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Il ritorno degli Ebrei nella terra promessa


DIO HA SCELTO ISRAELE (V)


Anche dopo la rinascita dello Stato d'Israele, gli Ebrei continuano ad essere odiati e combattuti, con la violenza e con la propaganda menzognera. Ma poiché il nome d'Israele pone in gioco il nome di Dio, i tentativi di Satana di istigare le nazioni contro Israele per distruggerlo sono destinati al fallimento.


I nemici di Israele sono nemici di Dio      Quando i Romani soffocarono nel sangue la rivolta ebraica del 134 d.C. capeggiata da Simone Bar Kokhba, l'imperatore Adriano non si limitò a distruggere Israele come nazione, ma cercò di cancellarne anche il ricordo dalla faccia della terra. Per questo decise di chiamare "Aelia Capitolina" la città di Gerusalemme e "Palestina" la terra di Israele.
    Prima di allora con il nome "Philistia" veniva indicata una fascia costiera più o meno corrispondente all'attuale striscia di Gaza, abitata nel periodo biblico dai Filistei, un popolo indoeuropeo di origine non semita.
    Quindi l'attuale nome "Palestina", oltre a indicare una regione geografica, esprime anche una volontà: la volontà di far dimenticare il nome di "Israele".
    Le intenzioni dell'imperatore romano verso gli Ebrei potrebbero essere ben espresse con le parole del salmo 83:     Si può capire allora il profondo significato che ha avuto e continua ad avere il fatto che dopo diciotto secoli sia ricomparso, su quella terra calpestata dai Gentili, uno Stato ebraico che ha come nome "Israele". Un fatto prodigioso, ma d'altra parte inevitabile, perché i violenti di cui si parla nel salmo 83 non sono nemici di Israele, ma di Dio: "I tuoi nemici si agitano, i tuoi avversari alzano la testa". In tutto quello che accade a Israele è in gioco il nome di Dio, e quindi non è possibile che gli uomini possano avere l'ultima parola. E tuttavia continuano a provarci.


La prima guerra arabo-israeliana

    Alla fine della seconda guerra mondiale la Gran Bretagna continuava ad avere il Mandato di Governo sulla Palestina, ma gli Ebrei ormai si erano resi conto che la dichiarazione di Balfour di trent'anni prima non significava più nulla per i Britannici. Migliaia di scampati dall'olocausto, provenienti da vari paesi dell'Europa, cercavano disperatamente di trovare asilo nella loro terra d'origine, e proprio nel momento in cui sarebbe stato più necessario offrire loro un "focolare nazionale", la Gran Bretagna cercava di limitare al massimo l'immigrazione di Ebrei in Palestina per non irritare gli Arabi. E non riuscendo più a governare una situazione divenuta ormai incandescente, alla fine rimise il suo mandato nelle mani delle Nazioni Unite.
    Il 29 novembre 1947 i rappresentanti dei cinquantasei paesi membri dell'ONU si riunirono a Flushing Meadow (New York) ed emisero la famosa risoluzione 181, in cui venne decisa la spartizione del territorio palestinese rimasto dopo la cessione della Transgiordania all'emiro arabo Abdallah.
    La risoluzione affermava testualmente:     Trentatré paesi, tra cui gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica, votarono a favore, tredici contro, dieci si astennero, tra cui la Gran Bretagna.
    A più di cinquant'anni di distanza qualcuno si può chiedere come mai oggi esiste uno Stato che si chiama "Israele", mentre non esiste uno Stato che si chiama "Palestina". Per molti la risposta è chiara: perché Israele occupa tutta la terra destinata alle due nazioni e non vuole lasciarla. Le scene televisive in cui si vedono profughi palestinesi che raccontano come molti anni fa hanno dovuto lasciare le loro case per andare a vivere in misere e sporche abitazioni di fortuna accresce il sentimento di indignazione per la prepotenza e la crudeltà dei cattivi Israeliani.
    La realtà è diversa.
    Mentre la comunità ebraica accolse con giubilo la risoluzione dell'ONU e cominciò a preparare la struttura dello Stato ebraico, la comunità araba la respinse con rabbia e si preparò alla guerra. Pochi giorni dopo quella storica decisione delle Nazioni Unite, l'8 dicembre 1947, la Lega Araba riunita al Cairo dichiarò la "guerra santa" contro il futuro Stato ebraico.
    Il motivo fondamentale per cui ad ovest del Giordano esiste un solo Stato si può quindi riassumere così: gli Ebrei hanno lavorato per costruire il loro Stato, e ci sono riusciti; gli Arabi hanno lavorato non per costruire il loro Stato, ma per distruggere quello degli Ebrei, e non ci sono riusciti.
    Oggi il mondo si commuove per la misera sorte dei "poveri Palestinesi" che, non essendo riusciti nel passato a sterminare tutti gli Ebrei di quella zona, adesso "fanno quello che possono" mandando i loro figli ad immolarsi come "martiri" per ammazzarne il più gran numero possibile.
    Ma – sostengono molti – si tratta di una reazione sproporzionata ma comprensibile, dovuta alla disperazione per l'occupazione delle loro terre: una volta costituito lo Stato palestinese, anche quelle violenze cesseranno. E poiché si pensa che il maggiore ostacolo alla nascita dello Stato arabo in Palestina sia la politica di Israele, la conclusione è ovvia: se gli Ebrei sono ammazzati, è colpa loro.
    È una caratteristica che accompagna gli Ebrei fin dall'inizio della loro diaspora: l'odio e la violenza dei carnefici sono considerati prova evidente della colpevolezza delle vittime. Anche quando non reagiscono. Se poi reagiscono, come stanno facendo adesso in Israele, la prova della loro perfidia è lampante e incontestabile.
    È una questione di terra, si dice. Certamente non era così nel 1947. Se gli Arabi avessero accettato la spartizione dell'ONU, avrebbero ricevuto una parte di terra ben più ampia di quella che oggi loro stessi richiedono. Evidentemente in quel tempo la contesa non era sulla porzione di terra da assegnare agli uni e agli altri. Sono cambiate adesso le cose?
    Il 14 maggio 1948 Ben Gurion dichiarò la costituzione dello Stato di Israele, secondo i confini stabiliti dalle Nazioni Unite. Non fu dunque né un'occupazione militare, né un golpe, ma una legittima dichiarazione fatta nei limiti del diritto internazionale allora vigente. Prova ne sia che il nuovo Stato fu immediatamente riconosciuto da USA, URSS e altre nazioni, tra cui l'Italia. Ma non dal Vaticano.
    La ricorrenza del 14 maggio, che in Israele viene festeggiata come "Giorno dell'Indipendenza", dai Palestinesi viene chiamata "la catastrofe". Dunque, ancora oggi per gli Arabi la costituzione di uno Stato ebraico è una sciagura. Se è così, se non riconoscono l'esistenza di questo Stato, se bruciano le sue bandiere e le fanno calpestare dai loro bambini, che senso ha discutere di accordi di pace?
    Nella sua Dichiarazione di Indipendenza Ben Gurion aveva detto:     Come risposta, otto ore dopo quattro Stati arabi, Egitto, Libano, Siria, Giordania, con l'ausilio di contingenti inviati da Irak e Arabia Saudita, invasero il territorio assegnato a Israele, dando inizio alla prima guerra arabo-israeliana: 650.000 Ebrei contro 160 milioni di Arabi.
    Le intenzioni della Lega Araba erano chiarissime. Il suo segretario, Azzam Pasha, le rese note dal Cairo con queste parole:     Ancora una volta, sembra di risentire le parole del salmista: "Venite, distruggiamoli come nazione e il nome d'Israele non sia più ricordato!". Il Salmo però si conclude così:     Il nome di "Israele" che le nazioni pagane avevano voluto cancellare per sempre, dopo diciotto secoli è di nuovo comparso sulla terra promessa, e immediatamente le nazioni hanno fatto un altro tentativo di cancellarlo. Ma il Signore non l'ha permesso, non perché gli Ebrei se lo meritino, ma perché nel nome di Israele è in gioco l'onore di Dio. L'impari guerra fu vinta, anche se gli Israeliani dovettero pagare un duro prezzo: 6.000 morti, circa l'1% della popolazione.


Conseguenze della prima guerra d'indipendenza

    Come sempre accade nelle guerre di difesa vittoriose, Israele, in quanto popolo aggredito e vincitore, nell'armistizio che sanzionò la fine delle ostilità allargò il suo territorio rispetto a quello che gli era stato inizialmente assegnato dalle Nazioni Unite. Ma il fatto interessante è che anche gli Stati sconfitti si allargarono, e proprio a spese di quello che avrebbe dovuto diventare lo Stato palestinese: la Giordania occupò la Giudea e Samaria (chiamata anche Cisgiordania o West Bank), e l'Egitto occupò la striscia di Gaza. Il 24 aprile 1950 il parlamento giordano ratificò l'annessione di Giudea e Samaria alla Giordania, senza preoccuparsi dell'approvazione internazionale, che in effetti non ci fu, neppure da parte della Lega araba.
    Il territorio su cui doveva nascere quello Stato palestinese che oggi si richiede a gran voce è stato dunque illegittimamente occupato per circa diciotto anni da due Stati arabi non palestinesi: l'Egitto e la Giordania. Questa occupazione non è mai stata ratificata in sede internazionale, e tuttavia non ha mai suscitato nell'opinione pubblica quello scandalo morale che sembra avere oggi l'occupazione da parte di Israele . Se i due Stati arabi avessero voluto, sul territorio da loro occupato sarebbe potuto nascere, già da molti anni, uno Stato palestinese che avrebbe avuto i confini precedenti la guerra del 1967. Quando oggi si chiede a Israele di ritirarsi entro i confini precedenti il 1967 per consentire la nascita di uno Stato palestinese, affermando che in questo modo si avrà la pace, si chiede dunque, in sostanza, di tornare alla situazione territoriale che ha portato non alla pace, ma alla terza guerra di aggressione arabo-israeliana, quella in cui in sei giorni Israele ha contrastato vittoriosamente l'ultimo tentativo arabo di "buttare a mare" gli Ebrei. Anche quella guerra, come la prima guerra di indipendenza, non fu scatenata dagli Arabi per motivi di terra da spartire con Israele, ma per far sparire Israele da quella terra.
    Fino al 1967 l'obiettivo degli Stati arabi non è stato la costituzione di uno Stato palestinese, ma la distruzione dello Stato ebraico. Se questo non è avvenuto, non è certo per mancanza di volontà degli aggressori. Qualcuno dirà che da allora le cose sono cambiate. Ma lo sono davvero? E che cosa le ha fatte cambiare? Il ripensamento politico e morale delle popolazioni arabe confinanti o il semplice fatto che Israele ha resistito militarmente e si è fatto potente? Si può chiedere a Israele di non porre simili domande e di rinunciare a prendere le misure che ritiene necessarie per la sua sicurezza? Anche a chi è digiuno di questioni di politica internazionale non può sfuggire che da Israele si pretendono azioni e comportamenti morali che non hanno precedenti nella storia e che nessuno si aspetta da altre nazioni.


Il problema dei profughi palestinesi

    La questione dei profughi palestinesi è un esempio eloquente del trattamento speciale che le nazioni hanno riservato a Israele.
    Nel 1939 la Germania iniziò una guerra di aggressione contro altre nazioni, tra cui la Polonia e l'Unione Sovietica. Perse la guerra, e invece di espandersi dovette lasciare molti territori. Negli anni del dopoguerra milioni di tedeschi sono dovuti fuggire dai Paesi dove vivevano da molte generazioni, abbandonando nelle mani dei vincitori tutti i loro beni, e si sono rifugiati nella Germania Occidentale. Questa nazione, benché sconfitta, umiliata e in macerie, ha accolto tutti questi profughi, li ha integrati nel suo Stato e insieme a loro ha fatto rinascere il Paese. Nessuno si è mai sognato di chiedere alle nazioni vincitrici di far ritornare i profughi tedeschi nei paesi da cui sono fuggiti. Una cosa simile invece si chiede a Israele. E sembra tanto normale chiederlo che ogni sua resistenza a questo riguardo viene moralmente riprovata.
    Pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando era ancora vivo e bruciante il ricordo delle crudeltà naziste, i 650.000 Ebrei del neonato Stato di Israele dovettero subire una guerra di aggressione che in sostanza era la continuazione in altra forma del tentativo di sterminio hitleriano. Durante quella guerra circa 700.000 Arabi abitanti nei territori assegnati dall'ONU a Israele lasciarono le loro case e si rifugiarono nelle zone governate dagli Arabi. In parte questo esodo fu dovuto alle pressione degli stessi Stati arabi, che invitarono i Palestinesi a lasciare temporaneamente le loro case perché – dicevano – le bombe che stavano per essere lanciate su Israele non potevano distinguere tra Arabi ed Ebrei. In parte l'abbandono sarà stato dovuto anche ai timori di vendette o alle intimidazioni degli Israeliani. Tutto questo non dovrebbe certamente sorprendere e scandalizzare noi Europei, che sappiamo bene quali e quanti movimenti di popoli sono avvenuti sulle nostre terre in conseguenza delle molte guerre combattute nei secoli scorsi.
    Ma la prima guerra arabo-israeliana non ha prodotto soltanto profughi arabi. Circa 800.000 Ebrei, per ragioni analoghe a quelle dei Palestinesi, dovettero fuggire dai paesi arabi in cui vivevano forse da secoli per andare a rifugiarsi nel nuovo Stato d'Israele. Erano profughi di guerra, come i Palestinesi. Ma erano Ebrei. Di loro quindi non si parla, per due motivi. Primo, perché il fatto che ci siano profughi ebrei non fa né scandalo né notizia dal momento che tutti gli Ebrei sono profughi da quasi duemila anni; secondo, perché gli Israeliani hanno accolto i loro profughi e li hanno reintegrati nello Stato d'Israele, nonostante il piccolo territorio a disposizione e le enormi difficoltà del dopoguerra.
    La stessa cosa non hanno fatto gli Stati arabi, che nonostante avessero a disposizione le case dei profughi ebrei fuggiti, nonostante avessero le enormi rendite provenienti dal petrolio e un'immensa quantità di territorio, si sono rifiutati di reintegrare i profughi palestinesi nei loro Stati e li hanno lasciati lì dov'erano, a vivere di espedienti e sussidi, per usarli come perenne strumento di minaccia e aggressione contro Israele.
    Ogni tanto si vedono riprese televisive che mostrano il misero stato in cui vivono gli abitanti dei campi profughi. Lo spettatore sprovveduto è spinto a trarre la conclusione che la colpa di tutto questo è, come sempre, degli Ebrei. Ma quelle scene dovrebbero produrre indignazione verso le Autorità palestinesi e i Capi di governo degli Stati arabi, non verso gli Israeliani. In direzione dei campi profughi palestinesi continuano a scorrere da anni fiumi di denaro: dall'ONU, dall'Unione Europea, dagli Stati arabi. Se tutti i soldi inviati a sostegno dei Palestinesi fossero stati usati per costruire edifici, promuovere attività produttive, formare solide strutture amministrative, da molto tempo i campi profughi non esisterebbero più e gli abitanti dei territori palestinesi vivrebbero tutti più decorosamente. Ma il denaro che arriva serve soprattutto a rifornire di armi il terrorismo e ad arricchire i corrotti detentori del potere. Un termine molto familiare a noi italiani esprime bene il carattere dell'amministrazione palestinese: mafia.
    Del resto, qual è il vero obiettivo dell'Autorità Palestinese? La risposta si può leggere sulle carte geografiche dei loro libri scolastici. Su tutta la regione compresa tra il Giordano e il mare compare un solo nome: Palestina. Il nome "Israele" non si trova. L'obiettivo è dunque quello ricordato dal Salmo 83: far sparire dalla terra il nome di Israele.
    Naturalmente i sapienti di questo mondo non danno importanza a queste cose: per loro quello che conta sono gli accordi politici ad alto livello. Per la Bibbia invece i nomi sono importanti, perché dare il nome esprime autorità. Due nomi allora sono in gioco in questo conflitto: Israele e Palestina.
    Chi ha scelto il primo nome? Il Dio che ha creato i cieli e la terra:     E chi ha scelto il secondo nome? L'imperatore romano che ha distrutto Gerusalemme e si era proposto di cancellare il nome di Israele dalla terra.
    Israele e Palestina sono dunque due nomi dietro i quali sono in lotta due campi spirituali: da una parte Dio e il Suo popolo, dall'altra Satana e le nazioni. I ben intenzionati, gli "amanti della pace" che soffrono per le intolleranze degli "opposti estremismi" vorrebbero risolvere il problema facendo a metà: due zone, due Stati, due nomi: Israele e Palestina. Come dire: un po' a Dio e un po' a Satana. Questi pacifisti che credono di poter essere più buoni di Dio assumendo il ruolo di mediatori tra due gruppi di violenti in lotta, in realtà finiscono sempre per difendere una sola delle due parti: la Palestina. Alla fine costituiranno le truppe di riserva dell'esercito di Satana: dopo i falchi oltranzisti dell'Islam, scenderanno in campo contro Israele le colombe accomodanti delle Nazioni Unite. E tutti e due i gruppi parteciperanno alla comune sconfitta.
Israele, le nazioni e i credenti in Gesù

    Lo Stato d'Israele è ormai una realtà da più di cinquant'anni. Come questo sia potuto accadere, nonostante le enormi difficoltà e il freddo odio di nemici determinati a distruggerlo, non è facilmente spiegabile con categorie puramente umane. Possiamo ricordare le parole con cui lo storico Benny Morris conclude il suo poderoso trattato sul conflitto arabo-israeliano (ved. il primo articolo):     L'autore dice: "Fin qui...", e naturalmente non può assicurare che i sionisti continueranno ad essere i vincitori dello scontro. Ma di quale scontro si tratta?
    Nel libro del profeta Isaia si parla del "giorno della vendetta del Signore, l'anno della retribuzione per la causa di Sion" (Is 34:8). Lo scontro vero che si sta preparando è tra il Dio che ha scelto Israele e le nazioni che sono spinte da Satana a muoversi contro il popolo eletto. Sarà un giorno di vendetta "poiché il Signore è indignato contro tutte le nazioni, è adirato contro tutti i loro eserciti; egli le vota allo sterminio, le dà in balia alla strage" (Is 34:2). L'indignazione è causata dal vedere come le nazioni trattano il Suo popolo: con odio e violenza, con ingiustizia e menzogna. Questo trattamento assumerà forme tragiche e spaventose negli ultimissimi tempi che precedono il ritorno in gloria del Signore Gesù, ma i suoi caratteri sono riconoscibili anche adesso. Non dovrebbe questo fatto provocare anche nei credenti sentimenti di indignazione per il comportamento ingiusto e ipocrita delle nazioni verso Israele, pur sapendo che a Dio soltanto spetta la vendetta? E la mancanza di questi sentimenti non potrebbe essere un segnale preoccupante di un intorpidimento spirituale che impedisce di riconoscere le manovre dell'Avversario?
    Adesso è chiaro a tutti che attraverso la Germania di Hitler l'Avversario ha operato un tentativo storico di opporsi al piano di Dio, e lo ha fatto spingendo le autorità di un popolo a tentare di sterminare gli Ebrei. Ma i credenti di quel periodo e di quella nazione hanno saputo riconoscere per tempo la diabolicità di quello che stava avvenendo? Con umiliazione bisogna rispondere: "No!". La maggior parte dei cristiani evangelici, anche quelli più rigorosamente attaccati alla Bibbia, anche quelli che conoscevano e insegnavano le profezie bibliche, si sono lasciati sedurre e fuorviare.
    Un anziano fratello tedesco che ha vissuto il tempo del nazismo e adesso si interessa molto di Israele, in uno dei suoi libri su questo argomento onestamente confessa:     Quando poi si cominciò a capire come stavano veramente le cose, all'entusiasmo subentrò la paura, e le varie chiese furono talmente occupate a risolvere il problema dei loro rapporti con lo Stato totalitario da non avere più né il tempo, né la forza, né lo spirito di martirio per impegnarsi a favore degli Ebrei.
    I tempi politici si stanno affrettando e non si può escludere che fatti inaspettati pongano ciascuno di noi davanti a difficili scelte di ubbidienza a Dio. È preoccupante vedere come si stanno ricreando, in una cornice "globalizzata", le condizioni spirituali per una giustificazione, o quanto meno una "umana comprensione", dell'odio contro gli Ebrei. Le coscienze si stanno ottundendo, i pensieri si stanno contorcendo intorno alla questione di Israele. Le mostruosità diaboliche di giovani educati all'odio e spinti a uccidere sé stessi insieme a uomini, donne e bambini colpevoli soltanto di essere Ebrei non sollevano indignazione, non fanno quasi più notizia. I pacifisti, i sognatori di una pace universale raggiunta con sforzi umani si lasciano ingannare dall'anelito di giustizia con cui si presenta la "lotta di liberazione" della Palestina dagli Ebrei "usurpatori". Come tutte le persone imbrogliate, cercheranno di rinviare il più possibile il momento in cui dovranno ammettere di essersi lasciati ingannare; e quando non potranno più farlo, saranno occupati a risolvere il problema della loro paura.


Il residuo d'Israele è di nuovo visibile sulla terra promessa     La lampada della Parola di Dio espressa nelle profezie deve essere fatta risplendere, per capire quello che il Signore ha voluto rivelare del Suo piano; e alla luce di questa lampada devono essere esaminati i fatti che stanno avvenendo nel popolo di Israele, per avere pensieri corretti e prendere decisioni giuste.
    Tra questi fatti deve essere data particolare importanza alla novità assoluta degli Ebrei "messianici". Il residuo d'Israele è diventato visibile all'interno dello Stato ebraico, tornando a sollevare una serie di questioni che erano presenti agli albori della chiesa cristiana. Qualcosa accomuna i primi e gli ultimi tempi di questo periodo della storia della salvezza: si può dire che prima della distruzione di Gerusalemme Israele era ancora presente quando la Chiesa era già presente; dopo la Dichiarazione d'indipendenza del 14 maggio 1948 si può dire che la Chiesa è ancora presente quando Israele è già presente.
    Forse siamo in molti a non essere ben preparati alla particolarità di questa situazione. Ma il tempo urge, e oltre alla necessità di intensificare l'opera di predicazione del vangelo in tutto il mondo, è necessario tenere gli occhi aperti e la mente attenta su tutto quello che riguarda Israele, senza lasciarsi fuorviare da chi dice che tutto questo non è importante perché lo Stato ebraico di oggi non crede ancora in Gesù.
    Un Ebreo cresciuto in Israele, educato fin da piccolo all'osservanza delle tradizioni ebraiche, un giorno ha capito che Gesù non è un personaggio del Papa e del Vaticano, ma è il Messia promesso a Israele. E ha creduto in Lui.
    In una sua predicazione ha detto che se esiste un velo su Israele che gli impedisce ancora di riconoscere in Gesù il Suo Messia, esiste anche un velo su gran parte della Chiesa che le impedisce di riconoscere quello che Dio sta operando nel Suo popolo di Israele.
    Chi scrive riconosce di non essere stato cosciente, per molto tempo, dell'esistenza di questo velo.
    È compito dei credenti pregare e operare affinché questo secondo velo sia rimosso dai loro occhi, sapendo che sarà il Signore stesso, quando il tempo sarà giunto, a togliere il primo velo dagli occhi di Israele.

(5. fine)    

Marcello Cicchese    


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Le citazioni e i riferimenti sono tratti da:

• Giovanni Codovini, Storia del conflitto arabo israeliano palestinese, Mondadori, Milano 2002.
• Benny Morris, Vittime - Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano 2001.
• Ernst Schrupp, Israel in der Endzeit, R. Brockhaus, 1997.