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Il ritorno degli Ebrei nella terra promessa


DIO HA SCELTO ISRAELE (IV)


La sovranità di Dio sugli uomini e sulle nazioni si conferma nella rinascita dello Stato d’Israele come conseguenza non prevista e in massima parte non voluta dei due tremendi scontri bellici mondiali del secolo scorso.


Un parto doloroso       Le guerre non sono mai mancate nel mondo, ma è innegabile che le due grandi guerre del secolo scorso, non a caso dette “mondiali”, hanno presentato caratteri nuovi rispetto al passato. Gli storici ne hanno esaminati diversi, ma forse hanno trascurato il più importante: la relazione che quelle guerre hanno avuto con le vicende del popolo e dello Stato d’Israele.
     
All’inizio del secolo scorso l’ideale del sionismo animava molti Ebrei ed era viva fra di loro l’aspirazione a riunirsi in Palestina come popolo per costituire su quella terra uno Stato ebraico.
      Ma come avrebbe potuto avvenire tutto questo, se la regione desiderata si trovava da secoli sotto il potere politico dei Turchi e sotto l’autorità religiosa dei Musulmani? Non era facile immaginare come avrebbe potuto sbloccarsi questa situazione, ma la soluzione arrivò cinquant’anni dopo.
      La dichiarazione di guerra che l’Austria consegnò alla Serbia il 28 luglio 1914 avrebbe potuto portare soltanto a qualche conflitto locale tra le due nazioni, risolvibile in poco tempo dopo qualche azione militare. Invece cominciò subito una ricerca di alleanze che scatenò una reazione a catena di coinvolgimenti, dapprima in Europa, poi anche in Oriente. L’Impero Ottomano avrebbe potuto rimanerne fuori, e una parte della sua opinione pubblica lo richiedeva. Invece fu spinto a scegliere, e scelse la parte perdente.
      Fu proprio nel corso di questa prima guerra mondiale che venne fuori la famosa “Dichiarazione di Balfour”, che alcuni Ebrei paragonarono, un po’ ottimisticamente, all’editto di Ciro del VI secolo a.C. (2Cr 36:22-23). Nel desiderio di ottenere l’appoggio degli Ebrei di Palestina nella guerra contro i Turchi, le autorità britanniche fecero pervenire ai sionisti una formale dichiarazione in cui si assicurava che “il governo di Sua Maestà” considerava con favore “l'istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico". Come si vedrà più avanti, fu proprio questa dichiarazione che, alla fine della guerra, costituì per i sionisti la base giuridica per la rivendicazione di uno Stato ebraico.
      Purtroppo però qualcosa di simile era stato promesso dagli Inglesi anche agli Arabi. Quindi, come si può ben capire, la fine del conflitto tra le potenze mondiali significò l’inizio della contesa tra Ebrei e Arabi, perché l’indeterminatezza della situazione politica e l’afflusso sempre più intenso di Ebrei in Palestina facevano crescere sempre di più le ostilità tra i due gruppi etnici.
      Le aspettative degli Ebrei furono quindi in gran parte deluse e la prospettiva di uno Stato ebraico sembrava allontanarsi. La situazione trovò uno sbocco soltanto quando le cose peggiorarono ancora di più. Fu proprio la seconda guerra mondiale, che alcuni considerano una prosecuzione della prima, che fece fare al progetto sionista un decisivo passo avanti.
      Dopo il diabolico tentativo di estirpare gli Ebrei dalla faccia della terra, le potenze vincitrici rivolsero la loro attenzione a quel popolo che aveva corso il rischio di essere estinto, e nel 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò il progetto di spartizione della Palestina in due Stati, uno ebraico e l’altro arabo. Fatto clamoroso, per una particolarissima congiuntura politica che durò pochi mesi, in quell’occasione votarono a favore sia l’America, sia la Russia. La situazione cambiò poco dopo, con l’inizio della guerra fredda, quando l’impero sovietico decise di puntare sull’appoggio al mondo arabo.
      Theodor Herzl non avrebbe certo potuto prevedere, e tanto meno auspicare, che per arrivare a costituire quello Stato ebraico da lui previsto e progettato, l’umanità avrebbe dovuto passare per due immani tragedie come le guerre mondiali, e il suo popolo subire l’orrore della Shoa.
      Gesù però aveva avvertito: Il termine originale usato per dolori può essere tradotto anche con doglie, come in 1Te 5:3. Non si tratta dunque di generiche sofferenze, ma di doglie che precedono un parto.
      Si potrebbe dire allora che le due guerre mondiali sono state due tremende, dolorosissime spinte di un travaglio che ha prodotto il parto dello Stato d’Israele. Proprio questo è l’aspetto di gran lunga più importante di quelle due catastrofi mondiali: l’avanzamento del piano di Dio nel compimento dei Suoi propositi verso Israele. E anche il cosiddetto Olocausto non deve essere considerato soltanto come una manifestazione particolarmente grave di malvagità umana, ma come il tentativo letteralmente diabolico , e naturalmente non riuscito, di opporsi al progetto di Dio.
      Se si trascura la comprensione spirituale di questi fatti, e davanti all’avvenuto tentativo di sterminio degli Ebrei si reagisce soltanto con umanistica indignazione, si rischia di essere strumentalizzati da quello stesso Satana che li ha istigati. E in parte questo sta già avvenendo. Le accuse di razzismo e di nazismo adesso sono rovesciate sugli Ebrei, e il ricordo di quelle persecuzioni offre ai loro nemici una comoda motivazione per tentare di ripeterle, anche se in altra forma.


Chaim Weizmann: uno strumento scelto da Dio Gli uomini indagano i fatti storici e politici con le loro categorie morali e intellettuali, e in questo modo possono capire tante cose, ma non quelle veramente essenziali. E sul piano dei rapporti politici tra le nazioni non esiste nulla che sia più importante del popolo d’Israele. In qualche modo i grandi della terra sono costretti ad ammetterlo, perché quello che avviene in quel minuscolo angolo del pianeta sta assumendo un’importanza sproporzionata alla grandezza del territorio e della popolazione. Le vere ragioni, però, gli uomini non sono in grado di dirle, perché sono nascoste nei pensieri del Signore. E questi non si possono conoscere, se non attraverso la rivelazione che ne ha data la Scrittura.
      Per compiere i Suoi progetti storici nel mondo il Signore non convoca i potenti della terra ad una riunione internazionale, per consegnare a ciascuno di loro un incarico con relativa delega di potere scritta. Il Signore sceglie i Suoi strumenti ad uno ad uno, quando e dove vuole, in piena libertà, e al momento opportuno li porta alla ribalta della storia affinché compiano la loro parte, che ne siano consapevoli o no.
      Uno di questi strumenti è certamente Chaim Weizmann, l’uomo che poi divenne il primo Presidente dello Stato d’Israele. Weizmann venne al mondo nel 1874, in uno dei più oscuri e sperduti angoli degli insediamenti ebraici nell’impero zarista: a Motol, una cittadina nei pressi di Pinsk, nella Bielorussia.
      Dalla sua autobiografia sappiamo che fin dall’età di quattro anni frequentò il Cheder, una scuola a classe unica, fatta in un’aula dove, insieme al maestro e ai molti bambini, era alloggiata anche una capra, e dove la moglie del maestro stendeva la biancheria ad asciugare.
      Chaim rimase particolarmente affezionato a un maestro che gli spiegava i potenti scritti dei profeti biblici, e nello stesso tempo gli faceva arrivare di nascosto dei libri di scienze naturali.
      Stranamente, qualcosa di simile capitò anche a Eliezer Ben Yehuda. Il suo religiosissimo zio l’aveva mandato a studiare presso un rabbino, il quale, oltre a fargli leggere gli scritti sacri, gli faceva leggere di nascosto anche dei libri ebraici di letteratura profana. Ben Yehuda diventò un eccezionale studioso di lingue e Weizmann un chimico di talento, e in entrambi i casi le capacità acquisite dai due uomini servirono in modo determinante alla costituzione dello Stato d’Israele.
      La famiglia in cui crebbe Chaim Weizmann era benestante e molto legata alla religiosità ebraica. Il padre aveva una bella voce, e quando non era in giro per affari veniva utilizzato nella locale sinagoga come cantore. La madre, che aveva messo al mondo quindici figli – tre dei quali morti in tenera età – era una donna pia e gioiosa. Recitava sempre le sue preghiere quotidiane e lasciava ai figli una grande libertà.
      Nei suoi studi liceali a Pinsk, il giovane Chaim si entusiasmò allo studio della chimica, manifestando promettenti capacità in questa materia. Ma un altro grande entusiasmo nacque in lui in quegli anni. Frequentava regolarmente uno dei gruppi degli Hovevei Zion (gli amici di Sion), che in quel tempo erano sorti in Russia, Polonia e Romania.
      Lì venne a sapere che uno dei suoi amici, di nome Aaron Eisenberg, era emigrato in Eretz Israel per partecipare con il suo lavoro alla ricostruzione del paese.
      Con un po’ d’invidia per l’intraprendente pioniere, Chaim cominciò ad andare di casa in casa per raccogliere fondi da mandare all’amico.
      Conseguito il diploma, per proseguire i suoi studi all’Università il promettente Chaim dovette andare all’estero, perché le condizioni per gli Ebrei in Russia non erano per niente favorevoli. Mentre si trovava a Berlino gli capitò tra le mani il libro di Herzl, “Der Judenstaat”, e ne fu entusiasmato. Venuto a sapere che Herzl stava organizzando il suo primo Congresso Sionista a Basilea, tornò in Russia con alcuni amici per convincere il maggior numero di Ebrei a prendervi parte. Ottenne la delega dal gruppo di Pinsk, ma la polizia zarista gli negò il permesso di espatrio e quindi non poté essere presente a quello storico Congresso.
      Negli anni che seguirono Weizmann divise le sue attività tra scienza e sionismo, che attiravano entrambi il suo interesse. Dopo tre anni di studio della chimica a Berlino, seguì il suo professore a Friburgo, in Svizzera, dove si laureò con lode.
      Dopo la laurea insegnò alcuni anni come docente privato all’Università di Ginevra; e poiché il compenso non era molto elevato, integrava le sue entrate vendendo brevetti di coloranti.
      In quel periodo ginevrino Weizmann ebbe occasione di incontrare molte personalità importanti, provenienti soprattutto dalla Russia. Tra gli altri, si trovava a Ginevra anche Vladimir Iljitsch Lenin, che faceva propaganda per la sua causa rivoluzionaria.
      Uno dei suoi discepoli, Gregori Plechanow, un giorno ebbe un duro scontro con Weizmann: lo accusò di dividere le schiere rivoluzionarie indirizzandone una parte verso il progetto di uno Stato ebraico, che per lui era un’idea retrograda, stupida e immorale.
      Ma Weizmann non si fece scoraggiare e costituì la società sionistica HaShacar (il crepuscolo del mattino). Ad una delle prime riunioni partecipò anche l’allora ventunenne filosofo ebreo Martin Buber.
      Dalla seconda riunione in poi Weizmann prese parte attivamente a tutti i congressi dell’Organizzazione Sionista mondiale, fino a diventarne il Presidente nel 1920.
      Un’esperienza particolarmente drammatica fu il sesto Congresso di Basilea del 1903. In quell’occasione Theodor Herzl, ancora sotto l’impressione dell’ultimo feroce pogrom contro gli Ebrei avvenuto in Chisinau, la capitale dell’odierna Moldavia, propose di accettare provvisoriamente l’offerta britannica di uno Stato ebraico in Uganda. Weizmann, che pure ammirava profondamente Herzl, fu uno dei suoi più fieri oppositori. La controversia fu molto aspra e in quell’anno non si concluse, ma nel congresso successivo la proposta fu definitivamente fatta cadere. Herzl, intimamente colpito dall’andamento di questa contesa, morirà poco dopo.
      Nella sua autobiografia Weizmann scrisse: Era questo l’atteggiamento dei “sionisti pratici”, in opposizione a quello dei “diplomatici”. Il fatto interessante è che in seguito Weizmann fu portato dalle circostanze a diventare un “diplomatico”, e alla resa dei conti riuscì ottenere quello per cui Herzl aveva tanto lavorato senza successo: il primo riconoscimento giuridico di un potenziale Stato ebraico.
      Nel 1904 Weizmann decise di trasferirsi a Manchester, soprattutto per motivi di lavoro, perché Manchester era il centro dell’industria chimica in Inghilterra e lui aveva in mano una lettera di presentazione per il Direttore del Dipartimento Chimico della Victoria University. Questo spostamento si rivelò provvidenziale per gli sviluppi del futuro Stato d’Israele, e i due interessi fondamentali di Weizmann, il sionismo e la chimica, svolsero entrambi un ruolo importante nel determinare gli avvenimenti che seguirono.


Il ruolo della Gran Bretagna

      Nel 1906 Lord Arthur James Balfour era in lizza per le elezioni e stava cercando il sostegno di persone influenti.
      Sapendo che Weizmann era un esponente di rilievo dell’Organizzazione Sionista Mondiale, lo convocò a colloquio e gli chiese come mai gli Ebrei avevano rifiutato la proposta inglese di uno Stato ebraico in Uganda.
      Weizmann spiegò che il sionismo è sostenuto da una profonda convinzione religiosa: la fede, e che l’anelito degli Ebrei si rivolge soltanto a Israele. E fece una domanda al suo interlocutore:
      “Che direbbe Lei, se le offrissero Parigi, invece di Londra?”
      “Ma noi Londra ce l’abbiamo già!”
, rispose Balfour.
      “E noi Gerusalemme ce l’avevamo già quando a Londra c’erano solo paludi”, replicò Weizmann.
      Anni dopo fu un altro uomo politico inglese che cercò la collaborazione di Weizmann, questa volta non come sionista, ma come chimico. All’inizio della prima guerra mondiale la Gran Bretagna si trovò in scarsità di acetone, un elemento necessario per la fabbricazione di munizioni.
      Winston Churchill, allora Capo della Marina inglese, nel 1914 convocò Weizmann e gli chiese:
      “È in grado di fornirci 30.000 tonnellate di acetone?”
      Weizmann ci provò, e per due anni, dal 1914 al 1916, divise il suo tempo tra Manchester, dove per tre giorni insegnava all’Università, e Londra, dove negli altri giorni lavorava alla produzione di acetone per incarico del governo britannico. Riuscì a trovare nuovi sistemi di distillazione di quel composto chimico dal mais, dalle castagne, dal grano, dal riso.
      Alla fine la quantità richiesta venne fuori e naturalmente anche questo contribuì alla vittoria degli Inglesi e dei loro alleati.
      Verso la fine della guerra gli Inglesi e i Francesi, in previsione dell’ormai imminente vittoria, cominciarono a intavolare le prime discussioni, più o meno segrete, sulla spartizione dei territori mediorientali. Proprio in quel periodo Lord Arthur James Balfour era diventato Ministro degli Esteri, e Weizmann, portato a compimento con successo il suo incarico scientifico, era tornato a dedicarsi interamente e definitivamente al suo impegno di sionista. Si può quindi immaginare con quale insistenza Weizmann facesse pressioni sul ministro inglese, che conosceva personalmente da anni, affinché si movesse in favore delle aspirazioni sioniste, forte anche dei meriti bellici che si era guadagnato con i suoi servizi di chimico.
      Balfour propose allora ai sionisti di formulare un memorandum contenente le richieste degli Ebrei sulla Palestina.
      Il documento fu scritto da Nahum Sokolow, segretario generale del Movimento Sionista, che all’inizio della guerra si era trasferito da Berlino a Londra perché aveva considerato, con accorta lungimiranza, che la causa degli Ebrei sarebbe stata meglio difesa dall’Inghilterra.
      Chi si incaricò di consegnare il documento al Ministro degli Esteri fu Lord Walter Rothschild.
      Qualche mese dopo arrivò la risposta, passata alla storia come la “Dichiarazione di Balfour”: A dire il vero, gli Inglesi avevano promesso qualcosa che non avevano ancora conquistato. Questo però avvenne poco dopo, in un modo che fa pensare alla promessa di Dio ad Abramo: “Benedirò quelli che ti benediranno” (Ge 12:3).
      Nel dicembre del 1917, cioè circa un mese dopo la dichiarazione di Balfour, il generale inglese Edmund Allenby si preparava ad attaccare la Gerusalemme Vecchia per toglierla ai Turchi. Al fine di raccogliere informazioni sulle forze militari nemiche, fece volare sulla città degli aeroplani, che nello stesso tempo lasciarono cadere dei volantini scritti in arabo che invitavano i Turchi alla resa. Erano firmati “Allenby”, ma i Musulmani lessero “Allah”, e presero quelle parole come un invito dal cielo ad abbandonare la città. Il generale Allenby conquistò Gerusalemme senza sparare un colpo; e poiché era un vero cristiano, volle entrare nella “città del gran Re” non a cavallo, ma a piedi e con il berretto in mano. Dio aveva risparmiato la Sua città dalla distruzione, confermando così la Sua Parola:
Le delusioni del dopoguerra

      Finita la guerra, le cose sembravano mettersi bene per gli Ebrei, sia perché l’Impero Ottomano, su cui avevano puntato gli Arabi, si era sfasciato, sia perché le potenze vincitrici, in una Conferenza tenuta a San Remo nell’aprile del 1920, avevano affidato proprio alla Gran Bretagna il Mandato di governo sulla Palestina, con l’incarico di dare attuazione alla dichiarazione di Balfour.
      È di fondamentale importanza, a questo punto, tenere presente che in quel momento per “Palestina” si intendeva un territorio che si estendeva a tutta l’attuale Giordania, che a quel tempo veniva chiamata Transgiordania. Quindi, nella più rosea delle aspettative gli Ebrei avrebbero anche potuto sperare di vedersi assegnare tutta la regione a ovest del Giordano, e anche una parte della zona a est di quel fiume. E proprio questo chiedevano alcuni Ebrei, come i “revisionisti” di destra capeggiati da Zeev Jabotinski. Il loro gruppo aveva come motto: “Il Giordano ha due sponde, una è nostra e l’altra pure”.
      Dall’altra parte, in un Congresso palestinese del dicembre 1920 gli Arabi denunciarono la dichiarazione di Balfour come “contraria alle leggi di Dio e degli uomini”. Quello che gli Arabi volevano, almeno all’inizio, non era una nazione palestinese, ma una regione che fosse totalmente integrata in una Grande Siria araba indipendente, naturalmente senza nessuno spazio per uno Stato ebraico. Quello che ha fatto nascere e crescere il nazionalismo palestinese è stato il venir meno di questa possibilità e l’insistenza degli Ebrei nel volere l’attuazione politica della dichiarazione di Balfour.
      Un episodio può confermare l’inesistenza di una qualsiasi unità storico-politica del cosiddetto “popolo palestinese”. A metà degli anni ‘20, in occasione di una manifestazione sportiva a Tel Aviv, il governatore britannico Lord Plumer, con la figlia al suo fianco, si alzò al “Dio salvi la Regina” inglese e restò in piedi anche quando la banda passò a suonare l’ “HaTiqva”, l’inno sionista che poi diventò l’inno nazionale israeliano. Una delegazione araba andò ad esprimere la sua protesta. Il governatore li ascoltò con calma e poi pacatamente chiese: “A proposito, voi ce l’avete un inno nazionale?” Calò un silenzio imbarazzato, e l’incidente fu chiuso.
      In sostanza, quello che avvenne negli anni tra le due guerre può essere così riassunto: gli Ebrei cercavano di ottenere il massimo di terra nella spartizione della Palestina, e gli Arabi non volevano nessuna spartizione. Molto semplicemente, non volevano che su quella terra nascesse un qualsiasi Stato ebraico, perché, come avevano deliberato, questo era “contrario alle leggi di Dio e degli uomini”.
      Questo sentimento perdura ancora oggi, nonostante tutte le apparenti aperture al dialogo. Nella cosiddetta “manifestazione per la pace in Medio Oriente” tenuta a Roma nel marzo scorso, i sostenitori dei Palestinesi innalzavano una scritta in arabo che diceva: “La Palestina, dal fiume fino al mare, non accetta la spartizione”. E in un altro striscione era scritto, sempre in arabo: “O Ebrei, l’esercito di Maometto sta tornando”. Un modo molto islamico di intendere la pace! Negli anni ‘20 i figli di Allah usavano parole un po’ più esplicite per esprimere le loro reali intenzioni: “La Palestina è la nostra terra e gli Ebrei sono i nostri cani”; “A morte gli Ebrei” (Itbah al-Yahud); “Berremo il sangue degli Ebrei” (Nashrab dam al-Yahud).


L’esistenza di Israele è un intoppo per le nazioni

      Dopo la guerra Chaim Weizmann riconobbe che, nei contatti avuti con gli uomini politici inglesi per ottenere un loro impegno a favore dello Stato ebraico, aveva incontrato alcuni uomini “autenticamente religiosi”, che sinceramente desideravano veder nascere in Palestina uno Stato per il popolo d’Israele. Ma dopo la guerra gli interessi politici della grande nazione britannica si fecero sentire, e davanti alla violenta opposizione degli Arabi, dentro e fuori la Palestina, la Gran Bretagna cercò una politica di equilibrio che non scontentasse i più potenti, che naturalmente non erano gli Ebrei.
      Eppure, nel territorio che la Conferenza di San Remo del 1920 aveva assegnato come Mandato al Governo britannico ci sarebbe stato ampio spazio per due nazioni. Ma gli interessi politici spinsero la Gran Bretagna a cedere, nel 1921, tutta la Transgiordania all’emiro arabo Abdallah. E l’anno dopo Winston Churchill rincarò la dose vietando agli Ebrei di stanziarsi a est del Giordano. Lo Stato arabo ceduto ad Abdallah prese in seguito il nome di Giordania.
      Quindi, come gli storici ben sanno, ma molti ignorano o fanno finta di ignorare, in realtà uno Stato arabo palestinese esiste già, ed è la Giordania. Per gli Arabi però non fu sufficiente. L’elasticità non ci fu, e non poteva esserci, perché per gli Arabi non era, e non è ancora adesso, una questione di quantità di terra. Se agli Ebrei fosse stata concessa anche tutta la parte a ovest del Giordano, corrispondente a circa un quinto dell’originario territorio palestinese, non ci sarebbe stata ingiustizia. Ma naturalmente questo non avvenne, e in realtà neppure fu richiesto, perché gli Ebrei politicamente più avveduti sapevano di dover combattere per raggiungere l’obiettivo minimo di una presenza nazionale ebraica in Palestina, perché proprio questo gli Arabi non volevano. Neppure discutevano di confini, perché non ci dovevano essere confini. Lo scandalo di una nazione di Ebrei presente sul sacro suolo dell’Islam non doveva essere tollerato. Era così allora, ed è così anche adesso.
      Dire quindi che gli Ebrei hanno sottratto terra agli Arabi è una falsità. Ma è una di quelle falsità che per l’opinione pubblica diventano verità solo in forza del numero di volte che vengono ripetute. È vero invece che, nella spartizione stabilita dalle Nazioni Unite, agli Ebrei era stata sottratta, a favore degli Arabi, una parte notevole del territorio che avrebbero potuto legittimamente aspettarsi da un’equa suddivisione, fatta sulla base delle promesse ricevute e della loro partecipazione all’andamento della guerra.
      Ci volle la mostruosa tragedia dell’annientamento di sei milioni di Ebrei per convincere le Nazioni Unite a deliberare una suddivisione del territorio palestinese in due parti da destinare a due Stati, uno ebraico e l’altro arabo.
      E nonostante che la zona assegnata agli Ebrei fosse esigua, allungata, poco difendibile, e non comprendesse la tanto sospirata Gerusalemme, gli Ebrei accettarono. Gli Arabi invece no. E non cercarono neppure di ottenere, magari con la violenza, migliori confini: cercarono soltanto di distruggere Israele.
      Lo Stato ebraico adesso è una realtà e la sua sola esistenza costituisce un continuo intoppo per le nazioni. In Occidente molti dicono di volerlo considerare uno Stato come tutti gli altri, ma poi l’accusano e lo denigrano con toni ben diversi da come fanno con tutti gli altri. Questo avviene perché si trovano sullo stesso piano dell’Accusatore. Chi tratta il popolo che Dio ha scelto come se Dio non l’avesse scelto, potrà anche considerarsi un umanista democratico o un pacifista integrale, ma in realtà è un ribelle a Dio. Non è strano allora che gli sembrino convincenti le argomentazioni che l’Avversario prepara per le orecchie di chi vuole opporsi all’opera di Dio.
      “Il mistero dell’empietà è già in atto” (2Te 2:7), dice la Scrittura. Sapendo quello che avverrà quando il mistero sarà svelato nella persona dell’Anticristo, sarà bene allora porre una speciale attenzione alle affermazioni che si fanno quando si parla di Israele. Anche a questo riguardo deve valere l’esortazione dell’apostolo Paolo a non essere “come bambini sballottati e portati qua e là da ogni vento di dottrina per la frode degli uomini, per l’astuzia loro nelle arti seduttrici dell’errore” (Ef 4:14).

(4. continua -->)    

Marcello Cicchese    


Le citazioni e i riferimenti sono tratti da:

• Benny Morris, Vittime, “Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001”, Rizzoli, Milano 2001.
• H. Heißler - W. Nänny, “Wegbereiter für Israel”, Franz Verlag, Metzingen 2001.
• Giovanni Codovini, “Storia del conflitto arabo israeliano palestinese”, Mondadori, Milano 2002.
• Ramon Bennett, “When Day and Night Cease, Arm of Salvation”, Jerusalem 1992.