dalla parte di Israele




    EDITORIALE

      James Innes, un fratello statunitense texano di professione fotografo, ci ha fatto dono, tramite i coniugi Zoni-Hornkohl, di alcune splendide immagini di Israele, undici delle quali appariranno nelle copertine di questo anno 2002. Non si tratta di una scelta soltanto grafica o estetica, ma di una scelta editoriale ben precisa: una scelta che intende testimoniare come, fin dal tempo degli apostoli e quindi da sempre, i veri discepoli di Gesù Cristo stiano, senza tentennamenti e riserve, dalla parte di Israele. È importante e urgente testimoniarlo in un momento storico in cui Israele, come le profezie bibliche hanno previsto da secoli, appare sempre più isolato nel contesto internazionale e sempre più bersaglio di azioni volte a distruggerlo.
I veri cristiani infatti condividono la "grande tristezza" e la "sofferenza continua" dell'apostolo Paolo davanti al rifiuto d'Israele di riconoscere in Gesù di Nazareth il Messia promesso, così come condividono la convinzione che agli Israeliti "appartengono", ancora oggi, "l'adozione, la gloria, i patti, le legislazione, il servizio sacro e le promesse", perché "per quanto concerne l'elezione" di Dio sono ancora "amati", dal momento che "i carismi e la vocazione di Dio sono irrevocabili". I veri cristiani ricordano soprattutto con riconoscenza che è da Israele che "proviene, secondo la carne, il Cristo che è sopra tutte le cose Dio benedetto in eterno".I veri cristiani sono consapevoli, davanti al progetto eterno di Dio per la salvezza degli uomini, di essere "olivo selvatico" diventato per grazia "partecipe della radice e della linfa dell'olivo". I veri cristiani non ignorano la promessa divina secondo la quale "tutto Israele sarà salvato": di conseguenza, muovono il loro passi, le loro attese, le loro convinzioni, la loro testimonianza e le loro preghiere verso il godimento di questo straordinario momento. I veri cristiani si rallegrano nel sapere che sono sempre più numerosi i Giudei che riconoscono in Gesù il loro Messia e che vanno ad ampliare il "residuo eletto per grazia", che costituì duemila anni il nucleo fondamentale della primitiva Chiesta cristiana. I veri cristiani perciò condannano con fermezza quanti operano per distruggere Israele e cacciarlo dalla Terra che Dio ha deciso essere sua per sempre.
     Ciò non vuol dire però che stiamo dalla parte di Sharon, che rappresenta l'autorità di una nazione che conosce e vive ancora oggi tutte le conseguenze negative del suo continuare a ripudiare, nel suo essere popolo, Gesù come Messia. E non vuol dire nemmeno che siamo contro i palestinesi e gli arabi musulmani, che amiamo in Cristo, per i quali preghiamo e a causa dei quali soffriamo soprattutto quando chi li governa impedisce con violenza la diffusione della Parola di Dio. Ci rifiutiamo, però, con forza e con convinzione di affermare semplicisticamente, sulla scia di quell'ecumenismo sincretista che è tanto caro al Vaticano e che nulla ha a che spartire con la rivelazione biblica, che "Abramo è il nostro padre comune" (di cristiani, ebrei e musulmani).Ciò, infatti equivarrebbe a smentire che è Isacco (e non Ismaele) "il figlio della promessa"; ancora: equivarrebbe a dimenticare che se "Abramo è padre di noi tutti" che crediamo in Cristo (Ro 4:16) lo è perché "sperando contro speranza, credette per diventare padre di molte nazioni" e "davanti alla promessa di Dio" (di avere Isacco!!) "non vacillò per incredulità, ma fu fortificato nella sua fede e diede gloria a Dio"; infine ciò equivarrebbe ad ignorare che "Abramo ha gioito nell'attesa di vedere il giorno di Gesù (non il giorno di Mosè né, tantomeno, quello di Maometto) e l'ha visto e se ne è rallegrato" (Gv 8:56).

Paolo Moretti