce esplicita per pagare un docente di ebraico, Behar ricavò lo stipendio per Ben Yehuda decurtando il salario dei due insegnanti di religione. Il metodo usato in quella scuola è diventato oggi molto comune: insegnare l'ebraico con l'ebraico. Nella scuola quindi si parlava sempre e soltanto ebraico, senza ricorrere mai a traduzioni in altre lingue. I risultati non tardarono a farsi vedere. Cominciarono a formarsi gruppi di ragazzi che parlavano tra di loro in ebraico, e lentamente questo fatto si diffuse.
Ben Yehuda continuò a battersi affinché l'ebraico diventasse la "lingua di curriculum" in tutti i tipi di scuola, religiosi e laici, e le altre lingue, russo, tedesco, inglese, francese fossero insegnate come lingue straniere. Gradualmente l'abitudine si estese, ma naturalmente non mancarono resistenze, anche molto forti.
Lo scontro più aspro è passato alla storia come "la guerra delle lingue". Nel 1913 un gruppo di facoltosi Ebrei tedeschi aveva finanziato la costruzione a Haifa di una scuola tecnica, chiamata "Technion". A un certo momento si venne a sapere che la lingua di curriculum stabilita era il tedesco e che l'ebraico era bandito.
La notizia provocò subito reazioni, anche all'estero, e nonostante che gli Ebrei tedeschi fossero i maggiori finanziatori del suo dizionario di ebraico, Ben Yehuda non esitò a gettarsi nella lotta. Sulla pubblica piazza affrontò personalmente Ephraym Cohen, direttore di tutte le scuole finanziate dai tedeschi, e gli ingiunse di far annullare l'ordine. Gli fu risposto che la disposizione veniva da molto in alto e che lo stesso Kaiser aveva espresso il desiderio che la lingua ufficiale di tutte le scuole in Palestina fosse il tedesco. Si può immaginare in quale considerazione tenesse Ben Yehuda il gradimento del Kaiser!
Poiché non ottenne quello che riteneva assolutamente giusto, fu decretata immediatamente la mobilitazione. Gruppi di docenti votarono di abbandonare le aule, chiudere le scuole, e reclutare studenti per la battaglia. Ephraym Cohen rimase solo nel suo edificio vuoto. Ragazzi e istruttori sfilarono per le strade gridando: "Abbasso i tedeschi! Viva l'ebraico!" Bambini ebrei bruciarono i loro libri scolastici tedeschi davanti al consolato di Germania. Ben Yehuda fece sapere che non ci sarebbe più stato bisogno di libri scolastici tedeschi e cominciò a organizzare scuole di emergenza in cui l'insegnamento era effettuato in ebraico.
La battaglia continuò a infuriare per diversi mesi e, come in ogni guerra civile, spinse tutti a schierarsi chi da una parte chi dall'altra, e la linea di divisione passava spesso anche all'interno di una stessa famiglia.
L'atmosfera cominciò a placarsi soltanto dopo l'intervento dell'ambasciatore americano presso il governo turco, Henry Morgenthau, che, di passaggio da Gerusalemme, si accorse del marasma esistente e decise di intervenire.
Invitò gli esponenti delle due fazioni ad un banchetto in suo onore e con un discorso che esortava alla pace e all'amore riuscì a riportare un po' di distensione negli animi.
Nessuna delle due parti ottenne, nell'immediato, una vittoria netta, ma non molti anni dopo sarà l'insegnamento dell'ebraico a riportare il definitivo trionfo.
Un Ebreo poco ortodosso
Qualcuno potrebbe anche dire che Eliezer Ben Yehuda fu un fanatico. Ma si può negare che Dio si sia servito spesso anche di personaggi come lui? In certi periodi della sua vita lavorava anche diciotto ore al giorno. Sopra la sua scrivania stava scritto:
Il giorno è breve.
Il lavoro da fare è tanto!
Ma negli ultimi anni lo sostituì con un altro:
Il mio giorno è lungo.
Il mio lavoro è benedetto!
Non era certamente un Ebreo religioso tradizionale, Ben Yehuda, anzi, i suoi più aspri nemici li trovò tra gli ortodossi più stretti.
Per i suoi atteggiamenti poco rispettosi delle tradizioni consolidate, ben presto cominciarono a chiamarlo "l'eretico".
Per un articolo che le autorità turche interpretarono come un invito all'insurrezione, conobbe le prigioni dell'impero ottomano. Ma non trovò la solidarietà di tutti i suoi fratelli Ebrei. Tutt'altro.
In quell'occasione la comunità israelita di Turchia proclamò su di lui lo "herem", una specie di bando di scomunica che rende pubblicamente immondo chi ne viene colpito.
Fu quindi messo sotto accusa dalle autorità politiche e religiose, e molti suoi nemici ne gioirono.
Un giorno, mentre era ancora in prigione, il primo figlio undicenne, Ben Zion, fu circondato da una folla di ragazzi più grandi di lui che cominciarono a deriderlo e insultarlo:
"Tuo padre è in prigione; tuo padre ha quello che si merita; tuo padre, l'eretico, è in galera; tuo padre è dietro le sbarre in compagnia degli assassini come lui".
E dissero tutto questo in ebraico, affinché Ben Zion capisse, perché a quel tempo il figlio di Ben Yehuda non parlava ancora nessun'altra lingua.
Tornato a casa, dopo aver smesso di piangere disse a Hemda:
"Almeno di una cosa il papà comunque sarà felice. Tutto quello che hanno urlato contro di me, l'hanno detto in ebraico: la sua lingua!"
Alla fine Eliezer fu salvato dall'intervento risolutivo del barone Rothschild, che al suo rappresentante in Palestina inviò il seguente messaggio: "Fate assolvere Ben Yehuda a qualunque prezzo (in francese: "coûte que coûte")".
Poiché a quel tempo nell'impero ottomano tutti i funzionari politici e religiosi avevano un prezzo, allegò un assegno di diecimila franchi. Furono sufficienti per far assolvere Ben Yehuda e fargli togliere la scomunica.
Un amico degli Arabi
Una cosa ancora bisogna dire di Ben Yehuda. Dopo la prima guerra mondiale in Palestina cominciarono a peggiorare rapidamente le relazioni tra Arabi ed Ebrei. Ben Yehuda però fu sempre amico degli Arabi.
"A causa del suo lavoro filologico si sentiva molto più simile a questo popolo semita oppresso, che a molti Ebrei. Aveva studiato la loro lingua e sapeva quale contributo l'ebraico avesse dato all'arabo, e quanto l'arabo all'ebraico. Chiamava gli Arabi «nostri fratelli». Per anni aveva continuato ad esprimere la sua fede in un giorno a venire in cui Arabi ed Ebrei avrebbero respirato insieme, in Palestina, aria di libertà.
Da parte loro, gli Arabi rispettavano Ben Yehuda come studioso e uomo colto. Molti erano felici ch'egli avesse risuscitato la lingua ebraica; amavano sentire nelle strade il suono di quella che consideravano «lingua sorella», molto più vicina a loro dell'yiddish, del ladino, o delle lingue europee".
Oggi si può dire che il progetto perseguito da Eliezer Ben Yehud: Yisrael be'artzo uvilshono, la rinascita della nazione di Israele sulla sua propria terra e con la sua propria lingua, si è compiuto.
Ma era soltanto il suo progetto?
Nel 1908 scrisse sul giornale Hatzvi le seguenti parole:
"Per ogni cosa è necessario soltanto un uomo saggio, abile e attivo, con la volontà di devolvere allo scopo tutte le sue forze, e la cosa andrà avanti, nonostante tutti gli ostacoli che si possono trovare lungo la via... Per ogni nuovo avvenimento, per ogni passo, anche il più piccolo, sulla via del progresso, è necessario che ci sia un pioniere che guidi il cammino senza lasciarsi nessuna possibilità di tornare indietro".
Ben Yehuda è stato certamente uno di questi pionieri. Ma a queste sue parole potrebbero esserne aggiunte altre, tratte dalla Sacra Scrittura:
"Io mi sono rimesso a considerare che sotto il sole, per correre non basta essere agili, né basta per combattere essere valorosi, né essere saggi per avere del pane, né essere intelligenti per avere delle ricchezze, né essere abili per ottenere favore; poiché tutti dipendono dal tempo e dalle circostanze" (Ec 9:11)
E il tempo e le circostanze sono saldamente nelle mani di Dio, che sa come usare i suoi Strumenti per portare a compimento i Suoi progetti.
Nota:
Le citazioni riportate nell'articolo sono state tratte da:
Jacob Damkani, "Why me?", Whitaker House, USA
Robert St. John, "L'eretico", ed. Esculapio, Bologna (originale: "The Tongue of the Profets")
Motti Friedman, "Eliezer Ben-Yehuda (1858-1922)", internet.
Jack Fellman, "Eliezer Ben-Yehuda and the Revival of Hebrew (1858-1922)", internet.
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Appendice:
INTERVISTA ALLA FIGLIA DI BEN YEHUDA
Compie quest'anno cento anni, parla correntemente quattro lingue, ha conosciuto povertà e benessere. Ha partecipato come eccezionale testimone alla rinascita della lingua ebraica in Israele.
È qualcosa di eccezionale, sedere sul divano vicino a lei, nel suo piccolo appartamento all'undicesimo piano di un albergo di Gerusalemme. Accudita da una sua gentile amica e circondata da molte fotografie di famiglia, Dola ricorda volentieri gli avvenimenti della sua vita, anche se qualche volta la sua memoria non le permette di ricordare qualche dettaglio e qualche data.
Nella sua galleria di famiglia si trovano le foto dei suoi undici fratelli e fratellastri, alcuni dei quali sono morti in tenera età, altri più tardi, cosicché adesso lei è l'unica sopravvissuta della famiglia. Con fierezza Dola mostra la foto dei suoi genitori.
La madre Hemda era una donna di straordinaria energia. Permise al padre di Dola di dedicarsi interamente allo scopo della vita: la rinascita di una lingua fino a quel momento morta.
La redattrice di NAI, Ulrike Schäfer, con Dola Ben Yehuda Wittman
Dola (Ben Yehuda) Wittman è nata all'inizio del ventesimo secolo, come ultima figlia di Eliezer e Hemda Ben Yehuda, a Gerusalemme, nelle vicinanze del mercato Machane Yehuda.
Nonostante che i genitori padroneggiassero diverse lingue, in famiglia si poteva parlare una sola lingua: l'ebraico. Il padre era irremovibile su questo punto. Si arrivava al punto che ai figli di Ben Yehuda non era permesso di giocare con bambini che parlavano altre lingue.
Perfino la collaboratrice domestica araba doveva farsi capire in ebraico, e Mahir ("Speedy") è stato il primo cane ebreo che rispondeva soltanto a comandi in ebraico.
Ancora oggi Dola parla volentieri del suo primo incontro con quello che poi diventerà suo marito.
Lei e sua madre si trovavano in viaggio a Parigi. La loro destinazione era l'America. Avevano trovato alloggio in una piccola pensione nelle vicinanze del Jardin du Luxembourg, e in quel posto conobbe Max Wittmann, che si trovava lì con un amico. Questo primo incontro condusse in seguito al matrimonio con il cattolico tedesco Wittmann. Quando questi chiese a Eliezer Ben Yehuda la mano di sua figlia, la risposta fu: "Il mio consenso dipende dalla risposta a due domande: «Andrete ad abitare in Eretz Israel? Parlerete soltantoebraico?»".
Max promise entrambe le cose e sposò Dola. Da autentico Jekke (immigrante di provenienza tedesca), Max mantenne la promessa.
Andò a vivere con Dola a Gerusalemme e parlò soltanto ebraico. Il suo destino fu di immergersi nello studio del puro ebraico di Ben Yehuda e di diventarne un promotore. È ancora noto come uno dei più apprezzati esperti in questo settore. È morto pochi anni fa.
Durante la sua vita Dola ha fatto molti viaggi e ha tenuto innumerevoli conferenze sulla vita e l'opera di suo padre. Ogni volta che l'applaudivano tornava davanti al pubblico e diceva: "Grazie per i vostri applausi per Ben Yehuda."
Non tenne mai gli applausi per sé. "Io sono soltanto una che trasmette qualcosa!" è solita dire; e con queste parole spiega anche il suo insolito nome. La parola ebraica dala significa "attingere acqua"; la forma femminile del verbo è dola, "attingo acqua".
"Come si attinge l'acqua da una fonte, ho attinto la lingua ebraica da mio padre, una lingua che nel nostro paese è diventata importante come l'acqua", afferma con la luce negli occhi.
(tradotto con autorizzazione da "NAI-Nachrichten aus Israel")