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Dal testo di Luca 22:14-29


IL MEMORIALE


Accostarci, durante il momento di lode e adorazione, alla Cena del Signore per mangiare il pane e bere il vino è un gesto di grande responsabilità che dovrebbe totalmente coinvolgere la nostra persona per ricordare che viviamo di Lui, in Lui, per Lui e in attesa di Lui. È un momento da vivere quindi in modo solenne e da liberare da qualsiasi superficialità.


Un gesto che ha significato

      Il memoriale è un gesto, un atto, un’azione; come tale non richiede pronunciamento di parole; le parole servono, ora come sempre, per spiegare e dare un senso a ciò che si fa.
      Oggi, come ieri, sono utili per identificare e definire l’azione secondo il testo biblico strumentalizzato da altre parole teologico-ecclesiastiche e liturgiche, che, deviando, lo hanno compromesso conferendo al memoriale significati non pertinenti.


Significato di “memoria”

      Innanzitutto il significato di MEMORIA, dal greco anamnesis: ricordo, commemorazione. “Fate questo in memoria di me”.

      Dal contesto dei significati relativi alla radice indoeuropea “men”= pensare, commuoversi nello spirito, che dà origine ad una serie di orientamenti linguistici, nella sfera delle lingue indoeuropee, si producono i seguenti significati:

      a) ricordare, ricordarsi, nel senso di una facoltà spirituale e di una capacità di collegare passato e presente.
      b) riflettere e valutare, per collegare l’azione presente con il futuro;
      c) essere memore, tenere presente, rammentare, rendere noto, per utilizzare il riferimento al passato e al futuro in funzione dell’agire nel presente.
      È ampiamente dimostrato che l’uso dei vocaboli relativi al culto nel Nuovo Testamento. è in chiara derivazione concettuale dell’Antico Testamento.
      Secondo il messaggio biblico dell’Antico Testamento e del Nuovo Testamento il servizio cultuale, il culto e anche il sacrificio rientrano nella sfera della storicità.
      Infatti la rivelazione di Dio non si svolge nel cielo o nella natura (religioni naturali, panteismo ecc.) e non è neppure un processo legato a “misteri”, a gesti mistico-sacramentali, a conoscenze presunte superiori (gnosi, trasformazioni misteriche quali la transustanziazione, lo spiritualismo odierno dei moderni falsi profeti).
     
      La rivelazione si compie nella prosecuzione della storia del disegno di Dio, da ieri a oggi in avanti fino al futuro
, dal Sinai al Golgota, dal popolo della Alleanza alla Chiesa di Cristo, fino all’avvento definitivo della Signoria di Dio.
      Di conseguenza tutto ciò che nella Chiesa è cultuale è necessariamente, fin da principio, STORIA, PAROLA, realtà personale e non natura, misticismo, evento mistico-miracolistico.
      Questo vale per l’annuncio della Parola che deve trarre un evento dal passato dall’interno della memoria, per estenderlo e poi di nuovo interiorizzarlo.
      Vale per la Cena del Signore, istituita allora e in quel determinato luogo e momento da Gesù per un’epoca determinata, dentro la storia della Chiesa “fino a che Egli venga” (1Co 11:26).

      Questa cena trae la sua vita dall’evento della passione accaduta nel passato; ogni celebrazione della cena, come del resto ogni annunzio della Parola, avviene in ricordo (eis anamnesin) di Gesù Cristo.
      È un ricordo che:
      • sale dalla memoria,
      • viene esternato con l’ubbidienza al comandamento dell’amore e
      • nuovamente così consegnato alla memoria futura.


L’ordine divino di ricordare

      Nel Nuovo Testamento l’uso del termine memoria, ricordo, richiama altri concetti come:

      a) pronunciare le preghiere, compiere opere pietose: “...le tue preghiere e le tue elemosine sono salite come una “ricordanza” davanti a Dio” (At 10:4);
      b) annunciare e essere d’esempio: (1Co 4:17; 2P 1:12,13; Mc 14:9 2Ti 1:6; Tt 3:1);
      c) credere (2Ti 2:8);
      d) confessare i peccati (Eb. 10:3).

      Per sintetizzare, alla luce dei concetti dell’Antico come del Nuovo Testamento, si può proporre una parafrasi del cosiddetto “comando del ripetere”: “Fate questo in memoria di me”, vale a dire: fate questo per confessare la vostra fede in me, vostro Signore presente, mangiando il pane e bevendo il calice; ciò nella partecipazione (Koinonia-comunione) alla mia vita (soma-corpo) e alla mia morte (sangue) nella parola della predicazione e nel canto di lode di fronte al mondo (Mc. 14:26).
Esaminiamo ora da vicino il Memoriale in ebr. zikkaron che nella Parola è visto in duplice veste: riferito a Dio e ai credenti.


Il memoriale riferito a Dio

      Nelle norme relative al pane della presentazione viene detto: “Metterai dell’incenso puro sopra ogni fila e sarà sul pane come un RICORDO come un sacrificio consumato dal fuoco per il Signore” (Le. 24: 5-8) ciò affinché Dio non dimenticasse il patto stabilito con il Suo popolo.

      Il memoriale (zikkaron) si applicava pure ai nomi delle dodici tribù di Israele incisi sulle pietre preziose che ornavano le spalle del sommo sacerdote e il pettorale (Es. 28:12-19) ; quando il Sommo Sacerdote entrava nel luogo Santissimo esse richiamavano a Dio il Ricordo dell’Alleanza stabilita (Es. 28:29)
      Dio ricorda il bene e lo fa: Ricorda e benedice Abramo (Ge 17:1, 2); ricorda Anna, moglie di Elcana e permette che concepisca un figlio (1Sa 1:19); si procura un segno, l’arcobaleno, per ricordare a sé stesso il patto di misericordia fra Lui e ogni essere vivente (Ge 9:15).
      Nella Cena del Signore Dio ricorda il nuovo Patto d’amore stabilito nel sangue di Cristo per proteggere il nuovo popolo in ogni difficoltà; i credenti non sono più soli, Dio è con loro e Gesù svolge la funzione di avvocato per i loro peccati (1Gv 2:1,2) ; ciò accresce la fiducia nel Padre e in Gesù Salvatore e Avvocato, nel presente, di tutti gli uomini.


Il memoriale riferito ai credenti

      Nell’Antico Testamento la Pasqua era il memoriale per eccellenza (Es 12:14; 13:9)
      Qui sono gli uomini a ricordare la salvezza donata da Dio. Nel rituale troviamo le erbe amare: dolore della schiavitù; l’agnello pasquale dona invece la gioia della salvezza per essere stati preservati dall’angelo sterminatore.
      Mangiando il pane e bevendo il vino il credente ricorda l’amarezza del peccato,
  
La tavola di una famiglia ebraica apparecchiata per
celebrare la festa di Pasqua.
  
ma anche la gioia del perdono nel sacrificio dell’Agnello di Dio, Gesù che diventa così il Pane della Vita.
      Il pane è nutrimento per il corpo ma l’uomo non vive di solo pane (De 8:3); Gesù è il pane disceso dal cielo, autentico, imprescindibile ed unico nutrimento per la vita.
      Gesù è pane vivificante perché ha dato il Suo sangue per noi; il sangue era ed è sinonimo di vitalità: “Il sangue è la vita” (Ge 9:4).
      Il sangue serviva per suggellare un’alleanza: Mosè sul Sinai (Es. 24:8 Eb. 9:19-21).
      Il sangue aveva valore espiatorio (Le 17:11; 16:16; 14:7).
      Il calice, come segno del Nuovo patto nel sangue di Gesù ci richiama e ci illumina sulla metodologia rituale seguita da Gesù per la celebrazione della Pasqua.
      Autorevoli esegeti sostengono che Gesù, celebrando la Pasqua, si sia attenuto al rituale ebraico allora riconosciuto.
      La festa era celebrata il 14 di Nisan e durava sette giorni. Come tutte le feste stabilite secondo il calendario solare la Pasqua era celebrata un martedi sera.
      Avendo Dio creato i luminari in quel giorno (Ge 1:4) la Pasqua assumeva un nuovo significato: rievocava la creazione; simbolo della prima creazione, annunciava anche una nuova creazione.
     
Il libro dei Giubilei fa risalire l’istituzione della festa ad Abramo e pone il sacrificio di Isacco in relazione con la festa: Isacco fu sacrificato il 14 di Nisan; al suo posto Dio provvide un montone per questo Abramo chiamò il luogo Javè-Irè (“ Al monte del Signore sarà provveduto”, Ge 22:14).
      Levitico 26:42 considera il sacrificio di Isacco come una vera alleanza, un patto.


Il Pane e il Vino

      Abramo, come leggiamo in Genesi 14:18, ricevette la benedizione da Melchisedec (Re di giustizia) re di Salem (re di Pace) e sacerdote del Dio altissimo, nella valle di Sciave, cioè nella valle del re.
      Prima di ciò Melchisedec fece portare del pane e del vino. La Scrittura non ci dice con chiarezza per quale scopo, ma, trattandosi di cibo e bevanda, possiamo supporre che li abbia fatti portare per condividerli con Abramo.
      Gesù viene definito come Sommo Sacerdote secondo in eterno secondo l’ordine di Melchisedec (Eb. 6:20) e come tale agisce procurando e distribuendo pane e vino a coloro che Egli benedice e salva.
      Troviamo riferimento al vino anche nelle disposizioni per i sacrifici in Numeri 28:7
      Evidentemente Gesù segue il rituale della celebrazione Pasquale chiamata Seder che si apriva con il Qiddush (Santificazione) che designa in generale la cerimonia di apertura del Sabato che consiste nella benedizione del pane e del vino recitata dal padre di famiglia.
      Dopo la bevuta della prima coppa, la lavanda delle mani e il rito del karpas bagnato nell’acqua salata, si rompeva la mazzah recitando tre frasi in aramaico:

      1) la prima definisce la mazzah come un ”pane di povertà”;
      2) la seconda è un invito ai poveri a partecipare al pasto;
      3) la terza esprime la speranza di tornare in Israele.

      Sono evidenti i simbolismi e le metafore riferentesi all’opera di Cristo ivi contenute.
      In ogni caso tutto questo detto succintamente e a grandi linee ci mostra come Gesù con grande naturalezza e semplicità si inserisce nella tradizione cultuale d’Israele conferendole e attualizzando i contenuti in essa impliciti; Egli si identifica nel pane e nel vino richiamando alla memoria degli astanti i contenuti sopraesposti.
      Ma evidentemente la ritualità aveva perso la tensione della speranza e la cecità s’era impadronita di tutti compresi i discepoli interessati solo al regno e alla loro posizione in esso (Lu 22:24).


La significativa innovazione di Gesù

      Eppure Gesù opera una innovazione notevole che passa quasi inosservata, infatti il capofamiglia Ebreo NON faceva circolare il suo calice, solo in casi eccezionali per mostrare la sua stima e il suo affetto verso una persona le inviava il proprio calice per onorarla in modo particolare.
      Nell’ultima cena Gesù mandò il Suo calice a tutti, mostrando così il suo affetto, il suo spirito di comunione per tutti anche per Giuda.
      Per questo motivo Paolo concludeva: “Il calice di benedizione che noi benediciamo non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo non è forse la comunione con il corpo di Cristo? Siccome vi è un unico pane noi, che siamo molti, siamo un Corpo Unico, perché partecipiamo tutti a quell’unico pane” (1Co. 10:16, 17).
      In questo senso la Cena del Signore ci ricorda la comunione fraterna e la unità del corpo: la comunione fraterna ha avuto inizio con Lui ed è dimostrata anche dai sentimenti che Gesù manifestò: “Ho vivamente desiderato mangiare questa Pasqua con voi prima che io soffra”, sentimenti di affetto, di amore sincero, di stima e di ricerca di condivisione nei momenti drammatici che stava vivendo; Gesù ha insegnato ad amare a gustare la comunione a condividere le sofferenze e successivamente la gioia; i suoi sentimenti erano confortati dall’esempio, dall’azione: stava per morire per i suoi fratelli!
      L’amore di Gesù è sentimento e azione: è un dono totale. Ed è per TUTTI; il Suo Amore sta alla radice della unità del corpo della chiesa.
      Ciò costituisce un richiamo solenne, un dovere di memoria e di ricordo per tutti i credenti del nostro tempo.
      Oggi c’è chi si adopera quasi affannosamente per l’“unità” della chiesa; contemporaneamente altri credenti, altrettanto affannosamente, si prodigano contro l’ “ecumenismo” ravvisandovi i segni della “nuova babele” spirituale.
      Ritengo che l’affanno degli uni e degli altri sia ininfluente e sterile per la causa dell’evangelo: gli “ecumenici“, ottimisti ad oltranza, finiscono con il favorire “politiche” ecclesiastiche riferite alle vicende umane del secolo presente, mantenendo contemporaneamente intatte le tradizioni devianti (sovente idolatriche) delle rispettive chiese e/o istituzioni; gli antiecumenici, pessimisti ad oltranza, puntando il dito sulle pur palesi contraddizioni di questo tipo di “ecumene”, traggono spunto per giudicare tutto e tutti negativamente; come si suol dire: con l’acqua sporca buttano via anche il bambino!
      Alle aperture degli “ottimisti” si contrappongono le chiusure dei pessimisti; non è però il caso di ricercare una via mediana, bensì, con umiltà, attenersi in lettera e spirito alle parole di Gesù.
     
      Gesù amò i suoi incondizionatamente nonostante le incomprensioni e le ansie opposte alle sue; li amò fino alla fine offrendo di mano sua il boccone a colui che lo tradiva dando così inizio al processo che lo avrebbe condotto sulla croce; è a questo amore che Pietro si riferì in seguito affermando: “Avendo purificate le anime vostre con l’ubbidienza alla verità per giungere a un sincero amor fraterno, amatevi intensamente a vicenda di vero cuore. Perché siete stati rigenerati non da seme corruttibile, ma incorruttibile, cioè mediante la parola vivente e permanente di Dio” 1Pt 1:22, 23).
      Quest’ultima affermazione di Pietro ci ricorda la ATTUALITA’ del fatto di Cristo e per questo motivo la Cena del Signore è e rimane un annuncio per i non credenti (1Co 11:26): il pane rotto insieme, il calice bevuto insieme in uno spirito di amore reale, autentico, sincero scevro da ogni malizia e impurità costituiscono una predicazione silenziosa ma efficace per coloro che sono scettici o dubbiosi sulla realtà nell’oggi della presenza di Cristo.


Verso il convito finale

      Infine la cena del Signore è preludio del Convito finale.
     
I cristiani sono già redenti e seduti nei luoghi celesti con Cristo ma sono contemporaneamente ancora sulla terra e pregano dicendo: “Venga il tuo Regno”; credono che Gesù è venuto a salvarli ma ne attendono il Ritorno.
      Anche nella Pasqua giudaica si attende ancora oggi la venuta del Messia per il quale si lascia vuota una sedia, perché egli quando giungerà possa trovare il suo posto pronto; ciò avviene in ogni famiglia di pii israeliti; oltre a ciò il Poema delle quattro notti del Targum Palestinese su Esodo 12:42 così recita: “...è la notte di Pasqua per il nome di Javè; notte fissata e riservata per la salvezza di tutte le generazioni di Israele” il che dà il senso della speranza di salvezza per tutto il popolo ebraico (Ro 11:26-32).
      In Apocalisse 19:7-9 leggiamo: “Rallegriamoci ed esultiamo, diamo a Lui gloria perché sono giunte le nozze dell’agnello e la sua sposa si è preparata...Poi l’angelo mi disse: «Felici gli invitati al banchetto nuziale dell’agnello»”.
     
Nell’attesa di tale convito celestiale, tra il tempo della ascensione di Gesù e la sua comparsa finale, i cristiani pregustano nella cena del Signore la gioia del banchetto finale.
      Essi infatti la celebreranno fino al momento della Sua venuta: “finché egli venga” dice Paolo, quando questa anticipazione simbolica avrà termine.

      La cena del Signore contiene, sotto questo aspetto anche un significato di preghiera per il ritorno del Signore; lo conferma l’invocazione aramaica che vi si ripeteva: “Maran-ata” (=”Vieni o Signore”) che esprime un desiderio ma anche la gioia per la certezza della salvezza e per la prospettiva della vita Eterna nella gloria del Padre.

Gianpirro Venturini